I dieci artisti che hanno aperto l’annata 2015 della residenza di Viafarini a Milano, si raccontano attraverso una breve intervista, in in occasione dell’open studio che è inaugurato venerdì 27 marzo. Poche domande per indagare il lavoro, l’influenza della residenza condivisa e dell’opportunità di usufruire di uno studio nella poetica e nella pratica artistica dei dieci partecipanti a VIR 2015.

Riccardo Arena, Alessandra Caccia, Gabriella Ciancimino, Enza Galantini, Martino Genchi, Corinne Mazzoli, Valerio Nicolai, Gabriele Porta, Claudia Rossini aka Yamada Hanako, Spela Volcic, hanno risposto ad una serie di domande.

In questa seconda parte, rispondono:  Enza Galantini, Martino Genchi e Corinne Mazzoli.

Testi raccolti e coordinati da Federica Tattoli

Enza Galantini,   Senza titolo,   2014- Sapone,   denti umani,   fibre sintetiche,   caffè,  ferro

Enza Galantini, Senza titolo, 2014- Sapone, denti umani, fibre sintetiche, caffè, ferro

Enza Galantini

ATP: A che punto era la tua ricerca artistica prima di iniziare la residenza in Viafarini?

Ancorata alla scelta di trascorrere più di un anno nel mio studio, abbastanza isolato e quasi in completa solitudine. Adesso un contraccolpo.

ATP: Credi che la possibilità di avere uno studio incida sul tuo fare artistico, in che modo?

La possibilità di avere uno studio è fondamentale, lo spazio dello studio non mi basta mai. Ho la necessità di movimentare i materiali, mi piacciono le grandi dimensioni e anche gli spazi vuoti sono importanti. In questo caso lo spazio è condiviso e questo fa la differenza che mi interessa in questo momento.

ATP: Il fatto che la residenza sia condivisa con altri artisti che tipo di stimoli ti da?

Mi piace avere modo di conoscere gli artisti nel quotidiano, fornisce una chiave di lettura privilegiata dei loro lavori.

ATP: A che progetti stai lavorando e cosa presenterai all’open studio del 27 marzo?

I progetti sono molti, in Viafarini ho deciso di concentrarmi maggiormente su quelli ancora in fase embrionale. Qui in studio l’atmosfera è vivace.

Martino Genchi - documentazione del lavoro in studio #4 - forex,   nylon,   pittura acrilica - 2015

Martino Genchi – documentazione del lavoro in studio #4 – forex, nylon, pittura acrilica – 2015

Martino Genchi

ATP: A che punto era la tua ricerca artistica prima di iniziare la residenza in Viafarini?

Faccio davvero fatica a rispondere a questa domanda. Ho l’impressione di non aver fatto nulla per un sacco di tempo. Sono passato attraverso una fase di riduzionismo estremo in cui non ho prodotto quasi niente. Quella che chiami ricerca artistica per me è un processo fluido, un continuum in cui si intrecciano un sacco di energie che non necessariamente diventano forma. Ho accumulato un bel po’ di idee. Adesso sono in una fase completamente diversa e ho molta voglia di lavorare su quelle idee per costruire qualcosa. Forse si può capire quello che mi passava per la testa qui: www.martinogenchi.com

