RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel),   When vegetation is not decoration,   2014,   Architettura vegetale,   foglie di palma e bambù,   realizzata da Camille Sevaye,   P.Batoon. Fotografie e fotogrammi da film: Ministero della difesa ©ECPAD/France/regista sconosciuto Fotografie: ALG 56 124: Ministero della difesa ©ECPAD/France/BOUVIER,   Jean,   ALG 56 134 : ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,    ALG 56 141: ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,   BLED 56 83: ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,    Courtesy the artists.

RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel), When vegetation is not decoration, 2014, Architettura vegetale, foglie di palma e bambù, realizzata da Camille Sevaye, P.Batoon. Fotografie e fotogrammi da film: Ministero della difesa ©ECPAD/France/regista sconosciuto Fotografie: ALG 56 124: Ministero della difesa ©ECPAD/France/BOUVIER, Jean, ALG 56 134 : ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,   ALG 56 141: ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,  BLED 56 83: ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto, Courtesy the artists.

Dopo “Il Piedistallo Vuoto”, presentato a gennaio al Museo Civico Archeologico di Bologna, in cui Marco Scotini guardava all’apparizione/sparizione delle ideologie nell’Europa dell’Est dagli anni ’70 al 2014 adoperando il punto di vista delle grandi collezioni italiane, in “Vegetation as a Political Agent” il curatore si focalizza sui vari modi in cui la natura è stata (e viene tutt’ora) strumentalizzata per sostenere/abbattere quelle stesse ideologie.

Al di là del carattere politico delle due mostre, in linea con la ricerca curatoriale di Scotini, un ulteriore fil rouge si potrebbe individuare nel concetto di “continuità”: se visitando “Il Piedistallo Vuoto” la cosa che più risaltava era che l’attitudine degli artisti provenienti da due generazioni differenti, da prima e dopo il crollo del muro di Berlino, era rimasta sostanzialmente immutata, in “Vegetation as a Political Agent” è proprio la continuità della natura – intesa come suo ripresentarsi automatico e ciclico – che viene strumentalizzata e sfruttata. Lungo tutto il percorso della mostra riecheggia in sottofondo “Disobedience Archive”, l’archivio nomade in progress/mostra punk itinerante/atlante della disobbedienza civile presentato lo scorso anno al Castello di Rivoli – soprattutto riecheggia la sua sezione “Bioresistance and Society of Control”. Il punto di partenza di “Vegetation as a Political Agent” è quindi la volontà di voler raccontare e “storicizzare” la natura non in chiave biologica e scientifica, ma da un punto di vista politico e sociale.

Per raccontare questa mostra – che ritengo sia assolutamente da visitare – vorrei partire da “Quando la vegetazione non è decorativa”, la grande installazione al centro del cortile interno del PAV. L’opera, realizzata da RozO, ci fa entrare in un paesaggio che non è quello solito in cui siamo abituati a relegare il ‘verde’, ossia come un oggetto inanimato che è solo fruizione estetica. Consiste in un tipo di capanna costruito per la prima volta nelle Isole Rèunion per commemorare i 150 dall’abolizione della schiavitù: da allora viene sempre costruita in occasioni di feste e cerimonie in modo completamente gratuito. I materiali sono reperiti per strada e vengono raccolti da parenti e amici che partecipano alla festa e che partecipano anche alla sua costruzione. Dietro alla costruzione non c’è nessun processo monetario, e dato che la capanna è temporanea e viene posizionata negli spazi comuni, non viene “afferrata” dal processo capitalistico.

RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel),   When vegetation is not decoration,   2014,   Architettura vegetale,   foglie di palma e bambù,   realizzata da Camille Sevaye,   P.Batoon. Fotografie e fotogrammi da film: Ministero della difesa ©ECPAD/France/regista sconosciuto Fotografie: ALG 56 124: Ministero della difesa ©ECPAD/France/BOUVIER,   Jean,   ALG 56 134 : ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,    ALG 56 141: ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,   BLED 56 83: ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,    Courtesy the artists.

RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel), When vegetation is not decoration, 2014, Architettura vegetale, foglie di palma e bambù, realizzata da Camille Sevaye, P.Batoon. Fotografie e fotogrammi da film: Ministero della difesa ©ECPAD/France/regista sconosciuto Fotografie: ALG 56 124: Ministero della difesa ©ECPAD/France/BOUVIER, Jean, ALG 56 134 : ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,   ALG 56 141: ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto,  BLED 56 83: ©ECPAD/France/fotografo sconosciuto, Courtesy the artists.

La capanna ospita al suo interno un archivio formato da due gruppi di immagini. Da una parte ci sono quelle tratte dal film-documentario “La conquista del Nord-Ovest” del 1952, che racconta il modo in cui il partito dei Viet Minh, guidato da Ho Chi Minh, è riuscito a sbaragliare l’esercito francese nella guerra d’Indocina e a cacciarlo grazie alla conoscenza del proprio territorio: non soltanto attraverso un’azione di mimetizzazione, ma vivendo a stretto contatto con la foresta e con il fiume, sfruttando questo atteggiamento di mimesi con il territorio e inventandosi una nuova mappatura che non coincideva con quella in possesso dei francesi. La mossa decisiva in questa vittoria è stata la costruzione del “ponte fantasma”, guidata da Giap: costruito a 10 centimetri sotto il pelo libero dell’acqua, veniva utilizzato dai Viet Minh per approvvigionarsi senza che i francesi riuscissero ad individuarlo e quindi a bombardarlo.

Di fronte a questo gruppo sono disposte altre immagini d’archivio, scattate tra il 1954 e il 1956, che documentano la mietitura del grano supervisionata dall’esercito francese durante l’occupazione dell’Algeria. Vediamo il modo in cui i francesi hanno agito, in quanto colonizzatori, andando a ricostruire il paesaggio a loro immagine partendo dall’idea della piantagione, che in fondo è uno spazio completamente immaginario, e come questa deterritorializzazione abbia indebolito la popolazione autoctona: questo infatti fu uno dei fattori che permisero l’occupazione dell’Algeria fino al 1961.

“Quando la vegetazione non è decorativa” ci immerge nel fulcro della tematica di “Vegetation as a Political Agent” e rappresenta un po’ la concretizzazione dei suoi principi guida: come dicevo all’inizio, Scotini per questa mostra ha voluto disegnare una cronologia storica del paesaggio intersecata ai mutamenti geopolitici del mondo, parlando proprio di come il verde sia stato strumentalizzato da un punto di vista coloniale – con l’occupazione di altri paesi e con la deterritorializzazione degli indigeni -, da un punto di vista anti-coloniale – quindi come arma di difesa – oppure come arma anti-capitalista, con azioni di riappropriazione del territorio.

Il resto della mostra è uno svolgersi ordinato e coerente di queste premesse.

Sempre nel cortile interno troviamo un’ altra installazione che tratta il tema della colonizzazione: in “Sterile Field” il Critical Art Ensemble – collettivo presente anche in “Disobedience Archive” – ha disposto una porzione rettangolare di terra neutra. La vegetazione spontanea che vi crescerà, grazie all’impollinazione anemofila (i semi portati dal vento) o entomofila (dovuta agli insetti), verrà trattata con “Roundup Ready”, un prodotto chimico utilizzato da varie multinazionali che esercita un forte controllo sulle specie invasive, permettendo solo la crescita di piante geneticamente modificate. I visitatori della mostra saranno quindi testimoni dell’annientamento delle “specie colonizzatrici”, insediatesi nel campo con i processi e con i ritmi della natura, a favore della crescita di elementi O.G.M. selezionati e creati artificialmente.

Piero Gilardi,   O.G.M. Free [G.M.O. Free],   2014,   Costumi per animazione politica,   poliuretano espanso dipinto,   stoffa e manichini,   misure variabili/Costumes for political animation,   painted expanded polyurethane,   cloth and mannequins,   variable size. Courtesy Fondazione Centro Studi Piero Gilardi.

