Uriel Orlow,   The Short and the Long of ItaUriel Orlow,   Uriel Orlow,   The Short and the Long of It,   installation view at Laveronica arte contemporanea

Uriel Orlow, The Short and the Long of ItaUriel Orlow, Uriel Orlow, The Short and the Long of It, installation view at Laveronica arte contemporanea

Il 12 Aprile ha inaugurato presso Laveronica arte contemporanea “Deep Opacity”, mostra di Uriel Orlow (Zurigo, 1973) a cura di Lorenzo BruniLa mostra, che rappresenta la prima personale dell’artista in Italia, è costituita da tre opere appartenenti a progetti precedenti e da un’inedita serie di collages fotografici.

Matteo Mottin – in collaborazione con ATPdiary – ha fatto qualche domanda a Lorenzo Bruni.

ATP: Puoi introdurci alla mostra Deep Opacity a Modica e al lavoro di Uriel Orlow?

Lorenzo Bruni: Il progetto Deep Opacity è la diretta conseguenza dei molti confronti avvenuti tra me e Uriel sul ‘perché produciamo delle mostre legate al dialogo con il reale. Per chi e per cosa?’. Le questioni da cui siamo partiti sono: “Resta ancora ipotizzabile un progetto sulla memoria collettiva, dopo l’inflazione negli ultimi dieci anni di opere d’arte che hanno agito sugli archivi storici? Ovvero, questo approccio di dialogo con il reale può ancora essere un’esigenza critica efficace per riflettere sul tema dell’identità collettiva/personale o si è già trasformato in una dimensione formale e in una estetica fine a sé stessa? Difatti, aprire un dibattito sulla memoria e sullo scambio di informazioni all’inizio degli anni duemila corrispondeva al sollevare una discussione sul ruolo dell’artista e sulla necessità di avere una nuova idea di futuro collettivo. A distanza di quindici anni le questioni restano le stesse, come se si fossero congelate, o meglio, come se la percezione del reale – della politica e della comunicazione nell’era delle informazioni globali – avesse necessità di solidificarsi in una sorta di limbo e di presente espanso. Alla luce di queste osservazioni quale può essere nel 2014 (mentre Putin con la questione Ucraina ha riaperto la problematica del conflitto nazionale/ideologico) il ruolo dell’artista e quali i suoi obiettivi quando tocca il serbatoio dei problemi sociali  e del principio di realtà in generale? Si deve perseverare in questa direzione o cambiare obiettivo?”. Credo che queste domande non solo siano intrecciate indissolubilmente con la ricerca di Orlow, ma che siano le suggestioni stesse a cui cerca di dare una visualizzazione concreta con le sue opere. Soltanto adesso possiamo renderci conto che la novità del suo lavoro, rispetto alle ricerche connesse agli archivi avvenute negli ultimi dieci anni, consiste nell’analisi radicale sui processi percettivi e cognitivi con cui, in quanto società, ci rapportiamo al passato. Questa dimensione meta-narrativa è utilizzata dall’artista per predisporre una piattaforma dialogica di ridiscussione del presente/futuro. Questa piattaforma teorica e fisica è sempre animata da una serie di “segnali/indizi” – immagini documentarie, immagini create appositamente, affermazioni audio, disegni e testi – che, disseminati nello spazio espositivo, evidenziano il perimetro e le coordinate con cui l’osservatore può orientarsi fisicamente in quel luogo e mentalmente all’interno del serbatoio della coscienza collettiva. La sua scelta formale di frammentare il flusso continuo di immagini che lo spettatore riceve normalmente nella sua quotidianità non è connesso ad un’idea di caos liberatorio, bensì alla volontà di ‘illuminare’ l’assenza momentanea di un discorso unitario e dialogico tra soggetto e realtà. Questa sensazione di vuoto che mette in evidenzia Orlow coincide con lo spazio fisico e mentale che può essere occupato dallo spettatore rendendolo però allo stesso tempo responsabile in prima persona di rispondere alle questioni in sospeso del serbatoio della memoria collettiva. Per raggiungere questo stato di cose come primo step fa emergere nell’osservatore la domanda se le immagini osservate siano vere oppure no. Questione di per sé ingannevole, nella misura in cui – come l’artista stesso prontamente sembra sottolineare – tutte le immagini sono o possono essere allo stesso tempo vere e false, tutto dipende dall’angolazione da cui le si guarda e dagli scopi per cui sono utilizzate. Per questo risulta evidente che le opere di Orlow non sono altro che la rappresentazione di un “metodo di veridicità” di un fatto della storia proprio per alzare nello spettatore il suo livello di attenzione nel filtrate le informazioni della “modernità liquida” (come titolava un libro del 2002 di Zigmut Bauman) in cui si trova negli ultimi anni. Con la mostra Deep Opacity, esponendo assieme frammenti di quattro progetti di anni differenti, porta alle estreme conseguenze il suo metodo di lavoro processuale e analitico mettendo esso stesso in scena al fine di poterne discutere effetti e moventi.

