Forum dell’arte contemporanea italiana 2020 – Photo Courtesy Francesco Scarlata

Il Forum dell’arte contemporanea italiana è un’organizzazione informale nata a Prato nel 2015; “nelle intenzioni di chi l’ha promosso e organizzato, dei coordinatori e dei partecipanti che hanno aderito ai tavoli, il Forum di Prato è stato un momento di progettualità condivisa, dove dall’analisi di temi specifici, si è potuto provare a proporre soluzioni concrete e puntuali, attraverso le quali tratteggiare il quadro di un complessivo ripensamento e miglioramento della situazione e del sistema dell’arte in Italia.” L’organizzazione, che da sempre si è posta di discutere le problematiche principali riguardanti il sistema dell’arte contemporanea, ha assunto le caratteristiche di un “Forum permanente” coinvolgendo nel corso delle varie edizioni un numero incredibile di figure professionali. L’edizione 2020, con una fase di discussione preliminare svoltasi online e durata tre settimane, è culminata nella plenaria del 30 maggio che ha raccolto le proposte elaborate dai sei tavoli del Forum. È evidente come l’edizione ancora in corso si sia confrontata, e scontrata, con una situazione emergenziale globale che ha forse accresciuto l’urgenza di questioni primarie: modelli economici sostenibili; analisi del mercato dell’arte e attuazione di strategie condivise; pianificazione di un modello circolare e comunitario di sviluppo, affrancato, là dove possibile, dall’intorpidimento del sistema neoliberista; analisi strutturale del sistema-lavoro legato al mondo dell’arte contemporanea; valutazione di modelli alternativi e orizzontali di finanziamento, mecenatismo, produzione.
L’attuale board di coordinamento, costituito da Lorenzo Balbi, Diego Bergamaschi, Eva Frapiccini, Pietro Gaglianò, Ilaria Lupo, Maria Giovanna Mancini, Elena Magini, Stefano W. Pasquini, Silvia Simoncelli si è allargato chiamando così a collaborare i membri dei board passati: Ilaria Bonacossa, Fabio Cavallucci, Antonella Crippa, Anna Daneri, Cesare Pietroiusti, Pier Luigi Sacco, Chiara Vecchiarelli. Come si legge dal comunicato stampa lanciato lo scorso 27 aprile, l’auspicio che ha guidato le intense discussioni di queste settimane è stato quello che “la task force che sta affiancando il Governo in questi giorni includa professionisti dal mondo della produzione culturale, non solo per un principio di rappresentanza ma anche per l’importanza della visione che l’arte (le arti visive, il teatro, la danza, la musica, il cinema) da sempre apporta al mondo, sul piano concreto non meno che su quello ideale.”
Al momento, questo auspicio sembra essere stato disatteso dai provvedimenti emergenziali abbracciati dal Governo nel corso delle ultime settimane, provvedimenti che in questa seconda decade iniziata con la fatidica Fase 2 continuano a procrastinare quella che potremmo definire una presa di coscienza della situazione contestuale legata alla cultura, al settore delle arti visive, al teatro, alla danza, alla musica, alla ricerca, e a tutti gli operatori coinvolti in un comparto fortemente penalizzato dai bilanci e dalle ripartizioni di danaro proveniente dai vari fondi pubblici. Senza dubbio un colpo di coda, durissimo, per un settore endemicamente sottoposto alla mancanza di risorse e sostegno statale, e che, al contempo, continua a dimostrare la necessità di un ripensamento strutturale delle sue compagini. I tavoli di discussione dell’edizione 2020 del Forum hanno a tal proposito dimostrato un legame coerente, e necessitante, con gli avvenimenti degli ultimi mesi, sollevando questioni di primaria importanza evidenti sin nella scelta dei temi individuati per ciascun tavolo: Dalla città creativa alla città della cura, proposte per nuovi paradigmi relazionali (coordinato da Pietro Gaglianò e Institute of Radical Imagination rappresentato da Marco Baravalle ed Emanuele Braga); È il momento di trasformare l’Italian Council in ente autonomo e a sostegno continuativo. Gruppo di lavoro orizzontale sulla ridefinizione dei campi della ricerca e della produzione artistica e degli strumenti per sostenerle  (coordinato da Matteo Lucchetti e Valerio Del Baglivo); La cosa pubblica: diritto e necessità. Quali prospettive per le istituzioni artistiche? (coordinato da Anna Daneri e Lorenzo Balbi); Nuovi “Istituzionalismi” indipendenti: ripensare il sistema della cultura e dell’arte in termini sociali, politici ed economici (coordinato da Neve Mazzoleni e Aria Spinelli); Quale futuro per il mercato dell’arte? (coordinato da Adriana Polveroni e Cristina Masturzo); Il lavoro nell’arte: se la normalità è il problema (coordinato da Francesca Guerisoli e AWI, Art Workers Italia rappresentata da Elena Mazzi).

