Monica Bonvicini, Unrequited Love – Installation view at Galleria Raffaella Cortese, Milan, 2019 – Ph. Andrea Rossetti
Kiki Smith, Surge, 2016 – Blackened bronze – 37,5 × 76,2 × 30,5 cm – Courtesy of the Artist and Galleria Raffaella Cortese, Milan

Nel pieno di un’estate bizzarra, carica ancora di inquete incertezze per i motivi che ben conosciamo, riprende la mappatura di Future Interviews’Archive con il contributo di Raffaella Cortese, gallerista milanese tra le protagoniste dell’arte contemporanea nazionale e internazionale.
Nel corso della sua esperienza Raffaella Cortese ha deciso di interessarsi e indagare con profondo impegno di valore politico, un ambito di ricerca che guarda ai linguaggi della performance e del video come medium principali di un processo autoriale di espressione femminista, suggellato dagli incontri, dalle letture e dalle personalità artistiche presenti in galleria.
Dagli studi dell’antico all’attività dedita al contemporaneo quella di Raffaella Cortese è una storia lunga venticinque anni e che coinvolge artiste come Joan Jonas, Kimsooja, Kiki Smith, Yael Bartana, Anna Maria Maiolino, Martha Rosler, Monica Bonvicini e tanti altri.
Quest’anno ricorre l’anniversario della fondazione dell’attività quando, nel 1995, la gallerista aveva inaugurato la sua prima sede in via Farneti con la mostra di Franco Vimercati. Nel 2003 sempre a Milano si apre la nuova sede in via Stradella 7, spazio nato da una vecchia palestra alla quale poi si sono aggiunti dei nuovi locali al civico 1 e 4 sempre nella stessa via.
Nei mesi passati la galleria di Raffaella Cortese ha amplificato e tenuto in costante aggiornamento lo spazio dedicato al web e alla comunicazione con l’inaugurazione della Viewing Room, un archivio virtuale incentrato sulle ricerche multimediali degli artisti della galleria. In vista dei prossimi appuntamenti attualmente è in corso la mostra intitolata L’orecchio di Dioniso con Miroslaw Balka, Simone Forti e Marcello Maloberti, in mostra fino al 18 Settembre 2020.

Oggi ci sono master e corsi dedicati all’arte, alla curatela e al mercato. Lei come si è avvicinata al contemporaneo e qual è la grande lezione da apprendere per entrare in questo mondo?

Il mio punto di partenza è stato l’arte antica. Ricordo che, quando ero molto giovane, uscivano in edicola dei fascicoli dedicati ai grandi maestri del colore, ho iniziato a collezionarli con passione e a nutrirmi delle belle e grandi immagini. Dopo gli studi dedicati alle Arti Visive, ho vissuto una delle esperienze lavorative più significative alla galleria Fonte d’Abisso di Milano, specializzata nel Futurismo. Approfondendo la prima avanguardia e il suo mercato, ho poi conosciuto e abbracciato l’arte del mio tempo, facendola diventare il mio mestiere mentre l’arte del passato, soprattutto quella dell’antica Grecia, rimane un bagaglio culturale significativo nonché un piacere personale. Per me l’Arte, tutta l’Arte, è un’inesauribile fonte d’ispirazione per poter lavorare nel contemporaneo con maggiore consapevolezza. Devo dire che anche la mia esperienza in una casa d’asta milanese è stata importante per comprendere i meccanismi del mercato e le sue dinamiche.

Quest’anno la galleria compie 25 anni di attività. Ora che le limitazioni post lockdown si sono ridotte e ha inaugurato una nuova sezione del sito intitolata Viewing Room, pensa ad altre iniziative per festeggiare il traguardo raggiunto?

