Konrad Lueg,   Sigmar Polke,   Blinky Palermo and Gerhard Richter in front of Galerie Heiner Friedrich’s “Demonstrative” exhibition at the DuMont Verlagshaus,   Cologne,   13 Sept-8 Oct,   1967. Courtesy Palermo Archive,   Millerton. Copyright Estate Konrad Fischer / Dorothee & Konrad Fischer Collection Düsseldorf.

Konrad Lueg, Sigmar Polke, Blinky Palermo and Gerhard Richter in front of Galerie Heiner Friedrich’s “Demonstrative” exhibition at the DuMont Verlagshaus, Cologne, 13 Sept-8 Oct, 1967. Courtesy Palermo Archive, Millerton. Copyright Estate Konrad Fischer / Dorothee & Konrad Fischer Collection Düsseldorf.ir

Domani, martedì 1 luglio alle 18.30, sarà presentato alla Triennale di Milano (Saletta Lab), Fairland: Explorations, Insights and Outlooks on Art Fair Future. Intervengono: il curatore del libro Francesco Garutti, Stefano Baia Curioni (storico dell’economia, Università Bocconi, Milano) e Vincenzo de Bellis (Direttore Artistico di miart).

Il libro è una raccolta eclettica di sguardi analitici che, coralmente, indagano ed esplorano il paesaggio delle fiere d’arte contemporanea oggi.

Il libro raccoglie saggi brevi, interviste e visual essay di DIS (New York) + Sarah Lookofsky (storico dell’arte, ISP Whitney Museum, New York), Moritz Küng (Critico e curatore d’arte e architettura, Bruxelles) & Heimo Zobernig (artista, Vienna), Kersten Geers (architetto, Office KGDVS, Bruxelles), Franz Schultheis (etnologo, Univeristà del San Gallo), Sarah McCrory (curatrice, Glasgow International), Gabriel Kuri (artista, Los Angeles), Harald Thys & Jos De Gruyter (artisti, Bruxelles), Pablo León de la Barra (Guggenheim UBS MAP Curator for Latin America, New York), Stefano Baia Curioni (storico dell’economia, Università Bocconi, Milano).

Alcune domande a Francesco Garutti

ATP: Mi racconti come è nata l’idea di questo libro? Perché ti sei concentrato proprio sul tema della ‘fiera d’arte contemporanea’?

Francesco Garutti: Ho iniziato a lavorare al libro nel 2013. Vincenzo de Bellis stava inaugurando la sua direzione di miart ed era interessato a pubblicare un piccolo volume che provasse a indagare il formato della fiera oggi. Mi è sembrato interessante progettare una raccolta di storie con un formato che fosse esplicitamente self-questioning: la fiera immagina e ripensa se stessa in un momento da un lato di crisi e ridefinizione globale e dall’altro di trasformazione interna con il cambio della direzione. Si trattava di un momento propizio per provare a raccogliere in modo indisciplinato immagini eterogenee e ragionare sul presente e sul futuro. Il mio interesse per il tema ruota poi intorno a due ragioni: le fiere guidano e ordinano oggi il calendario globale dell’arte, accendono di frenesia le città che le ospitano, sono l’origine di progetti paralleli che spesso si muovono secondo logiche inattese proprio perché il motore economico che le innesca è anomalo. Producono opere, sono luoghi d’incontro e scambio, stanno trasformando sottilmente le strategie di lavoro degli artisti. Se dunque sono le fiere oggi più che mai i momenti catalizzanti del sistema, provare a studiarne forma e contenuto è un modo per capire molto del nostro presente. Forse avremmo potuto fare lo stesso tipo di libro alla fine degli anni ’90 sulle Biennali o sul museo dopo Pompidou. Inoltre ogni fiera è un pezzo solido del mondo dell’arte, un modello dove tutto accade in una forma in qualche modo estrema, forzata, ma per questo rivelatrice e molto secca. Le luci abbaglianti, la selezione, il denaro, le gerarchie così evidenti.