Piero Gilardi, O.G.M. Free [G.M.O. Free], 2014, Costumi per animazione politica, poliuretano espanso dipinto, stoffa e manichini, misure variabili/Costumes for political animation, painted expanded polyurethane, cloth and mannequins, variable size. Courtesy Fondazione Centro Studi Piero Gilardi.

Questo lavoro, profondamente ironico, ci porta ad un altro che tratta con altrettanta ironia – ma direi più con sarcasmo – lo stesso argomento: in “O.G.M. Free” Piero Gilardi ha costruito tre costumi a forma di pannocchia, intesi per essere indossati durante un’ipotetica manifestazione fatta da degli O.G.M. a favore di se stessi. Il mais, simbolo della creazione e della nascita degli O.G.M., viene rappresentato come mutato, antropizzato, ingigantito, minaccioso e aggressivo, e manifesta per la propria libertà di modificare e portare avanti una rivoluzione nel suo specifico “campo”. Con questo lavoro Gilardi ci vuol far riflettere su come gli organismi geneticamente modificati siano fondamentalmente i veri nuovi coloni della nostra epoca.

Proseguiamo con un’altra opera che ha come protagonista il mais: “Zapantera Negra” è (la riproduzione di) un manifesto di Emory Douglas, Ministro alla Cultura del partito rivoluzionario delle Pantere Nere dal 1967 fino al loro scioglimento negli anni Ottanta. Tra il 2012 e il 2014 l’artista ha collaborato con il Movimento Zapatista – che, pur essendo non-violento e contro la guerriglia, condivide con le Pantere Nere l’obiettivo di emancipare l’indigeno e permettergli di riappropriarsi della propria cultura. In occasione di questa collaborazione Douglas ha modificato un suo vecchio manifesto trasformando un fucile in una pianta di mais, simbolo storico delle popolazioni messicane.

Sempre sullo stesso argomento e sempre in Messico Claire Pentecost ha scoperto che, nonostante in questo paese sia illegale coltivare gli O.G.M., sono comunque nati dei filari di pannocchie geneticamente modificate. L’artista, insieme all’ Unione delle Organizzazioni della Sierra Juarez di Oaxaca, ha deciso di catalogare e certificare queste mutazioni e di farne delle cartoline da distribuire ai contadini e ai coltivatori messicani per informarli e bloccare la diffusione di queste piante mutate. Alcune di queste cartoline sono state spedite a Marco Scotini e formano l’installazione “ Greetings from the Cornbelt”.

Le foto dell’artista ungherese Imre Bukta, che si autodefinisce “artista-agronomo”, documentano le sue azioni performative – azioni che nel suo paese, negli anni ’70, non erano legalmente permesse: quelle che avrebbero dovuto essere performance con un pubblico sono allora diventate fotografie di performance auto-coreografate e auto-celebrate in cui Bukta costruisce il proprio personaggio mescolando tutti gli aspetti di quello strato sociale che nacque (ma, più precisamente, venne fatto nascere) in Ungheria dagli anni ’50 in poi, con il fiorire e il solidificarsi del Comunismo. In tutte le sue foto-performance l’artista indossa gli abiti caratteristici di questa nuova cultura, ma indifferentemente abbinati tra loro: scarpe da militare, giacca da contadino, pantaloni dell’operaio generico e via dicendo. In questa serie di elementi non distinguibili e non identificabili – però così diversi dai costumi tradizionali del mondo contadino ungherese – emerge il problema dell’ibridazione della cultura autoctona con la nuova impostazione data dal regime. E non è solo con l’abbigliamento che Bukta crea un non-luogo, ma anche tramite il suo disorientamento rispetto allo spazio: nelle foto non si capisce mai bene cosa stia facendo, se sia sull’attenti o se stia per mettersi al lavoro, se stia in posa in modo commemorativo o se semplicemente stia aspettando che gli diano il permesso per continuare a fare quello che stava facendo. Emblematica in questo senso la foto “Sterco di mucca come medium”, in cui riflette sull’alienazione e lo straniamento spargendo letame senza motivo. Per certi versi questa serie di lavori di Imre Bukta può considerarsi come un’antesignana del mockumentary, il genere cinematografico che tratta eventi di fiction come se fossero reali.