Abbiamo intervistato i coordinatori dei sei tavoli di discussione per fare luce sulle strategie di analisi venutesi a delineare all’indomani della plenaria e per fornire uno strumento di lettura ulteriore alle fasi preliminari e susseguenti al Forum. Nella prima parte dell’intervista pubblicata i coordinatori Anna Daneri e Lorenzo Balbi (tavolo 3) e Stefano W. Pasquini, Francesca Guerisoli e AWI, Art Workers Italia rappresentata da Elena Mazzi (tavolo 6) hanno approfondito alcuni temi cruciali: la situazione dei musei e delle fondazioni di arte contemporanea, il sostegno pubblico a istituzioni ed enti museali,  le questioni etiche, retributive, di inquadramento contrattuale del settore delle arti visive.

Forum dell’arte contemporanea italiana 2020 – Photo Courtesy Francesco Scarlata

Angelica Gatto: La chiusura delle istituzioni museali, delle fondazioni, degli istituti di cultura durante il lockdown è stato il colpo di coda di un crollo finanziario che, in alcuni casi, era già preceduto da una situazione contestuale fortemente complessa (mancanza di fondi, gestioni intermittenti e così via). È molto chiaro come per la sopravvivenza del museo e dei luoghi deputati alla fruizione di contenuti culturali in senso più ampio sia necessario ripensare, in maniera profonda, l’istituzione. Quali aspetti stanno emergendo dai confronti che avete proposto sul tema “la cosa pubblica: diritto e necessità”?

Anna Daneri e Lorenzo Balbi: Questa coniugazione tra crollo finanziario e pandemia come causa della chiusura delle istituzioni dell’arte è interessante, perché in qualche modo evidenzia una relazione che si è espressa nel corso dell’emergenza piuttosto che come causa primaria, da ascrivere alla crisi prodotta dal diffondersi globale del covid-19.  E’ vero altresì, come testimoniava Christian Marazzi nelle discussioni del nostro tavolo che: “verso la fine del 2019, c’erano già dei sintomi di bolle sui mercati finanziari, che questa crisi ha permesso di soffocare”. Certo è che le istituzioni artistiche hanno subito un contraccolpo gravissimo e i primi a esprimerlo con una violenza senza eguali sono stati alcuni musei statunitensi, con dismissioni improvvise di impiegati, spesso addetti ai servizi educativi e di relazione con i visitatori, come nel caso del MoMa o del Whitney.  Nella Giornata Internazionale dei Musei, lo scorso 18 maggio, concomitante con la riapertura programmata prevista in Italia, UNESCO e ICOM hanno rivelato che circa il 13% delle istituzioni museali globali delle circa 90.000 chiuse a causa dell’emergenza, non prevedono di riaprire mai più.  Una situazione gravissima, che  in Europa ha delle ricadute relative, grazie a un welfare che sembra riuscire ad assorbirne ancora gli effetti, come dimostra la ricerca effettuata da NEMO.

I lavori del tavolo che stiamo coordinando insieme a Federica Patti e Silvia Simoncelli hanno visto tre sessioni in cui abbiamo raccolto diverse testimonianze di direttori di istituzioni, artisti, curatori, politici e operatori culturali e di altri settori, che hanno messo a fuoco problematiche, visioni e proposte per un futuro che si sta ponendo come particolarmente problematico, considerando che in Italia il sostegno alle istituzioni pubbliche dedicate al contemporaneo proviene in gran parte dalle amministrazioni locali. A questo proposito, stiamo raccogliendo informazioni relative alla ricaduta dell’emergenza sul futuro delle istituzioni attraverso un questionario diffuso anche grazie ad Amaci e al Comitato Fondazioni Arte Contemporanea, che ci aiuterà ad avere un quadro più completo Questionario indirizzato ai musei e fondazioni di arte contemporanea italiani – Forum 2020.  Dalle prime risposte, il quadro che emerge non è molto rassicurante e pare evidente che gli effetti della crisi si prolungheranno, come dichiarato da una delle testimonianze raccolte in forma anonima: “Attendiamo di capire se i finanziamenti pubblici specifici per i progetti saltati saranno confermati, se saranno prorogati quelli che scadevano nel 2020 , speriamo che qualcuno decida di farlo. I finanziamenti privati (istituzione pubblica straniera) per la breve mostra di giugno abbiamo dovuto rimborsarli. Auspichiamo un fondo speciale per tutto questo, molti di noi soccomberanno…”

