Still dal video Oro, Courtesy Galleria Riccardo Crespi

***
Francesca Grilli con la mostra Oro alla Galleria Riccardo Crespi, ci racconta una storia affascinante. Tanti i mezzi che utilizza, dalla fotografia al video, dalla scultura alla performance al disegno. Probabile che la densità della narrazione fosse talmente sfacettata che è stato inevitale, per l’artista, sviluppare tanti tipi di espressione. L’ambizione era quella di raccontare o meglio, suggerire le 4 ere storiche, l’Età del Ferro, del Bronzo, dell’Argento per giungere a quella dell’abbondanza, quella dell’ORO.  
  Parto dal fondo…dalla grande sala all’ombra che ospita tre sculture in bronzo, ferro e argento: due ali adagiate sul pavimento, un accumulo di piume di falco e una sola piuma stesa su una grosso piedistallo.  La collocazione sul pavimento di 33 penne, allude a quelle che i falchi perdono durante la muta.
Mi hanno raccontato che la sera dell’opening, l’artista ha ‘liberato’ due falchi in questo spazio. Passata il giorno dopo, ho visto leggeri ciuffi di piume ruotare sul pavimento accanto alle altre piume stese, immobili perchè di bronzo. In mostra anche una serie di polaroids in cui l’artista si è autofotografata documentando il probabile mutare del suo campo magnetico dopo aver ingerito piccole quantità di oro per tre mesi.   
Il pezzo forte e, a mio avviso, anche l’opera meglio riuscita dell’intera mostra è il video ORO.  La bellezza della location delle riprese –  la Biblioteca del monastero Benedettino di San Giovanni a Parma – la cura dei dettagli, la capacità dell’artista di mettere  a fuoco dei particolari dell’ambiente, rendono il contenuto dello stesso video, un’affascinante storia che cattura e incanta. Mentre le immagini mostrano gli affreschi della Biblioteca e  il volo dei falchi, si sente un fischio ritmato.  A questo suono, corrisponde il testo ovidiano su Re Mida (vi ricordate il ‘povero’ re condannato a trasformare in oro tutto ciò che tocca?), leggibile dai sottotitoli che scorrono con le immagini.  
Mi racconta la stessa artista che i fischi, che al mio orecchio sembrano non più che suoni, in realtà  sono un’antichissima lingua fischiata, il silbo gomero*, praticata solo nell’isola de La Gomera (Canarie). 
La scelta non facile dell’artista di affrontare un tema così vasto, così densamente simbolico, così difficilmente rappresentabile, ha reso la sua bravura a dura prova. 
Quello che l’artista ha cercato di esprimere è la complessa ciclicità dei periodi storici, la necessità di credere nella trasformazione, la volontà di raccontare delle storie significative che è bene non dimentcare.
Francesca Grilli 

*Il silbo gomero (propriamente “fischio di La Gomera”) è un linguaggio fischiato praticato da alcuni abitanti dell’isola di La Gomera.  In passato veniva utilizzato dai pastori per comunicare attraverso i burroni fino ad alcuni chilometri di distanza. Creato dai primi abitanti dell’isola si è diffuso in modo minore anche nelle altre isole occidentali dell’arcipelago delle Canarie, e tuttora qualche residuo è noto anche nell’isola de El Hierro. Il linguaggio impiega otto suoni, quattro di questi indicati come vocali, gli altri quattro come consonanti. In questo modo si possono esprimere all’incirca 4000 concetti (parole). Per variare i suoni si mettono le dita in bocca, ed una o entrambe le mani vengono utilizzate per amplificare il suono, a modo megafono.