Cosa passa per la testa dei malati di selfie estremo mentre stanno scattando le foto nei luoghi deputati ad attirare attenzione? È solo una questione relegabile a una scelta idiota o dietro si nasconde altro? Sarebbe interessante vedere cosa si mette in azione al di là dell’“attenzione selettiva” o della “cecità attenzionale”, ovvero oltre la soglia di quei fenomeni percettivi in cui una persona non riesce a vedere qualcosa perché si concentra su qualcos’altro. Rimane ugualmente attiva, a livello inconscio, una zona recettiva del cervello o del corpo? Siccome il nostro cervello non è in grado di elaborare tutti gli stimoli che riceve contemporaneamente, e quindi fa delle scelte su cosa privilegiare e cosa ignorare, cosa accade in realtà nell’atto percettivo di quel momento particolare? Stare volontariamente in una zona pericolosa o attuare un gesto estremo o cercare deliberatamente situazioni avventate, la messa in campo del rischio o consegnarsi nelle mani del destino, della fortuna o sfortuna, cosa attivano nella percezione? Quindi possiamo anche cominciare a raccogliere le immagini degli ultimi scatti dei selfie killer e considerarle come un’altra declinazione della post-fotografia? Come si è arrivati a questa malattia digitale e a questa pochezza social?
Già negli anni Ottanta il bisogno di auto-affermazione all’interno di una società sempre più competitiva portò molte persone a intraprendere sport estremi. E successivamente l’utilizzo massivo dei telefoni cellulari in grado anche di scattare fotografie è entrato prepotentemente in questa attività performativa per documentare ogni viaggio o conquista o atto audace, perché oggi nessuna di quelle cose vissute è davvero successa se non si scatta una foto per dimostrarla. Ma è proprio vero che senza la documentazione fotografica o video nessuno ormai crede di poter affermare il proprio status e di dimostrare le occasioni irripetibili che sono accadute personalmente? Quindi tutto nasce dal voler affermare il proprio nome, per non vivere una esistenza da invisibile, per contare agli occhi della gente? Si cerca il selfie estremo per segnalare al mondo che si esiste e si è disposti a tutto per non passare inosservati? Vivere da inosservati equivale a essere già nel mondo dei morti?

Piacenza, mentre soccorrono una donna investita dal treno un ragazzo si fa selfie

Secondo Clément Chéroux, il primo selfie è stato scattato da Edvard Munch nel 1908, quando, per documentare il suo stato spirituale mentre era ricoverato in una clinica di Copenaghen, rivolse verso sé stesso una macchina fotografica, credendo che contribuisse a intraprendere una terapia per guarire dalla malattia. In qualche modo, anche molto tempo prima di questo episodio alcune opere pittoriche, soprattutto autoritratti, fungevano da selfie per documentare qualcosa della propria vita o per poter osservare sé stessi anche da una breve distanza critica, attraverso l’oggetto simbolico e funzionale dello specchio. Da allora fino ai nostri giorni l’auto-rappresentazione è cresciuta in maniera esponenziale, grazie alla popolarità e alla fortuna delle fotocamere digitali. E la tendenza diffusa a volersi auto-affermare attraverso una registrazione visiva, nell’ambiente e nella storia, ha trovato un grande alleato nello strumento tecnologico in grado di far segnalare, a tutti, il nostro stare nel mondo. Il narcisismo, la propensione autobiografica e gli impeti di soggettività, attraverso il selfie, hanno dilatato le questioni dell’ego, e la fortuna di questo fenomeno testimonia anche che è uno dei frutti malati di una società vanitosa ed egocentrica. La vanità è sempre annidata negli esseri umani, dai primordi. In ogni periodo storico, l’arte ha testimoniato questa volontà di rappresentazione autocentrata, dai monumenti sepolcrali egizi ai busti lapidei dell’impero romano, in ogni regione del tempo e dello spazio, fino a oggi. Ma l’invenzione di internet (che funge da cassa di risonanza gratuita dei selfie, attraverso i social network e i servizi di messaggistica elettronica) ha esasperato la questione, alimentando la necessità psicologica di accrescere l’affermazione alla portata di tutti, attraverso regolatori di emozioni (per approfondimenti si veda:  J. Ouellette, Me, Myself, and Why: Searcing for the Science of Self, New York 2014).
E il fenomeno si è spinto sempre più in là, mettendo a rischio persino la vita di chi desidera fortemente affermarla – giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto –, anche attraverso una malata documentazione fotografica delle proprie insignificanti gesta nel quotidiano.
Comportamenti di estrema imprudenza sono stati attuati in ogni epoca, soprattutto da parte dei giovani, alla ricerca di adrenalina o nel tentativo di apparire audaci o di far colpo.

