• Elisa Strinna, Conversazione sull'origine del tempo, 2013-14. Courtesy Galleria Massimodeluca. Flags, Serra dei Giardini, Venice, ph. credit Yuma Martellanz
  • Ruben Montini, Ricamare una musica già tanto ricamata – Europa, ricamo su carta, 2015 Courtesy l'artista e Galleria Massimodeluca, Venezia - photo credit Yuma Martellanz
  • Ruben Montini, Ricamare una musica già tanto ricamata – Europa, ricamo su carta, 2015 Courtesy l'artista e Galleria Massimodeluca, Venezia - photo credit Yuma Martellanz
  • Ra di Martino Flags, Serra dei Giardini, Venezia 2015 - Courtesy l’artista e Copperfield, Londra - photo credit Yuma Martellanz
  • Ivan Barlafante, Word, 2015, pietra vufer, materiali vari - exhibition Flag - Sierra dei Giardini, Venezia 2015 - photo credit Yuma Martellanz
  • Ivan Barlafante, Il Bosco, 2015, legno e acciaio, Courtesy l'artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia photo credit Yuma Martellanz
  • Ivan Barlafante, Il Bosco, 2015, legno e acciaio, Courtesy l'artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia photo credit Yuma Martellanz
  • FLAGS Installation view, Sierra dei Giordini, Venezia 2015 - photo credit Yuma Martellanz
  • FLAGS Installation view, Sierra dei Giordini, Venezia 2015 - photo credit Yuma Martellanz
  • David Rickard, Early one morning, 2015, alluminio acciaio, corda, Courtesy Copperfield, Londra e Galleria Michela Rizzo, Venezia - photo credit Yuma Martellanz
  • David Rickard, Early one morning, 2015, alluminio acciaio, corda, Courtesy Copperfield, Londra e Galleria Michela Rizzo, Venezia - photo credit Yuma Martellanz
  • David Rickard, British Airspace, cilindri di aria compressa, Courtesy Copperfield, Londra e Galleria Michela Rizzo, Venezia - photo credit Yuma Martellanz

Fino al 6 agosto, la Serra dei Giardini – poco distante dalla sede principale della Biennale di Venezia – ospita la mostra collettiva “FLAGS”, a cura di Elena Forin –LaRete Art Projects, con le opere di Maria Josè Arjona, Ivan Barlafante, Fabrizio Cotognini, Rä di Martino, Ruben Montini, David Rickard, Alessandro Sambini ed Elisa Strinna. Promosso dallo Studio Fabio Mauri, il progetto si apre con una domanda sulla nostra abilità (e coraggio) di andare contro corrente, per “rinegoziare le nostre certezze” di fronte alla rigidità delle prospettive – forse imposte – della storia, della politica e del mercato.

Con l’atto simbolico di “alzare una bandiera bianca”, la mostra – e la raccolta di opere – vuole porsi, metaforicamente, in uno stato di resa, di “cessate il fuoco” o “fine delle ostilità”. Immagine consolatoria, dunque, una bandiera la vento, sintetizza la volontà di quietare gli animi, fermare le malevolenze… ma anche, come esplicita il testo il mostra, per “affermare una scelta volta a non esercitare forme di controllo, a superare le ideologie, e quindi implica la volontà di guardare, cercare e raccontare andando oltre la superficie di rassicurante accettabilità che abbiamo costruito.” Ecco allora che lo stato di resa, in questa ottica – come simboleggia “La Resa”, la bandiera bianca montata su una struttura di tubi innocenti che Fabio Mauri ha realizzato nel 2002 e che è allestita nel giardino antistante la serra – si tramuta in volontà di vedere e considerare la realtà in un modo diverso, fuori dalle convenzioni, imprevedibile.

Le opere sono state installate tra l’esterno e l’interno della Serra, a volte utilizzando lo spazio per le sue specificità, altre volte impiegandolo come fosse una vera e propria galleria. La ricerca spazia dall’immaginario ‘falsato’ di un programma televisivo, nell’opera video di Alessandro Sabatini – che per Flags ha estrapolato un episodio dal più ampio progetto “Replay” – all’installazione “British Airspace” di David Rickard: l’artista propone un’opera che prende in considerazione l’aria come elemento fisico anziche? semplicemente come vuoto, e che riflette sul concetto di estensione territoriale. All’esterno della serra, l’artista presenta anche un’opera in risposta a “La Resa” di Fabio Mauri: “Early one morning”, un’installazione composta da sei giavellotti di alluminio che sono  stati lanciati dal tetto dell’edificio da un lanciatore professionista. David Rickard ha identificato nella sommita? della facciata un punto di vista strategico sull’area indicata dal curatore per l’opera, e da li? ha previsto il lancio dei giavellotti. L’atto di osservare e lanciare tocca metaforicamente concetti come competizione, gioco, attacco e proprieta?.

