Antonio Mancini,   Autoritratto,   1880 - Courtesy Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea,   Roma

Antonio Mancini, Autoritratto, 1880 – Courtesy Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

Intervista a Valerio Rocco Orlando in occasione della sua mostra The Reverse Grand Tour – a cura di Ludovico Pratesi e Angelandreina Rorro – alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma. Dal 6 marzo – 28 aprile 2013

ATP: Il concetto di Grand Tour è molto denso in quanto nel tempo è diventato sinonimo che condensa viaggio, scoperta e conoscenza. Perché hai scelto questo tema e da dove è nata l’idea?

Valerio Rocco Orlando: Dopo diverse esperienze di residenza e il confronto con artisti e pratiche differenti, ho sentito la necessità di mettere in discussione il sistema dall’interno, come artista, in prima persona. Un paio di anni fa a Roma ho incontrato alcuni degli artisti residenti nelle accademie straniere della capitale e in quella realtà assolutamente unica ed eccezionale ho riconosciuto fin da subito un teatro privilegiato per mettere in scena la mia indagine sulla relazione tra l’artista e il contesto in cui si trova a lavorare. A mio parere infatti questa ricchezza della città si scontra con una visione piuttosto decadente e anacronistica della pratica dell’artista contemporaneo. La maggior parte degli artisti stranieri crea di rado un dialogo significativo con il territorio o con gli altri artisti presenti in città. Gli studi tanto quanto gli appartamenti nelle diverse accademie sono come meravigliose isole in cui si osserva la realtà dall’interno, una sorta di camera con vista legata alla pratica settecentesca del Grand Tour. Da qui il titolo del mio progetto: The Reverse Grand Tour, in riferimento a un Grand Tour al contrario che, partendo da Roma, attraversa alcune delle più importanti accademie internazionali, scandagliando i luoghi dove è nato questo modello, al fine di analizzare le dinamiche relazionali all’interno di ogni sistema e tra ognuno di essi. Riflettendo sulle molteplici e possibili identità dell’istituzione accademica, ho realizzato un ritratto corale della città, una rifessione personale e plurale su diversi modelli di residenza e, più in generale, sulla relazione oggi tra artista e società.

ATP: Per questa mostra hai girato alcune delle più prestigiose accademie straniere di Roma. Hai compiuto un piccolo tour in una delle città più affascinanti al mondo. Da questa esperienza cosa hai imparato?

VRO: Storie reali ed esperienze personali sono sempre il punto di partenza per comporre una riflessione universale, che ognuno potrà comprendere e interpretare rispetto al proprio grado di ascolto e partecipazione. Il mio obiettivo non è dare una risposta, ma raccoglierne di diverse per metterle in dialogo tra loro, per sollecitare gli altri a trovarne una propria. La metodologia che ho messo a punto in questi anni, a prescindere che si tratti di un libro, di un film o di un’installazione, prevede una prima fase di raccolta di materiali sul campo e una seconda di riscrittura drammaturgica ed editing finale. Se in principio sono il più aperto possible al confronto con l’altro, in seguito l’obiettivo è proprio quello di ricomporre la molteplicità dei punti di vista in un unico sguardo personale. Quest’ultimo progetto è distante da un’indagine curatoriale, tanto che non mi sono mai addentrato nei dettagli della produzione degli artisti, cercando piuttosto di svelare le radici che stanno alla base di quello che facciamo. E’ un tentativo il mio di umanizzare e, in qualche modo, avvicinare l’artista alla società, attraverso il racconto della sua quotidianità, per arrivare a riflettere assieme sul suo ruolo nel mondo contemporaneo. La reciprocità che caratterizza la fase processuale di questo autoritratto corale è fondamentale anche nel momento dell’esposizione, in cui la collettività ha la possibilità di creare un nuovo dialogo, diretto e singolare, con ciascuno degli individui coinvolti nel progetto. In questo modo se si riesce a instaurare una relazione mutevole tra artista, comunità partecipante e pubblico finale, credo che l’opera d’arte possa rispondere alla sua funzione di educazione radicale.

ATP: Per il tuo lungo progetto – è durato più di un anno – hai incontrato molti artisti stranieri. Quali scoperte hai fatto e, idealmente, quale concetto ti sei fatto del ‘Grand Tour’ dopo così tanti racconti?

VRO: In questo lungo anno di residenza itinerante a Roma, pur spostandomi soltanto da un quartiere all’altro della stessa città, è come se avessi attraversato paesi e sistemi distanti, in un viaggio senza soluzione di continuità che dalla Svizzera dell’Istituto Svizzero mi ha portato alla Spagna della Real Academia de España, per poi passare alla Germania della Deutsche Akademie Villa Massimo fino alla Danimarca del Circolo Scandinavo. Come artista italiano esule in mondi altri, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con politiche culturali di ampio respiro, di sostegno reale agli artisti, anni luce lontane dalla nostra (se mai ne esiste una) e ogni volta il mio tentativo è stato quello di adattarmi il più possible alle regole e alle consuetudini proprie di ogni realtà. Più che creare ponti, seguendo il modello delle “lente passerelle” delineato da Heidegger, ho cercato di camminare a fianco degli altri artisti, confrontandomi con loro nella quotidianità, attraverso un processo di immedesimazione reale, fondato sull’osservazione quotidiana, sull’ascolto e sulla fiducia reciproca. La componente temporale così come la partecipazione volontaria sono da sempre essenziali allo sviluppo del mio lavoro, al fine di instaurare una relazione significativa con l’altro. Nonostante poi in ogni residenza avessi a disposizione uno spazio tutto mio per la produzione, è proprio attraverso il desiderio dei più a partecipare che mi è stato permesso di entrare e lavorare, di volta in volta, negli studi degli altri, in condizioni sempre delicate, in bilico tra le relazioni individuali con gli artisti e i rapporti con l’intera comunità. La condizione di nomadismo propria dell’artista in residenza, in bilico tra le relazioni costruite fino a quel momento e il confronto con un nuovo contesto, si ricompone come in un gioco di specchi nell’installazione finale.