Sembra uno scherzo, ma descrive bene come mi sentivo. Quando l’ho fatto stavo pensando che il genere umano si trova davanti a una scelta: se risolvere il problema della sovrappopolazione tornando a un mondo involuto, in cui ciascuno possiede il proprio spazio vitale, ma rinunciando a tutta una serie di agi offerti dal progresso; oppure puntare al massimo dell’efficienza della società, seguendo un modello come quello delle api, che è assolutamente il trionfo della biopolitica, dove il sistema di vita personale è macinato in funzione della colonia, che diventa quasi essa stessa un macro-individuo. Tutte le nuove tecnologie, la rivoluzione digitale, la connessione permanente, la fruizione sempre attiva, immersiva, alla lunga mi pare possano andare in questa direzione. Ed è una cosa che mi terrorizza. “Fuck” e “Work” sono le uniche due mansioni previste all’interno di una colonia: l’ape regina che si riproduce e l’ape operaia che lavora. Ovviamente nel progetto non c’è solo questo, ma anche tipo il far niente o la spinta creativa o il fatto di sentirsi fottuti, l’inesorabilità e la semplicità… e poi anche un’ambiguità simile a quella delle illusioni prospettiche… Ci tengo molto all’apertura interpretativa dei miei lavori, alla libertà di chi li guarda. Ma c’è anche questo ragionamento legato alla biopolitica e al nostro futuro come genere umano che mi ha trascinato in una strana inquietudine. Sono riuscito a superarla solo quando è diventata talmente grottesca da farmi ridere.

ATP: Credi che la possibilità di avere uno studio incida sul tuo fare artistico, in che modo?

Ho sentito dire che ci sono artisti che possono non avere uno studio, ma non ci credo. In questo momento sto scrivendo dal treno 9712, posto 4B della carrozza 8. La domanda mi ha fatto pensare che la mia sola presenza basti a rendere la carrozza 8 uno “studio” per un po’.

Quello che voglio dire è che tutti occupiamo dello spazio, ed abbiamo bisogno di spazio. Spazio reale, virtuale, mentale, astratto, immaginario, non importa. A ognuno il suo. Per me lo spazio è importantissimo. Mi serve per non dover tenere tutto nella testa.

ATP: Il fatto che la residenza sia condivisa con altri artisti che tipo di stimoli ti da?

Difficile dirlo. A me piace avere gente intorno, ci si sente come a stare dentro ad un amplificatore.

ATP: A che progetti stai lavorando e cosa presenterai all’open studio del 27 marzo?

Per l’open studio, con gli altri si pensava di non proporre un vero e proprio allestimento per non snaturare l’atmosfera di lavoro che è propria dello spazio, ma di certo andrà fatta un po’ di pulizia. Probabilmente, per quanto mi riguarda eliminerò quasi tutto quello che non sento ancora compiuto. Di sicuro manterrò gli interventi che ho realizzato nei mesi scorsi, alcuni dei quali sono già stati presentati a dicembre. Per esempio una serie di fuochi artificiali incastonati nel muro, disposti secondo una geometria generata tramite l’applicazione di una regola ricorsiva semplicissima. È una forma allo stesso tempo complessa e ordinata che contiene in sé la vertigine della crescita esponenziale… un po’ una battaglia della razionalità con se stessa, l’essenziale che genera l’incommensurabile. Poi c’è una scultura che vorrei esporre, che è una mano con le dita puntate lungo le direzioni degli assi cartesiani. Ho modellato questa figura che mi affascina molto. Mi fa pensare al dischiudersi delle possibilità, come un germoglio che si espande nello spazio. Come dicevo prima, sono in un periodo in cui ho molta voglia di tessere le fila dei pensieri accumulati. Ho un certo numero di idee che mi interessa realizzare. Alcuni sono oggetti, o interventi che produco direttamente in studio, mentre altri sono progetti più di lungo respiro, più complessi, che prendono corpo e forma all’esterno.

Una cosa su cui sto lavorando, ad esempio, è la creazione di una nube artificiale. Ci sono arrivato studiando le indagini di Thomas Sebeok sulla conservazione della memoria a lungo termine e sulla trasmissione di informazioni su scale temporali estreme, nell’ordine di decine di migliaia di anni. La sua soluzione è quasi paradossale, perfino ironica: invece che includere l’informazione in un supporto solido e duraturo, Sebeok propone di affidarla a una specie di casta sacerdotale, con tanto di miti e rituali, capace di tramandarla adattandosi progressivamente ai mutamenti di contesto, linguaggio, immaginario. Il suo punto di vista mi ha incuriosito soprattutto per questo approccio alternativo alla durabilità, che oppone ad una solidità monumentale la flessibilità, la capacità di adattamento e la fluidità del racconto e del mito. Mi piacerebbe quindi trovare un’istituzione, una comunità che si assuma l’incarico di riprodurre ogni anno l’oggetto-evento che ho progettato, fino ad assorbirlo come una tradizione vera e propria, in grado di replicarsi autonomamente.

