Caroline Bourgeois,   Patricia Falguières,   Nairy Baghramian,   Bertrand Lavier - Teatrino di Palazzo Grassi,   Venezia 11:2015

Caroline Bourgeois, Patricia Falguières, Nairy Baghramian, Bertrand Lavier – Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia 11:2015

Nel Teatrino di Palazzo Grassi, in occasione della mostra “Slip of the tongue”, giovedì 19/11 si è tenuta una tavola rotonda sul tema “Fragments”: presenti Danh Vo e Caroline Bourgeois, curatori della mostra, e gli artisti Nairy Baghramian, Bertrand Lavier e Jean-Luc Moulène, moderati dalla storica dell’arte Patricia Falguières. Opere contemporanee dialogano con pezzi storici provenienti da istituzioni veneziane quali le Gallerie dell’Accademia e l’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini.

Frammenti. Come pezzi da ri-mettere insieme: parti di un tutt’uno che oggi possono essere accostate in modo diverso, per offrire un quadro nuovo e permettere poi di sviluppare un punto di vista differente. Al pubblico, che talvolta considera un oggetto d’arte come qualcosa di naif, è chiesto di osservare quell’oggetto come l’effetto di una lunga storia, piena di rotture, distrazioni, contestualizzazioni e incidenti. La Storia quindi si rivela non soltanto come continuità ma anche come serie di rotture, ovvero nuove forme di dialogo tra gli artisti odierni e i loro predecessori. Una dialettica che diventa paesaggio naturale dell’operare di una nouvelle vague di artisti.

Jean-Luc Moulène dice del suo sguardo che quando è volto a un oggetto d’arte non percepisce il semplice frammento ma vede un insieme: ciò, nella sua pratica  gli permette di creare relazioni con altre parti, dando vita a una collezione – o associazioni – di idee; rispetto alla tendenza degli anni ’90 a celebrare il frammento e la sua campionatura, vi è oggi un’evoluzione sottolineata dalla possibilità di reinventare la Storia stessa. E’ perciò questa una rottura col passato? No, anzi, è proprio la pratica di istituire con esso quel dialogo critico-purché-creativo, slegato dall’etichetta di post-modernista poiché ammetterebbe una sterile dicotomia; scaturisce quindi la necessità di mettersi in relazione col passato, appropriandosi parzialmente di esso e riformulandolo in un modernismo ancor più presente.

Riprendendo uno scambio tra Moulène e Vo, niente più frammenti sul piedistallo: è prassi nella cultura giapponese che quando un oggetto prezioso si rompe, lo si aggiusti lasciandone visibili le riparazioni; una differenza sostanziale con la società occidentale, impegnata invece più a celare o a sostituire. Grazie a questo approccio si chiarisce come la parte rotta custodisca un potenziale da esprimere, assumendo un nuovo significato, diventa indipendente rispetto alle altre parti, senza appesantirsi di un fardello nostalgico o limitarsi con un’azione sentimentale. Nella mostra “Slip of the tongue” è evidente: cose rotte fisicamente e altre rotte idealmente devono essere riparate, possono inventare o reinventare, nell’impossibilità di esprimere la precedente unità; una nuova morfologia posa perciò sui concetti di inevitabile mancanza di qualcosa rispetto al momento ex-ante e di riformulazione morfologica tramite il processo dialettico.

“Slip of the tongue” esporta anche una riflessione sulla cultura odierna, facendo luce sul suo aspetto frammentato e ponendo il quesito sull’atteggiamento da adottare; la collocazione della mostra è già una possibile risposta: Venezia, storico crocevia di culture, è il risultato di fattive contaminazioni, è culla di fenomeni diversi sebbene interconnessi. Da una prima analisi la frammentazione si palesa negativamente, da interruzione dell’integrità, permettendo l’accesso alle sole parti: considerando però che sono proprio le parti a definire in loro stesse ciò che sopravvive, ne consegue come queste si rivelino imprevedibilmente rappresentanti della Storia. La possibilità di comprendere la Storia è facilitata quindi anche dalla sua frammentazione e conseguentemente dalla decontestualizzazione dell’evento.

Se dal frammento si arriva alla riformulazione morfologica grazie a una nuova dialettica, se dall’evento si crea la riproposizione culturale grazie a nuova comprensione storica, allora dall’oggetto artistico che senso può cogliere il pubblico grazie alla nuova pratica curatoriale? Risponde provocatoriamente il curatore- artista Danh Vo chiedendosi a sua volta “[…] perché una mostra debba avere senso mentre nel mondo accadono cose che non hanno alcun senso? Perché, in altre parole, l’artista deve  a priori essere caricato di una responsabilità intrinseca tale da vincolarlo a fare qualcosa che abbia necessariamente un senso? Soprattutto quando si parla di una collettiva, ci sono varie prese di posizione, contraddizioni, rotture: e sono esattamente queste tensioni a definire le opere stesse oltre che a predisporre l’esperienza per gli spettatori. […] Non sono così dogmatico, le cose non devono restare ferme in un solo modo, i pezzi devono agire in vari contesti e quando si deve organizzare il tutto è necessario essere aperti ai cambiamenti”.

Danh Vo Teatrino di Palazzo Grassi,   Venezia 11:2015

Danh Vo Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia 11:2015