ATP: Formalmente, come hai sviluppato questo complesso progetto?

VRO: Per Giorgio Agamben “contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo… Ciò significa che il contemporaneo non è soltanto colui che, percependo il buio del presente, ne afferra l’inesitabile luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia”. Alla luce di questa definizione la Galleria Nazionale d’Arte Moderna rappresenta in assoluto il luogo ideale per presentare i risultati del lavoro, innazitutto perché la sede del palazzo delle Belle Arti è stata progettata e realizzata dall’architetto Cesare Bazzana, grazie al piano regolatore del sindaco Ernesto Nathan nel 1909, proprio a Valle Giulia dove ancora oggi si trovano alcune delle più importanti accademie straniere della capitale. Inoltre la possibilità di creare un dialogo tra la mia ricerca, così radicata nell’attualità, e alcune opere della collezione della Gnam, grazie all’invito a esporre questa nuova produzione accanto ai ritratti e agli autoritratti degli artisti del XIX e XX secolo e ai capolavori legati alla tradizione del Grand Tour, arricchisce inevitabilmente la fruizione del lavoro, inserendolo in una prospettiva storica. Oltre alla videoinstallazione con i ritratti degli artisti stranieri che raccontano, ognuno nella propria lingua, la loro esperienza in prima persona, ho prodotto una serie di fotografie con vedute d’interni negli studi, in riferimento alle quadrerie di Giovanni Paolo Pannini con le rovine della città, in cui però il punto di osservazione viene rovesciato.

ATP: Oltre alla mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il progetto prevede delle pubbliche conversazioni in cui incontrerai studenti e adulti per riflettere sull’immaginario e sul ruolo dell’artista nella società di oggi. In maniera un po’ provocatoria, ti chiedo: l’artista ha ancora un ruolo nella società?

VRO: Per me è tutta una questione di desiderio, partecipazione e inclusione. Rispetto al momento storico in cui viviamo non possiamo che essere presenti. Presente ognuno a suo modo, attraverso un inevitabile e soggettivo processo di riconnessione con la realtà. Lo vedo quasi come un dovere oggi per gli artisti, almeno delle nuove generazioni, che mi accorgo corrono il rischio di chiudersi all’interno di un sistema che ha poco da condividere con il sentire comune. Non sto parlando della corrispondenza tra arte e vita, piuttosto della necessità di ricollegarsi in modo autentico con sè e gli altri. Spostando l’attenzione dall’opera d’arte al ruolo dell’artista nel processo di evoluzione della società, è chiaro come questi può divenire un interlocutore centrale nelle dinamiche comunitarie solo grazie a un confronto denso e duraturo sia sul piano individuale che su quello collettivo. A livello personale, è forse la prima volta in cui mi rendo conto che quello che faccio, ogni giorno, corrisponde esattamente alla mia natura. E non lo percepisco affatto come un punto d’arrivo. Piuttosto come base per dare vita a un dialogo ancora più intenso tra la mia pratica e il pubblico finale. E’ un lavoro assolutamente sentimentale e politico assieme. Crollata la torre d’avorio, non resta che metterci la faccia.

Valerio Rocco Orlando,   Vedute#3,   2012 -- Courtesy gli artisti e Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea,   Roma

Valerio Rocco Orlando, Vedute#3, 2012 — Courtesy gli artisti e Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

Valerio Rocco Orlando,   Promenades,   2012. Ph. Giorgio Benni -Courtesy gli artisti e Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea,   Roma

Valerio Rocco Orlando, Promenades, 2012. Ph. Giorgio Benni -Courtesy gli artisti e Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

Jacquet,   Dejeuner sur herbe,   1964 - Courtesy Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea,   Roma

Jacquet, Dejeuner sur herbe, 1964 – Courtesy Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

VALERIO ROCCO ORLANDO, THE REVERSE GRAND TOUR, 2012
HD Video on Blu-Ray Disc, 16:9, Black&White, Stereo Sound, 50 Min.

Inspired by the Grand Tour and the experiments conducted by the philosopher of science Bruno Latour, Valerio Rocco Orlando analyzes how context and relationships influence an artist’s practice in Rome today.

In order to investigate this idea, the Italian artist films his conversations with a number of artists-in-residence in the foreign academies spread out around the city, such as the Swiss Institute, the Real Academia de España, the Deutsche Akademie Villa Massimo and the Skandinavisk Forening in Rome.

Ideally moving from one country to another, Valerio Rocco Orlando retraces a Grand Tour in reverse, collecting a series of portraits of cross-generational artists inside their studios.

The alternate editing of all these stories creates a dialogue in which shared perspectives and individual methodologies overlap, exploring a network of relationships between artistic communities that belong to an educational system which is unique in the world.

www.valerioroccoorlando.com