In studio ho parecchie altre cose più o meno legate a varie idee che sto elaborando: personalmente trovo il caos molto produttivo. Quando guardo il mio tavolo, che è completamente coperto da un apparente disordine, ho sott’occhio tutta una serie di oggetti e materiali, appunti e suggestioni. Sono come delle istantanee del processo di lavoro cristallizzate in vario grado nel tempo, quasi una mappa. A volte penso che, per l’evento del 27, sarebbe un peccato perdere questo aspetto preferendo un allestimento pulito e organizzato ma credo anche che un ordine visivo sia necessario, come se tutte queste trame di connessioni tra elementi che stanno a monte ad un certo punto debbano ritrarsi per dare spazio alla sintesi dell’opera.

Corinne Mazzoli,   777_SALA GIOCCHI,   2014,   performance,   photo by Luca Pili,   courtesy the artist

Corinne Mazzoli, 777_SALA GIOCCHI, 2014, performance, photo by Luca Pili, courtesy the artist

Corinne Mazzoli

ATP: A che punto era la tua ricerca artistica prima di iniziare la residenza in Viafarini?

Durante lo scorso anno mi sono trovata a riflettere sull’italianità del mio lavoro artistico e su come esso venga influenzato molto dal luogo in cui viene prodotto o dal mestiere che in quel momento svolgo. Ad Esempio il progetto SALA GIOCCHI è nato idealmente a La Spezia, per via di un lavoro a breve termine in una Sala Slot, in seguito ha avuto uno sviluppo artistico a Venezia grazie alla residenza presso la Fondazione Bevilacqua la Masa. La creazione di oggetti feticci, maschere e accessori simili, la passione per il trucco e il travestimento è certamente influenzata dalla quotidianità veneziana. Per questo miro a spostamenti periodici in differenti città dalle quali assorbire materiale da inserire nella mia ricerca artistica. 

ATP: Credi che la possibilità di avere uno studio incida sul tuo fare artistico, in che modo?

Avere uno studio mi permette di mostrare, a chi viene a farmi visita, il processo del mio lavoro, poi la visita in studio è una situazione meno formale in cui mi trovo a mio agio.

ATP: Il fatto che la residenza sia condivisa con altri artisti che tipo di stimoli ti da?

La condivisione dello spazio con altri artisti è importante sia per il tempo che passiamo insieme diciamo a ‘fare salotto’ che dal punto di vista degli stimoli visivi, abbiamo poetiche molto differenti ma c’è da dire che andiamo d’accordo e questo è sicuramente positivo!

ATP: A che progetti stai lavorando e cosa presenterai all’open studio del 27 marzo?

Ho iniziato una nuova serie chiamata 2015 = MEDIOEVO collage di oggetti e pratiche del contemporaneo che mi ossessionano e in qualche modo rappresentano questo periodo storico: nail art, unghie finte, selfie stick, maschere carnevalesche e cineserie varie; ad oggi ho creato due esemplari: Il Bastone del Comando e Lo Spettro di Fortificazione.

Sto continuando una serie chiamata Tutorials, progetto in continua evoluzione che prevede la realizzazione di lavori focalizzati sull’utilizzo mediale del corpo nel contemporaneo analizzandolo attraverso differenti media, dal video alla performance, dalla scultura all’installazione. Dopo Tutorial #1: How to get a Thigh Gap e Tutorial #2: How to Cruise with a Bruise, entrambi in collaborazione con importanti aziende, #1 con Stonefly, #2 con Kryolan, ho iniziato il mio Tutorial #3 del quale posso solo dirvi che prevede la collaborazione con un importante produttore di profumi.  A fine marzo dato che sarà un open studio vedrete più che altro il processo e l’evoluzione del mio lavoro.