Installation view, Searching for myself through remote skins, Renata Fabbri, 2018, Milano

Installation view, Searching for myself through remote skins, Renata Fabbri, 2018, Milano

Prosegue fino al 7 luglio la mostra Searching for myself through remote skins, la collettiva a cura di Bianca Baroni che raccoglie le opre di Rebecca Ackroyd, Gabriele Beveridge, Bea Bonafini, Irene Fenara, Beatrice Gibson, Lydia Gifford, Goldschmied & Chiari e Catherine Parsonage. Ospitata negli spazi della galleria Renata Fabbri, la mostra raccoglie opere che indagano, approfondiscono e raccontano – in modo spesso imprevedibile – concetti quali l’intimità, le gestualità ed i rituali che governano non solo i rapporti tra le persone ma anche le relazioni tra gli artisti e le loro opere.
Nella lunga intervista che segue, la curatrice ci spiega le motivazioni che l’hanno ispirata – un libro in particolare, di Luce Irigaray,  “Elogio del toccare” -, il suo punto di vista sulla senso del tatto e sul concetto di fisicità-vicinanza; il perchè della scelta delle nove artisti (tutte donne!): “Credo che, nonostante la diversità delle loro rispettive ricerche, queste autrici condividano una certa sensibilità verso le tematiche chiave della mostra. In altre parole, ognuna di loro si confronta diversamente con concetti che sono fondamentali alla narrativa del progetto: la rappresentazione del corpo e del piacere femminile, il ruolo dell’esperienza tattile nei processi di produzione artistica, il trade-off tra oggettivazione del corpo e realtà organica dello stesso, lo status dell’arte in relazione alla sfera intima del soggetto, ecc.”

ATP: Per la curatela della mostra “Searching for myself through remote skins”, ti sei ispirata al libro della filosofa, linguista e psicoanalista, Luce Irigaray “Elogio del toccare”. Cosa ti ha affascinato della sua teoria secondo la quale il valore del senso del tatto può restituire all’uomo una risorsa quanto mai preziosa per il suo agire sociale e, più in generale, per il suo stare al mondo?

Bianca Baroni: Uno degli aspetti che più mi ha colpita ed incuriosita di questo testo di Irigaray è la contrapposizione che l’autrice propone tra vista e tatto, tra esperienza estetica e incontro fisico con l’altro. In particolare Irigaray osserva come, nella nostra cultura, l’intimità tra due soggetti sia innanzitutto determinata dalla vista, come se il contatto fisico fosse solamente una conseguenza, un aspetto ancillare rispetto all’apprezzamento estetico di un soggetto. Al contrario l’autrice ribalta questa presunta gerarchia, definendo la vista come una tensione verso il possesso dell’altro e il tatto come la più autentica forma di condivisione e reciprocità.
Credo che le osservazioni di Irigaray incoraggino necessariamente a riflettere sull’apparato di condizionamenti culturali che determinano il nostro concetto di intimità, le gestualità ed i rituali che riserviamo ai nostri rapporti “intimi”. Soprattutto credo che la scrittrice apra il campo ad una serie prospettive, non solo rilevanti rispetto alla nostra esperienza emotiva ed erotica, ma che di fatto parlano anche del fare e dell’esperire arte.

Basti pensare al rapporto che lega l’artista alla propria opera, le routine che vengono messe in atto all’interno dello studio, il legame che può svilupparsi nei confronti di un particolare lavoro o di un corpo di lavori, l’intensità emotiva che spesso definisce il processo di creazione di un’opera nel breve o lungo termine. Analogamente, pensando al modo in cui ci approcciamo ad un’opera d’arte in contesti diversi – siano questi una galleria, un museo, o addirittura uno spazio domestico nel caso di una collezione privata – non può che venirmi in mente l’apparato di norme che ci portano a “distanziarci” dall’opera. Precauzioni e misure che, in molti casi sono assolutamente ragionevoli e doverose per preservare l’opera stessa, ma che di fatto impattano inconsapevolmente il modo in cui ci relazioniamo a diverse forme d’arte. Come concepiamo il nostro incontro “fisico” con un oggetto di creazione artistica e come “posizioniamo” il nostro corpo rispetto ad esso quando entriamo in uno spazio espositivo.

Installation view, Searching for myself through remote skins, Renata Fabbri, 2018, Milano

Installation view, Searching for myself through remote skins, Renata Fabbri, 2018, Milano

ATP: Sottovalutato dai più per lungo tempo, soprattutto in occidente, il tatto, sempre secondo la Irigaray, è un’energia vitale che possediamo ma che conosciamo e utilizziamo poco. Nelle opere in mostra è sottesa questa importante ‘energia vitale’? Mi fai degli esempi di opere che più di altre ne manifestano il potenziale?