Per natura non amo le celebrazioni, ma certo mi piace ripensare a questi 25 anni che vivo nella continuità e in una proiezione verso il futuro. Proprio in questi giorni abbiamo inaugurato un progetto ispirato dal dialogo con Marcello Maloberti durante la quarantena; è un gesto più che una mostra, tre opere sonore, una per ogni spazio espositivo, ciascuno rimasto vuoto. Ci sembrava importante in questo momento fare pulizia visiva, per poi ripartire con uno sguardo più sensibile. L’idea è quindi nata da una contingenza specifica, ma la sperimentazione è sempre stata una mia attitudine.
La Viewing Room è un’espansione degli spazi della galleria che ha lo scopo di arricchirne e raccontarne la vita “fisica”: fino a settembre ospita delle Exhibitions Expanded, approfondimenti dedicati a ciascun artista ora in mostra – Simone Forti, Marcello Maloberti e Miroslaw Balka. Costituisce una sezione permanente del sito, rinnovato quest’anno insieme all’identità visiva, con cui abbiamo introdotto il payoff Still a place, che identifica la galleria come luogo privilegiato dell’incontro. Soprattutto dopo questi mesi di overdose di immagini virtuali, la galleria può tornare ad avere un ruolo di centralità nell’esperienza dell’arte. A fine settembre inaugureremo poi la mostra di Franco Vimercati curata da Marco Scotini, un gesto simbolo del legame profondo che mi lega agli artisti, perché con l’opera di Vimercati ho aperto la galleria nel 1995. Ci sarà una selezione di opere abbastanza rare degli anni Settanta – decennio determinante per la sua ricerca e ancora poco approfondito – e degli anni Ottanta e Novanta. Stiamo ripercorrendo la storia della galleria che sarà una nuova sezione permanente del sito, e riconfigurando l’inventario di magazzino. Significa per me riscoprire opere che risvegliano antichi amori, ricordi e aneddoti. Festeggiamo lavorando, da buona piemontese ho sempre presente le parole dell’Alfieri: “volli, sempre volli, fortissimamente volli.”.

Che idea si è fatta delle fiere on line e del progetto collettivo voluto dai curatori di Artissima 2020 intitolato Fondamenta. Parteciperà all’iniziativa?

Di Fondamenta, a cui partecipiamo, è interessante l’aspetto curatoriale, che è poi una caratteristica di Artissima fin dai suoi esordi. In un momento in cui è necessario arricchire l’offerta digitale, la fiera si è mossa prontamente per dare visibilità alle gallerie, presentate come “fondamentali fondamenta” della fiera. Questo momento potrebbe essere importante per riconfigurare il rapporto tra le fiere e i loro clienti, i galleristi. Un’altra esperienza recente è stata la Viewing Room di Frieze; anche in questo caso abbiamo partecipato con un progetto attento al dialogo fra Silvia Bächli e Luisa Lambri che è stato frutto di un loro intenso incontro e ha ottenuto dei risultati concreti. Da una parte, sono convinta che l’esperienza online non potrà mai sostituire la fiera reale, la cui essenza è proprio sociale ed emozionale e risiede nello scambio e nell’incontro, dall’altra credo che le fiere forniranno alle gallerie Viewing Room sempre più sofisticate, sviluppando tecnicamente questo strumento.

Nazgol Ansarinia, Residential building /Shah-neshin and veranda on Satarkhan highways. Fabrications, in collaboration with Roozbeh Elias Azar, 2013 Plaster, resin and paint 13,5 × 20,5 × 15,5 cm Courtesy of the Artist and Galleria Raffaella Cortese, Milan
Anna Maria Maiolino, Sem Título (Untitled), serie Vida Afora – Fotopoemação (from Vida Afora – Photo-poem-action series), 2006-2012

Negli anni la sua ricerca è stata sempre netta e molto coerente, prestando anche tanta attenzione alle donne e al pensiero femminista nell’arte. Quando e per quale motivo ha abbracciato la causa?

