Inside,   Palais de Tokyo. Eva Jospin,   Forêt,   2014. Photo © André Morin

Inside, Palais de Tokyo. Eva Jospin, Forêt, 2014. Photo © André Morin

Veronica Lombardi ha intervistato l’artista parigina Eva Jospin, in occasione della sua partecipazione alla mostra collettiva “INSIDE”, ospitata al Palais de Tokyo (Parigi) fino al 11 Gennaio 2015

Veronica Lombardi: Mi racconti qual è la natura del tuo lavoro e perché utilizzi il cartone nella tua ricerca?

Eva Jospin: Tutto è iniziato quando mi sono spostata nel mio studio attuale, con il trasloco ho dovuto confrontare il mio lavoro con delle nuove problematiche, tra queste la dimensione. Prima stavo facendo un percorso un po’ diverso; da delle basi pittoriche mi stavo concentrando sui collage e sulla scultura. I miei lavori erano piuttosto piccoli, così arrivando in uno studio molto più spazioso, ho sentito il bisogno di iniziare a produrre pezzi più grandi e quindi ricercare metodi diversi per la produzione. Una delle difficoltà dell’arte contemporanea di oggi è la produzione, perché magari hai delle belle idee, però hai bisogno dei mezzi, di un video proiettore, del materiale…di tantissime cose che in realtà costano un sacco di soldi e che non sono alla portata di tutti. Più cercavo dei finanziamenti, dei metodi di produzione diversi, non fatti da me direttamente, più avevo l’impressione di perdere il contatto con quello che stavo facendo. Penso sia stato in quel momento che mi sono accorta delle pile di cartone che avevo messo da parte nello studio, dopo il trasloco. Ho guardato queste sovrapposizioni di carte e ho cominciato a pensare che ci sarebbe stato qualcosa da fare, che sarebbe stato interessante lavorare su quegli strati. Ho iniziato allora a lavorare in questa direzione, scomponendo un’immagine attraverso il primo e il secondo piano, un po’ come nelle scenografie, ero interessata agli strati di fondo, alla profondità delle immagini.

In una delle prime figure che ho utilizzato era presente un uomo, in un bosco, che teneva un fucile e insegnava a sparare ad un bambino. Una scena un po’ bucolica, dove il padre, attraverso un gesto tenero, insegnava al figlio a servirsi di un’arma. Ha attirato la mia attenzione il bosco nello sfondo e ho subito pensato a come sarebbe stato incredibile poterlo riprodurre in grande. Dopo altri pezzi del genere ho provato veramente a costruire questo bosco, non avevo la minima idea del tempo che mi avrebbe preso. E’ iniziato così un tipo di lavoro senza fine, nel quale però ho risolto molte problematiche che avevo precedentemente.

VL: Come si è sviluppato il tuo percorso artistico?

EJ: I miei studi alle Belle Arti di Parigi sono iniziati con un approccio molto classico alla pittura, tuttavia sentivo il bisogno di scoprire il mio universo e allo stesso tempo avevo voglia di rappresentare le cose in modo diretto. Ero alla ricerca di una forma espressiva che potesse essere contemporanea, ma allo stesso tempo atemporale, sono stata attorno a questa questione per molto tempo. E’ un processo difficile, nell’arte ancora più che nella musica e nel cinema, perché i mezzi che si possono utilizzare, l’offerta che si può avere nella creazione, varia più che a trecentosessanta gradi, può essere tutto, un pensiero, un odore, una rappresentazione, un oggetto…questa infinità di possibilità è positiva, regala una grande libertà, ma è anche una situazione che rischia di creare una specie di conformismo. Anche se credi di evitarlo, non ti ci puoi sottrarre, perché vai verso ciò che è di tendenza, o che fa contemporaneo, o che fa vendere, è difficile provare a cercare una voce personale. Essendo sempre stata affascinata dalla pittura ad olio e alle diverse profondità che può mostrare, ho cercato di riprendere questi effetti attraverso l’altorilievo. Utilizzando l’altorilievo, oggi un po’ in disuso, posso considerare la mia attività ancora legata alle pratiche classiche, al disegno e alla scultura, tecniche che ho personalizzato, trovando e inventando come trasformare una materia sempre uguale restituendogli cento modi diversi di farla apparire.

VL: Sono presenti delle influenze artistiche particolari nel tuo lavoro?

EJ: Ho molte influenze, ma non credo di essere direttamente condizionata da artisti, sono piuttosto influenzata da momenti della storia dell’arte, dall’architettura, dalle città e dai giardini, sopratutto dall’idea dei giardini, cioè quel momento in cui si mescola la mano dell’uomo e la natura. Gli uomini hanno sempre voluto controllare la natura per farne un’opera d’arte, per farla combaciare a certi canoni di bellezza, ad un certo tipo di spazio. Ed è molto interessante, sono forse toccata più da queste cose. Inoltre, essendo una parigina nata e cresciuta a Parigi, ho sempre considerato la campagna come un’occasione per evadere dalla vita cittadina, queste foreste formano il mio piccolo giardino interiore, un luogo segreto, legato all’inconscio.

