Eugenio Tibaldi, Untitled (2013), vetro 29 x 77 x 15 cm, courtesy l'artista e Galleria Umberto Di Marino, Napoli, ph. Danilo Donzelli

Eugenio Tibaldi, Untitled (2013), vetro 29 x 77 x 15 cm, courtesy l’artista e Galleria Umberto Di Marino, Napoli, ph. Danilo Donzelli

Festival Veronetta, progetto speciale di ArtVerona in città, si espande anche per questa terza edizione nell’omonimo quartiere scaligero – Veronetta – articolandosi su più sedi e in diversi progetti artistici.

Da segnalare sabato 13 ottobre l’anteprima di Path Festival con la proiezione di “Negus”, lungometraggio di Invernomuto per la prima volta a Verona presso Fucina Culturale Machiavelli, a cui segue una serata musicale presso il Colorificio Kroen che vede lo sdoppiamento del duo con il live di Still (Simone Trabucchi) e il djset di Palm Wine (Simone Bertuzzi).
Si ripete e si rinnova il progetto dell’Accademia di Belle Arti di Verona First Step – anch’esso parte di Festival Veronetta – che è giunto alla sua nona edizione e presenta al pubblico le più interessanti ricerche degli studenti. Quest’anno” spiega Marta Ferretti di ABA “il progetto è cresciuto ulteriormente: si intrecciano mostre collettive, personali, laboratori e premi in un dialogo a più riprese tra gli artisti, i docenti e i partner coinvolti. L’invito è affiancare nel percorso di crescita professionale i giovani artisti per conoscere e con empatia guardare al nostro presente.”
Infine, La terza notte di quiete, una mostra diffusa a cura di Christian Caliandro, che nasce dall’intento “di offrire ai visitatori un’esperienza inedita e complessa di Verona e dei suo luoghi […] trasmettendo in modo molto spontaneo e diretto la comprensione del fatto che visitare una città può implicare la disponibilità a diventare ‘cittadini temporanei’ di quegli stessi luoghi.”
La mostra si sviluppa tra via San Nazaro e via XX Settembre e coinvolge negozianti, esercizi commerciali, osterie del quartiere creando una connessione tra arte e vita quotidiana.
Il programma completo di Festival Veronetta si trova qui: https://www.artverona.it/festival-veronetta/
Marco Raparelli, Contemporary Art (2014), tecnica mista su carta, 21 x 30 cm, courtesy Umberto Di Marino, Napoli

Marco Raparelli, Contemporary Art (2014), tecnica mista su carta, 21 x 30 cm, courtesy Umberto Di Marino, Napoli

Alcune domande a Christian Caliandro

Valeria Marchi: Per il terzo anno consecutivo sei chiamato a lavorare su una nuova edizione della “notte di quiete”, progetto #OFF sostenuto da ArtVerona, diffuso nel quartiere di Veronetta all’interno di negozi, luoghi e spazi commerciali in cui l’arte può dialogare con la vita quotidiana. Come immagini il dialogo tra questi due mondi così apparentemente lontani?

Christian Caliandro:  La terza notte di quiete non esisterebbe senza il sostegno della squadra meravigliosa che c’è dietro ArtVerona – in particolare la direttrice Adriana Polveroni, la project manager Sara Benedetti, la responsabile delle pubbliche relazioni Valeria Merighi e da quest’anno Carlotta Fanti. E, ovviamente, senza quello dei proprietari delle attività del quartiere Veronetta (bar ristoranti, negozi), che anno dopo anno partecipano con convinzione e curiosità a questo progetto. Personalmente non credo che l’arte e la vita quotidiana siano lontane: nei loro momenti migliori, anzi, esse riescono a essere la stessa cosa, a identificarsi completamente e profondamente. Diciamo che il modo in cui si è strutturato il sistema dell’arte contemporanea ha teso a scavare questo solco, questa distanza, questa incomunicabilità. È possibile invece non trovarsi a contemplare una situazione espositiva, protetta e prevedibile, ma immergersi in una condizione, mobile e mutevole, aperta: fare esperienza di un’alterazione dei contesti e del loro tessuto umano. Questo è il tipo di interazione tra arte e realtà che mi interessa.

VM: Ci racconti le modalità di coinvolgimento degli artisti in quest’edizione? La scelta di mettere in relazione giovani e giovanissimi delle Accademie di Belle Arti di Verona, Frosinone e Foggia con tre protagonisti della scena nazionale – Elena Bellantoni, Eugenio Tibaldi e Marco Raparelli – è inedita e caratterizza in modo molto interessante La terza notte di quiete: come sarà strutturata questa mostra espansa? Ci sarà la possibilità di vedere le opere degli emergenti accanto ai lavori degli artisti più affermati?