L’attrazione e la dedizione al lavoro delle artiste è stata per me un’inclinazione naturale che si è strutturata nel tempo. Le ricerche profonde, complesse, sensibili, delicate e al contempo estremamente potenti sviluppate dalle loro voci mi hanno sempre trascinata. L’iniziale interesse si è trasformato in una ricerca a cui non ho mai smesso di lavorare con libertà e studio: spero profondamente che la maggiore attenzione di oggi a questi argomenti sia resistente e diventi parte integrante del nostro modo di lavorare e pensare.Mi piace l’idea che il programma della galleria abbia negli anni raccontato il femminismo e il femminile in modo aperto e ampio, attraverso voci estremamente diverse di artiste e artisti, tutti dotati di una sensibilità straordinaria. È un femminile significante quello di Martha Rosler che si espone politicamente, come quello di Monica Bonvicini che riflette anche sulle dinamiche architettoniche del gender. È un femminile esteticamente delicato e concettualmente profondo quello dei lavori miniaturiali di Nazgol Ansarinia, mentre è crudo e poi onirico e fiabesco quello di Kiki Smith. L’incontro con Simone Forti e Joan Jonas ricorda la forza femminile della creatività istintiva, senza filtri né limiti, di una generazione che ha combattuto, come poco dopo Anna Maria Maiolino, per essere donna e artista. E in questo senso, il pensiero va anche ad Ana Mendieta.

Partendo da Carla Lonzi fino al movimento transnazionale del #MeToo, qual è il rapporto tra arte, politica e femminismo nell’Italia di oggi.

Ci tengo a citare Carla Lonzi che alla fine del suo Taci, anzi parla. Diario di una femminista (1978) scriveva: “Adesso esisto. Questa certezza mi giustifica e mi conferisce quella libertà in cui ho creduto da sola e che ho trovato il mezzo di ottenere. Tutte le distinzioni, le categorie che esprimevano appunto il costituirsi della mia identità a partire dal dissenso – non vedevo altra via in quanto donna – non mi appartengono più: faccio ciò che voglio, questo è il contenuto che mi appare in ogni circostanza, non aderisco ad altro che a questo.”. Quasi quarant’anni dopo Chimamanda Negozi Adichie, l’autrice africana di Dovremmo essere tutti femministi, scrive: “Il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere invece di riconoscere come siamo. Immaginate quanto saremmo più felici, quanto ci sentiremmo più liberi di essere chi siamo veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere”. Entrambe parlano di un grande rispetto e di una libertà che mi è cara, che ritrovo nelle pratiche diversificate delle artiste nel mondo. Il #Metoo ci ha dimostrato, in primis, che le nuove voci della storia contemporanea femminista possono contare su strumenti di comunicazione potenti e, in secondo luogo, che il post-femminismo s’intreccia con discorsi di discriminazione razziale, di cui è oggi più che mai consapevole.

Ha molto a cuore il lavoro di Anna Maria Maiolino. Come è stato il primo incontro con l’autrice e quale è il suo punto di osservazione tra l’attualità e la memoria nell’opera dell’artista brasiliana?

Il primo incontro è stato con la sua opera in una mostra collettiva a New York, dove erano esposte alcune fotografie di Anna Maria Maiolino degli anni Ottanta che mi hanno sedotta. Leggendo le didascalie, ho notato che l’artista era nata a Scalea nel 1942 e viveva in Brasile. Questo cenno biografico mi ha incuriosita e la qualità delle opere mi ha spinto a cercarla.

Ho un rapporto molto particolare con Anna, è un’artista che sento frequentemente; è passionale, vera, ironica, e spesso mi trovo ad ascoltare minuti preziosi di infiniti suoi messaggi vocali. Ha un bagaglio di esperienze straordinario – è nata durante la seconda guerra mondiale e da ragazza ha vissuto la migrazione forzata dalla Calabria al Brasile, dove ha sofferto la dittatura degli anni Sessanta-Ottanta. E’ raro conoscere una persona dall’intelligenza emotiva così sottile: il confronto con lei, che ha una grande capacità di ascolto, mi arricchisce sempre ed enormemente. Ricordo che quando il PAC l’ha invitata per una retrospettiva, la prima nel suo paese natale, all’inizio non se la sentiva quasi di tornare. Commossa e timorosa, ha poi accettato. Si è ricongiunta con la sua terra che finalmente l’ha riconosciuta, nonostante la sensazione di abbandono e delusione non l’abbia mai lasciata. Alla luce del suo incredibile trascorso, ha vissuto e sta vivendo con acuta sensibilità questa tragedia. Riguardo al suo punto di osservazione tra l’attualità e la memoria, mi vengono in mente le sue parole in una recente intervista per Arte Mondadori: “Senza dubbio il coronavirus trionfa sulla vita e risveglia in me, donna, madre e nonna, la coscienza collettiva, la responsabilità nei confronti della società. Di fronte a questa grande tragedia pandemica che sta scuotendo il mondo, diventa un’esigenza profonda per me attivare l’arte.”.