In generale, quella che si sta profilando è una condivisa necessità di rivedere la propria funzione in relazione a una sempre maggiore connessione con le comunità e i territori di riferimento, un sostegno alla ricerca e alla produzione degli artisti operanti in Italia e una maggiore consapevolezza nell’utilizzo del digitale, che permette la creazione di un dialogo con un pubblico più allargato ma che necessita di una profonda revisione, anche alla luce della necessità di retribuire gli artisti per il lavoro di produzione di contenuti online e offline.

Sarà comunque essenziale un forte sostegno da parte del pubblico, coniugato a forme di defiscalizzazione e semplificazioni legislative che incentivino i contributi dei privati, per garantire il futuro dell’arte contemporanea italiana, in una necessaria nuova visione che la veda parte di un sistema di welfare culturale allargato e che rientri nei piani strategici e di finanziamento per progettare uno sviluppo sostenibile  del paese.

AG: La crisi attuale ha sollevato, direi in maniera piuttosto evidente, un tema che spesso appartiene al grande sommerso del sistema dell’arte contemporanea: il lavoro. Nell’abstract del tavolo vengono chiamate in causa, a buon diritto, le questioni etiche, retributive, di inquadramento contrattuale e fiscale. Quali sono le premesse e quali gli sviluppi ipotizzabili in relazione a una sostenibilità del sistema, che guardi anche alla dignità del lavoro, sia per gli artisti che per i professionisti del settore?

Stefano W. Pasquini, Francesca Guerisoli e AWI, Art Workers Italia rappresentata da Elena Mazzi: Il lavoro da fare è molto, sia all’interno del sistema dell’arte sia in relazione alla politica. Il Ministro Franceschini, rivolgendosi agli artisti nella fase emergenziale, non ha mai menzionato i lavoratori delle arti visive e questo la dice lunga sull’invisibilità del nostro settore. Per poter avere voce dobbiamo innanzitutto fare squadra, unirci e indirizzare alla politica proposte precise. Va tutto costruito. L’Italia non ha ancora recepito lo Statuto sociale degli artisti (risoluzione del Parlamento europeo del 7 giugno 2007), volto alla salvaguardia degli artisti professionisti in Europa. Tra le diverse raccomandazioni, la risoluzione invita gli Stati membri a creare un registro professionale europeo per gli artisti, “nel quale potrebbero figurare il loro statuto, la natura e la durata dei successivi contratti, nonché i dati dei loro datori di lavoro o dei prestatori di servizi che li ingaggiano”. E non c’è nemmeno un’associazione di categoria che dialoghi con la politica e che rappresenti e tuteli i nostri interessi specifici. Crearne una potrebbe essere il primo passo per uscire dall’invisibilità. Rispetto alle necessità interne al sistema dell’arte contemporanea, non è accettabile che il lavoro sia basato su sfruttamento e auto-sfruttamento. Per questo motivo, i lavori del Tavolo sono partiti con l’analisi del Vedemecum Amaci delle pratiche museali per evidenziarne le criticità e immaginarne l’estensione non solo ai musei, ma a tutte le realtà che si avvalgono di prestazioni artistiche, come fondazioni, spazi no profit e associazioni, gallerie, fiere, riviste di settore e così via. Cominciare dalla discussione sul giusto compenso delle prestazioni è il primo passo per rendere sostenibile il lavoro che ognuno di noi svolge. La sfida più importante, per i lavoratori delle arti visive, non riguarda dunque la fase emergenziale, ma è da qui in poi: va rifondato il sistema agendo sul piano strutturale.