CC:  Sì, naturalmente anche questa idea non avrebbe potuto essere realizzata senza la collaborazione e il sostegno della Fiera; ricordo che quando gliel’ho proposto, mi hanno detto immediatamente: “perché no?” Già, perché no? In un momento in cui gli spazi per gli esordienti assoluti, per gli artisti giovanissimi si sono molto ristretti, mi sembrava importante – e divertente – aprire ulteriormente questo progetto che già nasce per scavalcare alcuni piani, definizioni, limiti che diamo per acquisiti. Così, oltre ai tre artisti che hai citato e che hanno già un loro percorso importante, gli autori più giovani che stanno ancora frequentando l’Accademia e che stanno cominciando a articolare la propria ricerca sono chiamati a cimentarsi con un quartiere tra i più affascinanti della città, con i suoi processi e le sue logiche, con il funzionamento del suo spazio (e penso che molti ventenni posseggano una nozione istintiva, non mediata di questo tipo di approccio). Sono Giulia Apice, Andrea Bonetti, Carmelania Bracco, Valentina Catano, il collettivo Fuscardi (composto da Angela Fusillo, Maria Rosaria Carbone e Antonella Lombardi), Elena Grigoli, Anastasia Guantini, Bruno Lovato, Jennifer Panepuccia, Manuel Picozzi, Anna Ulivi.

Tutto questo allo scopo di dare luogo (se possibile) al non ordinato, all’imprevisto, all’inedito. Il che non vuol dire che debba avvenire per forza, o che ci siano risultati attesi e certi: il bello è proprio questo. Per quanto riguarda l’abbinamento tra artisti e sedi, ogni autore ha scelto il proprio spazio, quindi in questo caso no, non vedremo le opera degli emergenti accanto ai lavori dei mid-career, però vedremo in più di un caso alcune collaborazioni tra i giovanissimi, e questo mi sembra un aspetto interessante.

Ostaria Da Morandin

Ostaria Da Morandin

VM: Incuriosisce l’idea “semplice” attorno cui ruota questo progetto espositivo: un’opera d’arte che si fonde con il contesto perché esiste solo e soltanto in relazione a questo. Dunque può sembrare di cattivo gusto, è utile e inutile allo stesso tempo, può essere vista con uno sguardo distratto, deviato, deviante e superficiale, è indistinguibile dalla vita stessa, quasi mimetizzata nello spazio pubblico. Perché questo ideale di opera d’arte è per te così attuale e contemporaneo?

CC: Lo è perché la nostra esistenza è fatta esattamente in questa maniera: è precaria, provvisoria, invisibile, indeterminata, sfuggente. Facciamo quotidianamente esperienza della divaricazione tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è: perché allora le opere d’arte dovrebbero comportarsi in maniera diversa? Perché dovrebbero essere altro, provenire da un altrove asettico, pulito, puro per essere calate in uno spazio altrettanto asettico, pulito, puro? Del resto, idee del genere non sono neanche particolarmente nuove: per rimanere solo al secolo scorso, basta citare solo Jack Kerouac e la letteratura beat, o un grandissimo scrittore italiano come Goffredo Parise: “Allora non sapevo nulla del mio estetismo, né che l’arte più pura e perfetta che esista sulla terra è quella living, cioè della vita, dell’apparizione fisica in un determinato momento e mai più.” Oppure, Claes Oldenburg: “Sono per l’arte che prende le sue forme dalla vita, che si contorce e si estende impossibilmente e accumula e sputa e sgocciola, ed è dolce e stupida come la vita stessa.”
Ma si potrebbe risalire, in realtà, molto più indietro; tranne che nell’ultimo cinquantennio, l’arte non è stata mai pensata infatti in funzione di “cubi bianchi”, ma è sempre stata in un modo o nell’altro una relazione, un rapporto. Mi sembra quindi che questa fusione, questa mimesi (questa condizione che altrove ho chiamato “essere-presenti-scomparendo”) sia in grado di catturare forse meglio rispetto a altri approcci il senso del contemporaneo, che in breve può essere definito: “che cosa vuol dire essere vivi in un determinato momento”.
Ripeto, credo che vada recuperata e ricostruita – anche nelle sue forme più elementari e vernacolari – la dimensione dell’imprevisto che mi pare si sia un po’ persa, in generale, nell’arte e nella cultura contemporanea: la teoria e la pratica della ricerca, della sperimentazione, implicano necessariamente il rischio, la caduta, la deviazione.

Osteria Da Morandin, via Venti Settembre 144

Osteria Da Morandin, via Venti Settembre 144

Caffè Pedrotti, via Venti Settembre 4

Caffè Pedrotti, via Venti Settembre 4