Dal 1995 a oggi quali sono stai i traguardi più prestigiosi della sua carriera?

Non parlerei di traguardi perché non mi sento mai arrivata, ma sempre in cammino, con il desiderio di migliorarmi. Per me è molto importante guardare al passato e proiettarlo nel futuro, infatti il mio lavoro con gli artisti è continuativo e ho ancora delle idee che sposteranno il mio percorso in nuove direzioni. Le più grandi soddisfazioni sono legate alle mostre: penso a Cabinet of (2003) installazione che mi ha spinto a cambiare sede e ampliare lo spazio per esporre quest’opera di Roni Horn; alle grandi composizioni di oggetti di Jessica Stockholder presentate nel 2006; a What is at Hand, la personale di Kiki Smith nel 2006 in cui il suo lavoro grafico, estremamente importante ma poco conosciuto, era assoluto protagonista; a Mary Koszmary nel 2008, in cui ho presentato il film di Yael Bartana, il primo capitolo della sua trilogia per il Padiglione della Polonia alla Biennale di quattro anni dopo; ai dialoghi a due voci, come quello fra Helen Mirra e Allyson Strafella nel 2016, fieno fieno fieno, che ha letteralmente stravolto l’architettura della galleria, invasa dalla natura; penso infine a Tre sequenze per voce sola di Francesco Arena (2019) – tre racconti dove storia, tempo e spazio si fondevano, tre opere molto difficili che credevo invendibili, invece è stato un grande successo da tutti i punti di vista. Molte altre mostre sarebbero da citare.
Le più grandi soddisfazioni derivano poi dall’infaticabile lavoro di formare nuove generazioni di collezionisti, di mantenere vitali i rapporti già consolidati e di arricchire le collezioni museali.

Francesco Arena, Tre sequenze per voce sola – Installation view at Galleria Raffaella Cortese, Milan, 2019 – Ph. Roberto Marossi
Yael Bartana, Mary Koszmary Installation view at Galleria Raffaella Cortese, Milan, 2008 Ph. Antonio Maniscalco

Se dovesse fare riferimento ai maestri che l’hanno ispirata, chi citerebbe e perché?

Parto da lontano, dalle memorie di Daniel-Henry Kahnweiler, “Il mercante di Picasso” (1991), una lettura di grande ispirazione. Mi ritrovo in particolare in questo passaggio: “la coscienza di essere non un creatore ma piuttosto, come dire?, un intermediario, in un senso relativamente nobile, se vogliamo, non essendo capace di comporre. Ho ritrovato in seguito nella pittura una possibilità di aiutare quelli che consideravo grandi artisti. Di essere intermediario tra loro e il pubblico, di aprire loro la strada e di evitare loro i problemi materiali”. Insieme alle sue, ho letto le memorie di Ambroise Vollard, che ha lavorato con i Fauves e gli impressionisti e, già alla fine dell’Ottocento, ha scelto di sottrarsi dalle logiche puramente commerciali che regolavano il mercato dell’arte. Mi colpisce di entrambi la consapevolezza di quanto il nostro lavoro sia speciale, amicale, profondamente relazionale, con gli artisti da una parte e con i collezionisti e i curatori dall’altra.

Cosa consiglierebbe a un giovane gallerista?

A un giovane gallerista, di conseguenza, consiglierei di non perdere mai l’attenzione alla sfera emotiva e alla dimensione umana che a mio parere sono fondamentali per intraprendere un percorso di qualità, e distinguono il gallerista che non è solo dealer. Ma, ovviamente, imparare anche a far quadrare i bilanci, poiché la galleria è un’impresa culturale in cui bisogna coniugare creatività e mercato. Inoltre, consiglio di viaggiare molto: Internet dà l’illusione di poter far ricerca stando seduti nel proprio ufficio, ma bisogna fare esperienza dell’arte dal vivo per conoscerla davvero. Infine, è importante osservare i mutamenti costanti del sistema e come questo venga influenzato dall’attività delle multinazionali. Nel contempo, essere attenti anche alle nuove realtà, alle nascenti gallerie e spazi no profit, orientandosi grazie alla conoscenze dei curatori e direttori di musei.