Uriel Orlow Yellow Limbo,   HD video with stereo sound,   14?,   2011

Uriel Orlow Yellow Limbo, HD video with stereo sound, 14?, 2011

ATP: Qual è la relazione che lega i quattro progetti esposti in questa mostra a Modica alla Galleria La Veronica? 

LB: Il centro concettuale attorno a cui ruotano le opere presenti in mostra (e non solo di queste) è l’immagine, o meglio la sua evocazione, o meglio ancora l’amplificazione del suo potere al contempo informativo e catartico. Per l’artista esplorare il limite tra queste due potenzialità (catartica o informativa), nell’era del villaggio globale e della comunicazione in tempo reale, è il punto di partenza per sollevare una riflessione radicale sul ruolo, sulla natura e sull’utilizzo che la nostra società attribuisce e dovrebbe affidare alle immagini che condivide continuamente sui social network. Le sue opere sono caratterizzate da una frammentazione di immagini e dallo loro successiva dislocazione nello spazio espositivo per suggerire allo spettatore la sua totale responsabilità nella ricerca di un senso narrativo unitario a quella determinata storia, ma anche agli stimoli che riceve giornalmente. In alcuni casi, come nel lavoro “Unmade Film: The Voiceover” del 2013/2014, l’immagine è al centro dell’attenzione proprio in virtù della sua assenza. L’opera consiste, infatti, in un’installazione sonora all’interno della grotta adiacente agli spazi della Galleria: cinque altoparlanti diffondono in maniera spazializzata una voce che descrive una visita guidata tra le pietre di un villaggio fuori dalla città di Gerusalemme. La specificità della grotta rende le affermazioni e la visualizzazione del “paesaggio pietroso” molto vivida. L’assenza di immagini, In questo caso, permette allo spettatore di avere una fruizione non mediata, bensì un’esperienza concreta realizzata come in prima persona. Quest’esperienza riguarda la scoperta di due episodi, entrambi drammatici, collegati alla storia del villaggio in questione: lo sfollamento e il massacro nel 1948 da parte delle truppe paramilitari della popolazione palestinese e la costruzione di un ospedale psichiatrico da parte del governo israeliano negli anni successivi per curare i reduci di guerra e i sopravvissuti all’olocausto. Appare evidente già da queste poche descrizioni che l’altro aspetto caratterizzante del lavoro di Orlow risiede nel prendere in considerazione sempre quei fatti che sono ritenuti dalla ‘grande storia’ come secondari e marginali. Nell’effettuare questo tipo di scelte, punta a riscattare quegli eroi che non hanno avuto voce e che potrebbero essere ricordati solo in una dimensione prettamente localistica. I due aspetti presenti in tutta la sua ricerca, riflettere sul ruolo e sull’utilizzo dell’immagine e prendere in considerazione i fatti minori della storia sono utilizzati per mettere in evidenza gli strumenti di percezione e interpretazione che lo spettatore può avere a disposizione, piuttosto che per sottolineare  la relazione tra causa ed effetto di quello specifico fatto storico. Questa scelta di prospettiva concettuale è da riferirsi al grande cambiamento che negli ultimi dieci anni ha avuto l’immagine fotografica, ormai definita come tale non nel momento in cui viene scattata ma nell’istante in cui viene condivisa e diffusa in rete. Questo ha determinato che il pubblico possa interpretare l’immagine come un’informazione istantanea rivolta a tutti e quindi a nessuno. La reazione dell’artista a questa nuova considerazione dell’immagine/informazione è votata a fornire ad essa e all’evento in essa raccontato un valore di fondazione di un concetto e non soltanto di documentazione: unico approccio possibile per ristabilire un dialogo collettivo, non soltanto una possibile interpretazione del reale, ma una costruzione di esso.