BB: Assolutamente sì, molte delle opere in mostra sottendono una definizione di tatto quale energia vitale. Basti pensare al lavoro ambientale e site-specific di Bea Bonafini, la quale ha creato un tappeto intarsiato che occupa un’intera stanza della galleria, obbligando quindi i visitatori ad entrare in contatto diretto con l’opera, rimuovendo le scarpe e percorrendo lo spazio in cui è installata. In questo caso credo proprio che l’incontro “fisico” e “tattile” con il lavoro sia fondamentale ad un suo pieno apprezzamento. In un certo senso, il tatto entra indirettamente anche nella riflessione che sottende “Agatha”, l’opera video di Beatrice Gibson. Nelle sequenze di questo lavoro, Beatrice ripercorre un sogno del compositore Cornelius Cardew, una narrazione immaginifica che parla di un’isola abitata da soggetti che non comunicano verbalmente ma bensì attraverso gestualità e manifestazioni corporee diverse: ad esempio la velocità della propria camminata o la trasformazione del colore della pelle. Si tratta quindi di un lavoro che immagina ed esplora una forma di relazione con l’altro che favorisca l’uso del corpo e si articoli in maniera fondamentale a partire a esso.

Tuttavia il progetto non intende in alcun modo offrire una rappresentazione letterale del tatto quale esperienza fisica trainante all’interno di un rapporto intimo…direi piuttosto che l’idea di tatto, di fisicità ed intimità stabiliscano una sorta di template, un framework concettuale al quale ciascuna opera si avvicina in modo diverso. Alcuni dei lavori sembrano dare voce a tali spunti concettuali, mentre altri li decostruiscono, li distorcono o addirittura li contraddicono. In alcuni casi ad esempio il tatto viene astratto completamente dall’esperienza fisica per divenire pura suggestione. Ne è un esempio il lavoro di Gabriele Beveridge in cui, la sensazione di una pelle perfettamente liscia ed uniforme viene simulata in una serie di immagini pubblicitarie, rappresentazioni che si rivelano “disumanizzanti” rispetto alla realtà del corpo femminile. La reminiscenza di una sensazione tattile viene qui manipolata per dare forma ad un’immagine idealizzante.

Installation view, Searching for myself through remote skins, Renata Fabbri, 2018, Milano

Installation view, Searching for myself through remote skins, Renata Fabbri, 2018, Milano

ATP: In mostra l’esplorazione della dimensione tattile si esplicita nei gesti che definiscono il processo artistico. In particolare, quale artista esplicita questa evoluzione?

BB: L’idea di tatto e di contatto fisico come fulcro di una gestualità artistica è particolarmente presente nel lavoro di Lydia Gifford. Le sue sculture così come le sue pitture materiche sono frutto di un confronto fisico con oggetti e sostanze diverse. L’artista non solo misura se stessa come in una sorta di “braccio di ferro” con i materiali, ma interviene sulle loro proprietà fisiche, trasformandone le superfici, la consistenza e navigando queste trasformazioni per registrare i propri interventi. Fogli di cartone e compensato vengono forzati all’incurvamento, e riconfigurati in forme che simulano la vulnerabilità e la caducità di un corpo organico; analogamente panneggi ed altri materiali morbidi vengono trattati in modo tale da divenire ruvidi e inflessibili. Nelle fisicità discontinue che definiscono ciascuna sua opera, si legge una coreografia di gesti e movimenti, ciascuno attinto dalla sfera domestica/intima dell’artista e ripercorso nel contesto dello studio.

ATP: La mostra presenta nove artisti di formazione e sensibilità differenti. Come le hai scelte in relazione al concetto della mostra? Hai selezionato le opere o, in alcuni casi, le artiste hanno lavorato ad un’opera sviluppando il concetto di ‘tattilità’?

BB: Si tratta di un gruppo di artiste che stimo, seguo con attenzione e con le quali desidero lavorare da molto tempo. Credo che, nonostante la diversità delle loro rispettive ricerche, queste autrici condividano una certa sensibilità verso le tematiche chiave della mostra. In altre parole, ognuna di loro si confronta diversamente con concetti che sono fondamentali alla narrativa del progetto: la rappresentazione del corpo e del piacere femminile, il ruolo dell’esperienza tattile nei processi di produzione artistica, il trade-off tra oggettivazione del corpo e realtà organica dello stesso, lo status dell’arte in relazione alla sfera intima del soggetto, ecc.