Ruota attorno alla relazione natura-cultura l’opera presentata in mostra da Elisa Strinna: l’artista padovana, continuando la sua ricerca di misurazione o interrogazione della materia in merito al fattore tempo, presenta “Conversazione sull’origine del tempo”. L’opera consiste nella restituzione sonora delle sedimentazioni di una pietra grazie allo scorrere di una puntina sulla sua superficie. Collezionista e appassionato studioso di libri d’artista, Fabrizio Cotognini ha scelto di concentrarsi sui preziosi fogli di “Manipolazione di Cultura”, un lavoro di Fabio Mauri iniziato nel 1971 e raccolto in un libro edito per la Nuova Foglio di Macerata nel gennaio del 1976. L’opera originale analizza il rapporto tra potere e immagine mediante l’impiego di foto, testo e aree di monocromo nero: Cotognini interviene su questa struttura amplificando da un lato il procedimento “sottrattivo” utilizzato da Mauri nelle aree scure, dall’altro aumentando esponenzialmente l’inserimento di variabili visive.

Ivan Barlafante per Flags ha realizzato due lavori che danno voce a questo scarto percorrendo direzioni differenti anche dal punto di vista visivo: ne Il Bosco, “i tronchi continuano a essere alberi, mentre l’acciaio a specchio, riflettendo la luce, avvicina il cielo alla terra, l’ultraterreno al terreno, il trascendente alla realta?”. Parola invece e?  un grande masso al cui interno c’e? un sistema che ne legge la temperatura e la traduce in un’onda sonica non percepibile dall’orecchio umano ma visibile nel movimento e nel ritmo – quasi quello di un battito cardiaco – dei woofer. Per Flags Ra? di Martino ha pensato a un allestimento del video “Copies re?centes du paysages ancienne / Petite histoire des plateaux abandonne?s” e di fotografie dalla serie “No More Stars (Abandoned Set Pieces)” in cui alcuni dei piu? noti set cinematografici marocchini, mai smantellati e oggi abbandonati, sono presentati come delle vere e proprie rovine archeologiche contemporanee. Costruiti nel deserto e circondati dal nulla, questi siti totalmente artificiali raccolgono architetture congelate nel passato e avvolte da una paradossale ma affascinante insensatezza.

Coerente con la sua ricerca, dove intreccia esistenze individuali, comunita? e contesto sociopolitico, Ruben Montini presenta alla Serra dei Giardini l’opera “Ricamare una musica gia? tanto ricamata – Europa”: l’artista raccoglie gli spartiti di tutti gli inni nazionali europei, li ricama aggiungendo al pattern creato dalle note e dai pentagrammi delle ulteriori variabili visive, e cuce insieme tutti gli spartiti per crearne uno unico. L’opera e? quindi una grande mappa che nella sua forma irregolare manifesta una naturale apertura verso le aggiunte e i cambiamenti che caratterizzano la dimensione piu? profonda di ogni comunita?.

David Rickard,   British Airspace,   cilindri di aria compressa,   Courtesy Copperfield,   Londra  e Galleria Michela Rizzo,   Venezia - photo credit Yuma Martellanz

David Rickard, British Airspace, cilindri di aria compressa, Courtesy Copperfield, Londra e Galleria Michela Rizzo, Venezia – photo credit Yuma Martellanz

Ivan Barlafante,    Il Bosco,   2015,   legno e acciaio,   Courtesy l'artista e Galleria Michela Rizzo,   Venezia photo credit Yuma Martellanz

Ivan Barlafante, Il Bosco, 2015, legno e acciaio, Courtesy l’artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia photo credit Yuma Martellanz

 

Ruben Montini,   Ricamare una musica già tanto ricamata – Europa,   ricamo su carta,   2015 Courtesy l'artista e Galleria Massimodeluca,   Venezia - photo credit Yuma Martellanz

Ruben Montini, Ricamare una musica già tanto ricamata – Europa, ricamo su carta, 2015 Courtesy l’artista e Galleria Massimodeluca, Venezia – photo credit Yuma Martellanz