ATP: Questa che mi hai descritto è l’attitudine artistica di Orlow. Adesso puoi parlarmi dell’ultimo lavoro realizzato in ordine cronologico e presente in mostra? 

LB: Il nuovo lavoro dal titolo “Deep Opacity”, il quale fornisce anche il titolo a tutto il progetto, è costituito da differenti collage fotografici realizzati in post produzione per determinare una visione panoramica e in simultanea di un catalogo di spazi interni in cui sono accatastati quadri e sculture. Le visioni che ottiene l’artista dal formato allungato, appese alle pareti senza cornici o altri filtri, sono allo stesso tempo delle visioni oniriche e veritiere. Queste immagini a colori sono accostate a delle stampe in bianco e nero di alcuni loro dettagli e poi montate su un supporto di legno e appoggiate successivamente su una mensola. Questi due tipi di composizioni derivano dallo stesso ingente materiale visivo raccolto da Orlow durante il suo ultimo viaggio tra i magazzini dei musei delle principali città del Sud Africa. Le immagini degli interni ci restituiscono una visione unitaria e continua, che però può avvenire solo in una sorta di dormiveglia dell’artista o appunto in queste opere. Invece, le opere in bianco e nero denunciano associazioni specifiche come tra il volto della regina d’Inghilterra e quello di un’indigena…le quali nella foto a colori apparivano solo come soggetti di due quadri figurativi qualsiasi in mezzo a tanti altri quadri. L’opera “Deep Opacity” è il modo di Orlow per condividere le impressioni a caldo e le prime analisi della sua esperienza in Sud Africa, la quale lo porterà in futuro alla realizzazione di progetto video autonomo. I singoli gruppi di immagini, quella a colori e quelle in bianco e nero, corrispondono da una parte alla prima alfabetizzazione di un progetto ancora non definito, dall’altra rappresentano i due metodi con cui nel secolo passato si è sempre narrata l’esperienza del viaggio: l’album delle fotografie che testimoniavano la conclusione di un percorso e i racconti a voce che ne rivelavano le impressioni immateriali ma intime. Oggi questa divisione tra l’aspetto formale ed esteriore e quello interiore e personale non esiste più perché tutto è stato sostituito da una costante manifestazione e condivisione delle immagini in tempo reale (social network, iMessage e altro) e ancor prima della conclusione del viaggio in questione. Nel caso del lavoro di Orlow possiamo riconoscere nelle immagini a colori la dimensione del documento che confermano in maniera apparentemente oggettiva l’esperienza conclusasi del viaggio, e in quelle in bianco e nero la dimensione meditativa dell’effetto che quel viaggio ha avuto sul suo animo. Entrambe le immagini, tuttavia, sono manipolate per essere fruite come delle “presenze” più che come delle rappresentazioni. L’osservatore, nel rendersi conto che le immagini che gli appaiono naturali invece sono delle costruzioni, è costretto a prendere coscienza dei filtri e dei codici su cui si basa l’interpretazione degli eventi e l’organizzazione della società civile. Proprio su questa idea del filtrare il reale per poterlo controllare e su quella di capire cosa intendiamo oggi per originale, copia e naturale, si basano queste opere iniziali del progetto Deep Opacity. Forse la continuazione del progetto metterà ancora più in evidenza queste intuizioni portando alle estreme conseguenze il limite tra le immagini pittoriche, conservate dalla società Sud africana, e quelle fotografiche fatte dall’artista per attuare una riflessione più ampia sul ruolo del potere politico dominante che ha nella riscrittura del concetto di storia e sul concetto di identità collettiva. 

Uriel Orlow,   Deep opacity,   installation view at Laveronica arte contemporanea

Uriel Orlow, Deep opacity, installation view at Laveronica arte contemporanea

ATP: Puoi parlarmi delle altre tre opere appartenenti ai tre progetti precedenti e che sono adesso in mostra a Modica? 