Da qualche anno, però, molti stanno morendo per stupidità diffusa, per un uso deteriore delle tecnologie, per motivazioni ridicole.
Mi riferisco al fenomeno allarmante del killfie – neologismo nato dall’unione del verbo inglese kill (uccidere) e selfie – o del selficides (selficidio): persone muoiono o causano la morte di altri per colpa di un autoscatto in luoghi pericolosi, nella fiera della vanitas, mettendo in luce che alla base c’è una visione illusoria, una scarsa maturità, di chi ritiene il virtuale più importante del reale tangibile. Questo fenomeno testimonia una delle tante declinazioni dell’idiozia dei nostri tempi. Qualche cinico pragmatico potrebbe leggere il fenomeno come un normale caso di selezione naturale, senza destare inutili allarmismi, alla stessa stregua di ciò che accade nel crudele mondo della Natura, dove i più deboli o sfortunati o stupidi soccombono senza turbare l’equilibrio e l’evoluzione delle specie animali.
Postare sui social selfie realizzati in luoghi “al limite”, o scattati per una sfida alla sicurezza, per narcisismo acrobatico, sui luoghi di tragedie, per documentare reati, documenta la spettacolarizzazione esasperata dei comportamenti negativi, dove viene sancito che il riconoscimento pubblico conta più dell’esperienza vera, a qualsiasi stregua. Questa pratica viene messa in atto per stupire le persone che si amano, per accrescere il numero dei follower, per aumentare la propria autostima, per prendersi cura della propria immagine, per documentare le proprie storie, per costruire il proprio personale “brand”, o per che altro?

L’impulso di costruire pubblicamente la propria immagine è aumentato solo nell’era digitale, ma questo denuncia che è diventato molto più difficile farsi notare. E non si tratta solo di un fenomeno adolescenziale. Muoiono per selfie anche padri, madri, persone d’età compresa tra i trenta e cinquanta, mentre scattano fotografie col cellulare alla guida di veicoli, ad alta velocità, persino accanto ai loro figli. Sebbene le statistiche riportino che in percentuale le donne si fanno più selfie rispetto agli uomini, il numero di decessi delle femmine è minore di tre volte rispetto a quelli dei maschi, che sono più propensi a mettersi a rischio, tentati dal desiderio di regalarsi un autoscatto spericolato o acrobatico. La maggior parte della percentuale di morti è costituita da giovani e da turisti colpiti dal desiderio di “sentirsi cool” sui social. Questo fenomeno è da considerare una sorta di pulsione al suicidio inconsapevole, una conseguenza derivata dalla coazione fra fato e mediocrità del soggetto che è stato portato via dalla morte, una prova tangibile della pochezza di chi è mosso dall’illusione di valere qualcosa per gli altri, per ricevere fittizie ricompense in forma di like e commenti? Di fatto la caccia all’autoscatto stupefacente, temerario o imprudente, da pubblicare sui social network, è un fenomeno in crescita e sta causando numerose cancellazioni reali di vite umane: annegamenti a causa di una barca che si capovolge, per aver sfidato le maree e per essere stati colti in fallo da un’onda anomala sugli scogli; incidenti di trasporto, folli corse mentre sta arrivando un treno, autoscatti sui binari ferroviari; cadute accidentali, corse in mezzo agli incendi; sfide con animali pericolosi nella natura o maldestre entrate negli spazi riservati agli animali negli zoo; uso di un’arma puntata alla tempia, da cui parte accidentalmente un colpo; natanti e subacquei dilaniati dai morsi di squali; persone cadute dal balcone mentre tentavano di sedersi sulla ringhiera di un alto edificio per scattarsi un selfie; incidenti in elicottero mentre si cercano di documentare manovre rischiose; cadute di chi stava in bilico su una roccia precaria in cima a uno strapiombo, di chi si aggrappa ai tiranti di un ponte sospeso, di chi sta in equilibro sul parapetto del terrazzo di un grattacielo, di chi cavalca un’auto in corsa come fosse una tavola da surf.
Su Instagram, se si digita l’hashtag #extremeselfie, si aprono più di 11.500 post di persone che si sono scattate foto in luoghi e condizioni pericolose. Il numero di like è correlato al grado di pericolosità. Ovviamente, agli idioti del selfie pericoloso rispondono con i like i molto più numerosi individui della digitazione social, ovvero coloro che hanno scelto consapevolmente di vivere una esistenza agli arresti domiciliari, navigando tra le vite postate degli altri. Nella Corea del Sud si sta lavorando a una App, chiamata “With Me”, che consente di realizzare selfie con i morti e di parlare con le persone che non sono più fisicamente presenti, sia con i parenti venuti a mancare e con amici che abitano lontano sia con celebrità vive e morte. Questa applicazione influenzerà ulteriormente il fenomeno idiota dei selfie estremi? O la possibilità di abbattere le barriere con l’aldilà aprirà nuove frontiere della creatività? L’applicazione è stata realizzata da Elrois, un’azienda coreana specializzata in tecnologie 3D. La tecnologia tridimensionale infatti è fondamentale per far funzionare l’applicazione Android. Prima di tutto è necessario però scannerizzare in 3D la persona morta (o la sua immagine in fotografia) che si vuole rivedere, e realizzare un avatar del caro estinto per poi farlo comparire ogni volta che si vuole in una foto. Inoltre, tramite l’intelligenza artificiale, la applicazione consente di dialogare con l’avatar della persona cara morta, così che si possa congiungere l’aldilà con il presente, facendo sentire meno solo chi ha perso qualcuno che amava. Spero che qualcuno si attivi anche per ideare app in grado di ripristinare tutte le qualità positive della sfera umana, dell’intelligenza e degli slanci generosi del cuore, che purtroppo sono andate perdute o sopravvivono solo in simulacri 3D, in forma di avatar o di ologrammi. Ma questa è un’altra storia e se ne parlerà in un’altra sede, magari documentabile con “With Me”.