Bonnie Ora Sherk,   Crossroads Community (The Farm),   ?1974-in corso/ongoing?,   Spazio d’arte alternativo/Alternative art space,  ? DVD,   18’02”?,   Courtesy the artists

Bonnie Ora Sherk, Crossroads Community (The Farm), ?1974-in corso/ongoing?, Spazio d’arte alternativo/Alternative art space, ? DVD, 18’02”?, Courtesy the artists

“Crossroads Community (The Farm)” è un altro progetto di resistenza, in questo caso di resistenza urbana: l’artista californiana Bonnie Ora Sherk nel 1974 ha avviato una sorta di fattoria, di comunità agricola per la condivisione degli spazi urbani, la Crossroads Community, uno dei primi Alternative Art Spaces negli Stati Uniti , sviluppato a San Francisco in un cordone di terra abbandonato adiacente all’intersezione di diversi cavalcavia autostradali.  “The Farm è un’opera d’arte sociale”, spiega l’artista. “Penso ad essa come ad una scultura ambientale performativa su scala esistenziale caratterizzata da una stratificazione di significati, metafore e situazioni reali. La vedo come arte, nella misura in cui fonde i campi divergenti di tutte le arti dalla letteratura all’educazione, ai servizi sociali, alla salute pubblica, all’ambiente, alla pianificazione urbana, alle politiche locali e ai beni reali.”  

Luogo negli anni di performance artistiche e teatrali, l’intento iniziale di questo progetto è stato però quello di creare una connessione culturale tra le diverse etnie di San Francisco, generando un’interazione tra gli strati sociali sulla base del lavoro agricolo, che permetteva uno scambio di mezzi e di sistemi oltre che un’autoproduzione e un’auto-sussistenza.

Da questo progetto – tutt’ora in corso – negli anni ’80 sono nate una serie di “Living Libraries”, nodi di una mappatura virtuale e interattiva sul tema della diversità culturale ed ecologica. Questa mappatura mette in connessione la Crossroads Community con una serie di altre comunità e progetti simili che rendono manifeste le interconnessioni tra biologia, cultura e tecnologia – rete di cui molto probabilmente anche il PAV entrerà a far parte.

Continuando a sviluppare il tema dell’occupazione, Scotini dedica una vetrina alla figura di Amilcar Cabral, politico e agronomo della Guinea Bissau che negli anni ’60 ha fondato il PAIGC (Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde) per l’indipendenza dall’occupazione portoghese, un’occupazione molto violenta in termini di repressione dell’identità locale. Amilcar Cabral ha agito da un punto di vista “scolastico”, puntando sul recupero della cultura, riuscendo anche a creare una scena cinematografica indipendente della Guinea Bissau tra il 1972 e i primi anni ’80. Uno dei maggiori traguardi di questo movimento è stata la produzione di un documentario che racconta la storia della resistenza africana contro i coloni, presentandola come l’unico vero tratto comune della popolazione di un continente così frammentato.

Amilcar Cabral viene assassinato nel 1973 da un membro interno al suo partito in un centro congressi a Conakry proprio mentre presentava questo documentario. Sei mesi dopo la sua morte la Guinea Bissau viene dichiarata indipendente, come anche il Capo Verde nel 1975.

Il cortometraggio “Conakry” di Filipa César racconta, attraverso i testi della scrittrice portoghese Grada Kilomba e dall’attivista americana Diana McCarty, la resistenza della Guinea Bissau attraverso la documentazione del congresso di Conakry in cui fu assassinato Cabral e delle pellicole del documentario che ho menzionato sopra. La realizzazione del video – un’unica ripresa in 16mm che compie un viaggio attraverso il tempo, lo spazio e i media – ha salvato i documenti dal deterioramento.