Lavorando, per settimane, alla loro creazione, queste diventano come un piccolo universo, è come se mi aprissi, nello studio, uno spazio, una finestra, e questo spazio interiore si collega ad una natura che per me è molto presente e forte, ma è anche fonte di un’opposizione, di una cosa che non è raggiungibile, un po’ come un paradiso perduto.

VL: Cosa vorresti suscitare nello spettatore delle tue opere?

EJ: Ritengo che la meta dell’arte, del cinema, del teatro, sia quella di far apparire un mondo. Sono soddisfatta del mio lavoro, perché è il linguaggio con il quale mi volevo esprimere, un linguaggio diretto, che ritengo sia diventato sempre più raro nell’arte. Se cinquanta, sessant’anni fa era più facile trovare opere dirette e quindi era più interessante provare altre vie d’espressione, oggi è più raro vedere lavori che non hanno bisogno di un foglio per essere capiti, opere che parlino a tutti, anche a chi non conosce l’arte; penso che se sono riuscita in qualche cosa, sia in questo, parlare all’immaginario, alle persone.

Credo sia una cosa molto forte, oggi, riuscire ancora ad essere emozionati davanti all’arte, perché si è già prevenuti in partenza, la maggior parte delle persone che va a vedere arte sa che potrebbe trovarsi di fronte opere che puntano allo scandalo, dove forse si parlerà di sesso, di ingiustizia, di economia, te lo aspetti. A quel punto la provocazione diventa sempre più difficile, anche un po’ banale, ogni tanto ho l’impressione che certi artisti si dimenticano che tutto questo ormai è scontato. Non siamo i Dada, non siamo in un mondo in cui la gente scopre che esistono altri modi di comunicare. Già dal tempo degli espressionisti il pubblico si aspetta la provocazione degli artisti, sono passati quasi centocinquanta anni. Dunque non può più essere questa la problematica, si deve uscirne, le opere devono avere un senso per se stesse, non per quello che l’artista spera di provocare.

VL: Ti confronti con altri artisti contemporanei parlando del tuo lavoro?

EJ: Un po’, non molto. Gli artisti che sono attorno a me, che vedo, sono i miei amici, abbiamo un lavoro molto diverso, quindi condividiamo di più la nostra vita, le idee comuni sul cosa significhi lavorare, la soddisfazione o l’insoddisfazione del lavoro. Sento comunque molti artisti che hanno delle preoccupazioni simili alle mie, ma non ritengo di appartenere ad un gruppo, io ho fatto il mio lavoro da sola e sono arrivata ad un momento dove altre persone, da sole, hanno fatto cose simili alle mie, hanno cioè operato un ritorno all’espressione, producendo loro stessi le opere. Con questi artisti posso condividere anche cos’è l’isolamento, l’ostinazione, l’atto della creazione che avviene nello studio, ed è tutto un altro linguaggio rispetto a chi si fa produrre l’opera. E’ come ballare ed essere coreografi, non è esattamente la stessa cosa, ma non vuol dire che non ci sia bisogno di entrambi.

Inoltre noi siamo più legati alla sorpresa, perché lavorando sul proprio pezzo ti rendi conto che c’è una certa distanza tra il cervello e la mano, tu hai voglia di eseguire una cosa, il tuo cervello la pensa e la tua mano ne fa un’altra. C’è una perdita dell’informazione tra il cervello e la mano, poi magari il cervello vede che la mano sbagliando ha fatto qualche cosa di interessante, che si può riutilizzare e ne fai un sistema, gli incidenti contano. Questo è molto legato alla pittura, alla scultura, al disegno, comunque essere nello studio a fare, ti porta a scoprire delle cose, perché ti sbagli, perché hai cercato.

Il procedimento si perde se hai il prodotto già fatto, ma d’altro canto è anche il limite del mio lavoro, io devo essere presente per eseguire l’opera, a volte ho bisogno di aiuti, ho degli assistenti, ma dato che io ho sperimentato come fare, allora io devo trasmettere il mio sapere per costruire il mio lavoro. Pensandoci è una cosa assurda per gli artisti, perché c’è una trasmissione del fare, ma è fine a se stessa, ad esempio un calzolaio se trasmette il suo sapere ad altri, gli allievi possono imparare a riparare scarpe, invece io se trasmetto il mio sapere, gli altri possono solo fare foreste di cartone.

VL: Hai altre mostre in programma?

EJ: Preparerò una mostra personale nella galleria Suzanne Tarasiève a Parigi.

Eva Jospin, nata nel 1975, vive e lavora a Parigi.

Le sue opere si formano dalla lavorazione del cartone, un materiale familiare, privo di qualità estetica intrinseca. Attraverso un faticoso processo di taglio, assemblaggio e sovrapposizione, l’artista agisce creando volume e prospettiva, formando delicate, misteriose foreste.

Eva Jospin,   Forêt,   2014 - Inside,   Palais de Tokyo,   Paris

Eva Jospin, Forêt, 2014 – Inside, Palais de Tokyo, Paris

Eva Jospin,   Forêt,   2014 - Inside,   Palais de Tokyo,   Paris (detail)

Eva Jospin, Forêt, 2014 – Inside, Palais de Tokyo, Paris (detail)