Un’ultima nota: sono un grande appassionato dell’opera di Louise Lawler. Delle sue fotografie di altre opere, degli ambienti ambigui delle case d’aste che sceglie di guardare, dello spazio vuoto tra le cornici di due quadri, dell’intonaco bianco tra le didascalie, delle immagini laterali delle sale del museo e dei suoi guardiani, dei depositi e degli uffici dei galleristi, dei retri dei booth e delle sale di lavoro dei battitori d’asta. In fiera, l’esperienza visiva del visitatore è a mio modo di vedere molto simile a quella che le foto di Louise Lawler riescono a produrre. Louise Lawler ci invita a osservare l’opera sempre in modo indiretto: attraverso la mediazione dello sguardo del gallerista, dell’iPad dell’assistente di galleria, mentre altri comprano, mentre altri sfogliano cataloghi, o sorseggiano champagne, mentre le persone che compongono il sistema stesso dell’arte si muovono e telefonano, sostituiscono pezzi o cambiano il display dei lavori. L’esperienza dell’opera è fortemente mediata dalle persone e dalle infrastrutture che le girano intorno, dal mondo che la circonda. E in fiera tutto questo è molto evidente, si rivelano fisicamente i “mondi dell’arte” di cui parla Howard S. Becker. E’ a mio modo di vedere decisamente interessante.

ATP: Il libro è stato strutturato come una raccolta di saggi, conversazioni e visual essay di autori e mondi provenienti da diverse discipline. Che nessi hai tracciato tra diverse  discipline come la sociologia, la curatela, la storia dell’economia con l’arte e l’architettura in relazione al ‘meccanismo’ fiera?

FG: Fairland non cerca di costruire una teoria né si propone come una lettura esauriente sul complesso panorama delle fiere oggi. Se Paco Barragán con il suo “The Fair Age” racconta la trasformazione di uno scenario e più recentemente Isabelle Graw con “High Price” racconta la fiera come un frammento di un nuovo modello d’industria della visione, Fairland cerca in verità cerca uno sguardo obliquo: la molteplicità dei punti di vista per provare a raccogliere idee in modo incrociato. Il libro è una piccola raccolta di storie, racconti, letture del presente e visioni molto diverse tra loro per taglio critico, formato, ma anche per registro narrativo.

Il saggio breve di Stefano Baia Curioni è seguito da un’immagine di DIS costruita e scattata nello stand di Gagosian a Frieze London 2012 e dalla lettura quasi investigativa per frammenti e dettagli che ne fa Sarah Lookofsky per ragionare sull’opera e sul suo valore. Il breve testo di un architetto come Geers si carica secondo me ancor più di senso dopo aver letto le piccole utopie di una curatrice come Sarah McCrory. La narrazione concitata di Pablo León de la Barra – il racconto in prima persona delle fiere sudamericane come modo per ragionare sul presente e sulle potenzialità del formato – segue l’astrazione comica e inquietante dei disegni bianchi di Thys & De Gruyter.

Se pensassimo al territorio della fiera come a un modello d’architettura l’etnologo Franz Schultheis sembra osservarlo per Fairland da dietro le quinte, Kersten Geers lo ridisegna in pianta, Gabriel Kuri lo descrive attraverso uno story-board – il racconto di due bambini – quasi come fosse uno stato mentale o forse un ricordo.

ATP: C’è un aspetto che mi interessa particolarmente: la fiera come possibile “laboratorio d’indagine del presente dell’arte e metafora del nostro tempo”. Mi spieghi brevemente questo concetto?

FG: La fiera è un laboratorio se interpretata come una riproduzione in miniatura del sistema. Tutto al suo interno accade velocemente, in un solo spazio, allestito temporaneamente. Per studiare un fenomeno, utilizzare un modello nel quale fare reagire degli agenti, è spesso la forma più efficace.

ATP: Il libro presenta dodici punti di vista diversi sulla fiera, raccontati da curatori (Pablo León de la Barra, Sara McCrory), artisti (Gabriel Kuri, Heimo Zobernig), un architetto (Kersten Geers), una storica dell’arte (Sarah Lookofsky) solo per citarne alcuni. A loro è stato chiesto non solo una riflessione critica, ma anche di ipotizzare un ipotetico futuro sulla fiera d’arte contemporanea. Cosa è emerso dalle loro visioni?