Dan Halter,   Mesembryanthemum Space Invader,   2014,   Delosperma cooperi,   dimensioni ambienatali/environmental dimensions

Dan Halter, Mesembryanthemum Space Invader, 2014, Delosperma cooperi, dimensioni ambienatali/environmental dimensions

Nel cortile esterno del PAV si trova “ Mesembryanthemum Space Invader ”, l’installazione di Dan Halter. L’artista è sudafricano ma di origine svizzera, quindi fondamentalmente è un colone. Colone svizzero, ma in una zona dell’Africa colonizzata completamente dagli Inglesi. Proprio da questa sua situazione di apolide – quasi di reietto – è nata l’idea per l’installazione. In una porzione di campo ha riprodotto l’icona dell’alieno presa dal videogioco “Space Invaders” con dei mesembriantemi, piante di origine africana considerate fortemente infestanti. La loro importazione è illegale in Australia, e in Europa presto lo diventerà. Quindi le piante potrebbero davvero diffondersi e colonizzare il PAV – ma la questione su cui vuole farci riflettere Halter è un’altra: sia da un punto di vista botanico che antropologico, l’immigrato non è così infestante come si pensa, perchè difficilmente riesce ad attecchire, ad adattarsi e a vivere in un habitat che non è il suo.

Tra i fondatori del movimento Occupy Wall Street e dello spazio artistico sperimentale 16th Beaver di New york, Ayreen Anastas e Rene Gabri partecipano alla mostra con “Semi di sussistenza”: bustine di semi biologici che, invece di recare le solite indicazioni di piantumazione e di semina, abbinano l’immagine delle piante che poi cresceranno ad una serie di slogan politici adattati al medium vegetale.

Lo spagnolo Fernando Garcia-Dory presenta l’installazione “Il sentiero perduto: imparare dall’eredità di George Chan”. George Chan fu tra i primi a concepire l’idea di permacultura, un sistema di progettazione e gestione del paesaggio volto a renderlo in grado di soddisfare i bisogni di cibo ed energia della popolazione, mantenendo al contempo la stabilità del suo ecosistema. Il modello prodotto da Chan prevede un ciclo chiuso e sostenibile che permetterebbe di incrementare la produttività e assicurare un equo guadagno sia per i coltivatori che per i piccoli proprietari terrieri. Questo modello rivoluzionario – chiamato Dream Farms – rimane tutt’ora largamente sconosciuto. E’ interessante la scelta di Garcia-Dory di presentare le idee di Chan attraverso delle diapositive: l’impiego di una forma di archiviazione così obsoleta diventa una muta protesta contro un presente che non è stato in grado di ascoltare e assimilare quelle informazioni.

Adelita Husni-Bey,   A Treesitting Archive 2008 Serie di cinque fotografie c-print/series of five c-print photographs; cm 70x70 Courtesy AGI Verona Collection

Adelita Husni-Bey, A Treesitting Archive 2008 Serie di cinque fotografie c-print/series of five c-print photographs; cm 70×70 Courtesy AGI Verona Collection

Adelita Husni-Bey si è concentrata su delle esperienze di treesitting avvenute nel Regno Unito. In “ Story of the Heavens and Our Planet” l’artista è stata ospite di una comunità di attivisti che vivono sugli alberi per scongiurarne l’abbattimento: il gruppo ha costruito un villaggio costituito da abitazioni temporanee per due persone, completamente autonome, con orti idroponici – quindi a base d’acqua, senza terra – che permettono un sostentamento per brevi periodi. Questo breve documentario astrae il treesitting dalla sua funzione originaria per iniziare una riflessione sulla possibilità che questo diventi un prototipo per una vita post-apocalittica sostenibile.

(Testo di Matteo Mottin)

parcoartevivente.it

Vegetation as a political agent,   installation view

Vegetation as a political agent, installation view

courtesy Orto Botanico di Torino

courtesy Orto Botanico di Torino

Vegetation as a political agent,   installation view

Vegetation as a political agent, installation view