Per quanto riguarda la selezione delle opere, la scelta o sviluppo di ciascun lavoro è frutto di una conversazione e di un confronto diverso. In alcuni casi i lavori sono stati commissionati o prodotti appositamente per questa mostra. Nel caso di Bea Bonafini avevo visto una sua installazione simile presso la Zabludowicz Collection di Londra e le ho chiesto di pensare ad un lavoro altrettanto ambizioso che rispondesse alla proposizione curatoriale che stavo sviluppando. Analogamente, I dipinti di Catherine Parsonage sono frutto di varie conversazioni avvenute nei mesi antecedenti al progetto: inizialmente le avevo accennato il mio interesse a riflettere e dare voce alle posizioni di Irigaray. Questo ha costituito un incipit fondamentale per la produzione stessa di Catherine, i cui lavori spesso cristallizzano e catturano frangenti diversi di testi narrativi o teorici. “Husk” di Rebecca Ackroyd è stato selezionato da una serie di disegni che l’artista ha realizzato negli ultimi anni; in particolare mi sono soffermata sui suoi disegni perché ritenevo che, per in termini di soggetto, avessero un rapporto più significativo con l’identità visuale e concettuale della mostra. Nella maggior parte di questi lavori raffigurazioni di motivi vegetali si mescolano e si confondono con elementi ed ambientazioni ibride, alcune delle quali ricordano superfici e cavità di un corpo umano.

Installation view, Searching for myself through remote skins, Renata Fabbri, 2018, Milano

Installation view, Searching for myself through remote skins, Renata Fabbri, 2018, Milano

ATP: Quali opere indagano materiali e oggetti concepiti in relazione al corpo e alle ritualità domestiche che lo coinvolgono?

BB: Sicuramente l’opera che più di altre indaga la concezione di un oggetto in relazione al corpo è “Enjoy” del duo Goldschmied & Chiari, le quali presentano una scultura in resina siliconica che riprende le forme di un classico dildo femminile. L’opera appartiene ad un filone di ricerca particolarmente focalizzato sull’esplorazione e rappresentazione del piacere femminile. Inoltre mi sembra opportuno citare nuovamente le opere di Lydia Gifford, in cui l’artista spesso utilizza asciugamani, stracci o altri materiali analoghi che sono pensati in funzione al corpo e alle routine domestiche che lo interessano. Inoltre, come ho accennato prima, molti suoi lavori emergono da una performance di azioni o movimenti che lei estrapola dalla sua vita domestica e ripropone all’interno del proprio studio.

Tuttavia, tra le opere in mostra, le immagini di Irene Fenara sollevano questioni particolarmente rilevanti e “scottanti” che riguardano il concetto di domesticità nell’esperienza contemporanea. Irene espone due stampe fotografiche tratte dal suo recente progetto “Photo from surveillance camera”, una collezione di immagini che l’artista ha raccolto intercettando i circuiti di diverse telecamere di sorveglianza sparse per il mondo. Semplicemente utilizzando dei codici standard di prodotto, Irene è riuscita quindi ad aprire uno spiraglio su spazi domestici diversi, suscitando una riflessione su quella che è la nostra concezione odierna di intimità e privacy, e sul significato che questi due concetti acquistano in relazione al nostro desiderio di sicurezza e di un consumo digitale costante.

ATP: Mi incuriosisce molto la relazione tra il concetto di “intimità”, “tatto” e “definizione della proprio identità”. Una triangolazione né semplice né facile da articolare. Sempre in riferimento ai lavori in mostra, quale opera da voce a questa dinamica?

BB: La triade a cui fai riferimento costituisce un’altra delle riflessioni chiave del testo di Irigaray. L’autrice infatti sostiene che l’esperienza tattile del proprio corpo costituisca un passaggio fondamentale per entrare in intimità con se stessi e quindi acquisire una maggiore coscienza di sé.
Io credo che siano proprio le opere di Gabriele Beveridge a dare voce a questa dinamica, seppur distorcendola e capovolgendola completamente. Come accennavo prima, le foto-installazioni o foto-sculture di Gabriele guardano in particolare al linguaggio pubblicitario e alla sua tendenza a trasformare il corpo in oggetto. Quel processo di oggettivazione legittimato per mezzo della propria sistematizzazione, genera modelli di identificazione che non emergono dall’incontro tra il soggetto e la realtà del proprio corpo, ma sono bensì il prodotto della sua alienazione da tale realtà, della sua tensione verso un ideale astratto.

Bea Bonafini, Slick Submissions, 2018  - Renata Fabbri, 2018, Milano

Bea Bonafini, Slick Submissions, 2018 – Renata Fabbri, 2018, Milano

Irene Fenara, Photo from surveillance camera, 2018, stampa digitale su carta politenata, cm 50x90 courtesy l’artista

Irene Fenara, Photo from surveillance camera, 2018, stampa digitale su carta politenata, cm 50×90 courtesy l’artista

Beatrice Gibson, Agatha, 2012, 16 mm trasferito in HD Video, 14 minuti courtesy l’artista

Beatrice Gibson, Agatha, 2012, 16 mm trasferito in HD Video, 14 minuti courtesy l’artista

Gabriele Beveridge Perfect Clearance Towering, 2018, poster, vetro soffiato, acciaio, cm 39x62x23 courtesy l’artista

Gabriele Beveridge Perfect Clearance Towering, 2018, poster, vetro soffiato, acciaio, cm 39x62x23 courtesy l’artista