FG: Ho chiesto loro di immaginare il futuro con leggerezza. Tra utopia, analisi e radicalità. Gli esiti sono in alcuni casi complementari in altri diametralmente opposti. Zobernig, forse il primo artista a disegnare, come opera, l’intero booth di una fiera a Chicago nel 1990 per Peter Pakesch, si scontra con Küng sulla forma del display commerciale. Zobernig ossessionato dall’idea della griglia pura contro il curatore svizzero che sembra sognare un modello di spazi per il mercato disegnati ad hoc citando il modello di “Von hier aus”, la potente mostra di Kasper Koenig sull’arte tedesca allestita meravigliosamente dall’architetto Herman Czech negli spazi proprio della fiera di Düsseldorf nel 1984. Lookofsky racconta tra realtà e distopia di “SeaFair”, una nave da crociera dell’arte che si muove in acque internazionali sfruttando una valuta globale, Kersten Geers riflette in modo sottile sulla fiera come “interno”.

ATP: Nella costruzione del libro racconti anche la genesi della fiera d’arte. Dove e quando è nata quella che sarebbe diventata la fiera d’arte contemporanea che la conosciamo oggi?

FG: Nel pezzo di Stefano Baia Curioni e nella mia introduzione s’intrecciano brevi frammenti della storia di Kunstmarkt 1967 a Colonia. La prima fiera d’arte che precede Art Basel e che imposta un modello del tutto simile a quello che oggi conosciamo bene e che sorprendentemente ha la sua vera origine durante Documenta 2.

Pensando alla storia di quegli anni mi sono appassionato alle vicende legate alla prima contro-fiera o mostra parallela della storia dell’arte contemporanea che è Demonstrative ’67. Presentata esplicitamente al pubblico come una forma di protesta contro la selezione di Rudolph Zwirner e Stünke per Kunstmarkt, si rivelò subito come un interessante corollario al tema del mercato messo in scena da artisti come Richter, Polke, Palermo, Twombly, Lueg e Ruthenbeck. La fiera delle opere-merci aveva generato un evento parassita in vetrina che da un lato ne criticava i contenuti, i criteri e i meccanismi di funzionamento, dall’altra ne celebrava il potere e la capacità seduttiva.

ATP: Nella gestazione del libro, hai scoperto perché il ruolo delle fiere è diventato sempre più importante nel sistema dell’arte contemporanea?

FG: Ai quattro motivi ben sintetizzati a mio modo di vedere da Georgina Adam (FT columnist e Editor at Large “The Art Newspaper”) – la necessità per le gallerie di offrire “al volo” i pezzi per fronteggiare il potere delle case d’aste; il desiderio di estendere le proprie vendite velocemente a scala globale; la volontà di costruire contatti e il bisogno di essere presenti tra le pieghe di un calendario trainato da eventi dal carattere decisamente temporaneo ma che consentono di essere bene in vista – aggiungerei il crollo del modello curatoriale ed economico delle biennali e la natura della fiera come motore di attività ad essa parallele.

ATP: Cosa pensi di quei (pochissimi) galleristi che si rifiutano di partecipare alle fiere d’arte; coloro che non scendendo a compromessi con la legge ‘non scritta’ che prevede che solo partecipando ai grandi eventi fieristici si è legittimati nel sistema dell’arte?

FG: Sarei curioso di sapere se quei pochi si rifiutano per scelta o se le loro application sono state magari spesso sfortunatamente respinte. E’ indubbio che l’idea stessa di “selezione” non solo regola la fiera, ma ne disegna forma e contenuto. L’etnologo Franz Schultheis nel suo saggio esplora a fondo il tema dell’esclusione e Baia Curioni definisce in modo secco i principi e le leggi senza le quali la fiera stessa non potrebbe esistere: “selezione”, “comunità”, “regolamentazione” ed “eccezionalità”.

Personalmente posso dire di essere affascinato dai meccanismi che disegnano il “territorio” della fiera, dall’idea di hub commerciale che questa rappresenta, alla densità anomala dei booth che mi ricorda le atmosfere visive della stock photography, ma credo fortemente allo stesso tempo alla crescita di un modello opposto come quello del “ritiro” (retreat). Credo nella possibilità di far convivere gli opposti.

“Fairland: Explorations, Insights and Outlooks on Art Fair Future”

un libro a cura di Francesco Garutti commissionato da miart

Koenig Books, Londra & Mousse Publishing, Milano, 2014

Fairland Explorations,   Insights and Outlooks on Art Fair Future - Koenig Books,   Londra & Mousse Publishing,   Milano,   2014

Fairland Explorations, Insights and Outlooks on Art Fair Future – Koenig Books, Londra & Mousse Publishing, Milano, 2014