In che modo reagirà il sistema dell’arte contemporanea in Italia a questa crisi?

È molto difficile fare delle previsioni a lungo termine, viviamo tempi instabili. Credo che la realtà museale e il sistema fieristico soffriranno molto perché fiere e istituzioni sono luoghi, per eccellenza, di assembramento e anche perché mancheranno i finanziamenti pubblici e le sponsorizzazioni private. In galleria, posso dire che abbiamo reagito lavorando ancora più intensamente: abbiamo mantenuto vivi e costanti i rapporti con gli artisti, con i collezionisti e con il nostro pubblico in generale, arricchendo l’offerta digitale e poi riprendendo in mano il programma delle mostre… e inventandocene una. Sicuramente, ci stiamo impegnando con interesse a rispondere in modo propositivo al crescente utilizzo del mezzo digitale nel mondo dell’arte contemporanea, ma la gioia più grande sta nel riaccogliere visitatori e collezionisti in galleria e riconoscere in loro un forte desiderio di esperire l’arte. È un segnale che dà grande speranza per il futuro prossimo. Un altro modo di reagire è quello di cogliere l’urgenza di fare sistema, in questo momento più che mai. Mi sono ritrovata molto nelle parole di Paolo Giordano: “l’epidemia ci incoraggia a pensarci come appartenenti a una collettività. Ci obbliga a uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere” e ancora “Nel contagio la mancanza di solidarietà è prima di tutto un difetto d’immaginazione”. Da questa necessità, condivisa nell’incontro con altre gallerie italiane, sono nate delle iniziative; la “Milan Gallery Community”, che è online sulla piattaforma Artsy per tutto luglio e mira a presentare la concentrazione di arte contemporanea di qualità in questo raggio geografico, e una piattaforma “Italics” che sarà estesa ad altre realtà culturali di cui il nostro paese è ricco.

Chi sono gli artisti delle nuove generazioni da tenere d’occhio?

Nonostante la mia ricerca non sia dedicata propriamente ai giovanissimi, seguo con curiosità e interesse diverse gallerie che promuovono anche gli emergenti: ChertLudde e Isabella Bortolozzi a Berlino, Antoine Levi a Parigi, Madragoa a Lisbona, Clima e Fanta a Milano, Ermes-Ermes a Vienna, Veda a Firenze. Due artisti, Riccardo Giacconi di UNA Galleria, Piacenza, e Marco Giordano di Frutta, Roma e due artiste, Alessandra Ferrini e Teresa Cos, sono nomi emersi da una stimolante conversazione con la giovane curatrice Lucrezia Calabrò Visconti. Dialogando invece con Marcello Maloberti, un artista con cui lavoro dagli esordi, che insegna alla NABA ed è un vero talent scout, ho conosciuto il lavoro dei suoi allievi Jacopo Martinotti e Gaia De Megni. Di recente, ho scoperto anche la galleria di Gianmarco Casini, attento alle nuove ricerche che affianca alle riscoperte, e la ricerca di Sara Ravelli, in residenza da Futurdome a Milano. Apprezzo infine il duo Formafantasma: il loro approccio radicale e trasversale alla progettazione è vicino al mondo dell’arte.

Jessica Stockholder – Installation view at Galleria Raffaella Cortese, Milan, 2006 – Ph. Antonio Maniscalco
Martha Rosler, An American in the 21st Century – Installation view at Galleria Raffaella Cortese, Milan, 2019
Helen Mirra and Allyson Strafella, fieno fieno fieno – Installation view at Galleria Raffaella Cortese, Milan, 2016 – Ph. Lorenzo Palmieri
Raffaella Cortese, 2020, ph. Andrea Rossetti