LB: Nella sala principale della Galleria, esattamente di fronte alla parete in cui sono collocate le immagini di Deep Opacity realizzate in Sud Africa, si trovano cinque opere autonome, ma tutte legate al progetto The Short and the Long of It realizzato nel 2010/2011. Questi nascono dalle sue ricerche attorno alla storia delle quattordici navi mercantili che stanziarono per otto anni nel Canale di Suez quando fu chiuso nel 1967 a seguito della “guerra dei sei giorni”. Lo spazio sembra apparentemente vuoto, ci sono solo pochi indizi alle pareti e al centro una struttura di metallo contente la strumentazione tecnica necessaria per proiettare su una parete il video “Yellow Limbo” mentre nell’altra parete ad d’angolo sono visualizzate le frasi dello slide show dal titolo “Anatopism”. Il video “Yellow Limbo” è composto da immagini d’epoca che scorrono accanto al nuovo materiale prodotto dall’artista in prima persona nei luoghi reali dei fatti come se fosse un novello detective o archeologo. Con questo strano collage di immagini in movimento il concetto di vecchio e nuovo, di originale e artefatto, di storico e a-storico, sono superati a favore della necessità di stabilire un rapporto diretto e concreto con il passato recente. Tra il materiale di archivio risultano illuminanti le immagini dei giochi olimpici organizzati dagli equipaggi delle varie navi, come ci suggerisce Orlow, realizzati per creare un momento di aggregazione e coesistenza tra i vari equipaggi appartenenti a nazionalità differenti. La dimensione allo stesso tempo utopistica e surreale è alimentata dal ricordare che nello stesso momento storico si stava consumando la Guerra Fredda. Aspetto evidenziato dalle frasi che compaiono nello slide show che riportano (non in ordine cronologico) i fatti accaduti, dall’uscita del Film il Padrino alla uccisione Martin Luther King. Video e slide show, associati assieme, permettono di evidenziare il contrasto che solitamente passa inosservato tra il locale e il globale, tra l’evento astratto e la vita di tutti i giorni, provocando uno strano effetto sul concetto di distopia. La parete accanto a queste due proiezioni ospita, invece, tre differenti opere di cui una è un dipinto fatto dall’artista che riproduce la bandiera adottata dalla comunità momentanea del canale di Suez. La bandiera è un codice che nel linguaggio marinaro corrisponde al semaforo e allo stop proprio perché le navi erano nella condizione di stallo. Questo dipinto dal titolo “Mike” è posto accanto all’opera “Waterlocked” costituita da cinque immagini dalla realizzazione di un albero di natale, una scialuppa di fortuna fino ai giochi olimpici disputati sui ponti delle navi. Queste fotografie anche se reali sono state modificate minimamente dall’artista per riproporre la dimensione delle cartoline, mai trovate per adesso, spedite dall’equipaggio alle loro famiglie per tranquillizzarli sul loro stato di salute.Cosa sono dunque queste immagini? Si tratta di finzioni narrative o un di restauro di una verità? Proprio questo arco di interpretazione è adottato dall’artista per aprire la questione attorno al metodo di verifica che il pubblico deve sempre adottare rispetto al grado di veridicità delle immagini. La soluzione che suggerisce l’artista stesso è nel come si utilizzano le immagini e la narrazione che si vuole evocare perché il fine deve essere il tipo di verità che si vuole condividere e preservare. Questo approccio è evidente anche nell’opera fotografica “AK47” che consiste in un’immagine scattata dall’artista di una foto stampata su un giornale dell’epoca di un sommozzatore incaricato di ripulire il canale che preleva dal fondale un fucile da guerra. Esattamente a metà tra questo gruppo di cinque opere legate alla storia del canale di Suez e quelle legate al viaggio dell’artista nei magazzini del Sud Africa si trova l’entrata alla grotta dove è installata l’opera sonora Unmade Film: The Voiceover. del 2013/14, che consiste in una voce fuoricampo che propone al visitatore di essere la sua guida del villaggio di Kfar Shaul, ora ospedale psichiatrico costruito negli edifici del villaggio palestinese Deir Yassin, il quale fu svuotato in un massacro perpetrato dai paramilitari sionisti nel 1948. Tutte le opere presenti in mostra ruotano attorno all’esigenza dell’artista di dare concretezza e un posto fisico ai fatti astratti della storia. Questa attitudine è evidente anche nella serie delle quattordici fotografie di differenti grandezze dal titolo Porous Present Il soggetto delle immagini è costituito da strutture per cartelloni pubblicitari privi del messaggio commerciale e che sono destinati quindi a incorniciare solo il nulla, il cielo, le nuvole, il paesaggio, loro stessi. Questo archivio iniziato dall’artista nel 2010 in Armenia condensava perfettamente la condizione di limbo in cui si trovava il paese post-comunista che procedeva verso la sperata o l’inevitabile occidentalizzazione. Queste immagini sono la prova che tutto il lavoro di Orlow nasce dall’esigenza di andare oltre la superficie dell’enorme mole di immagini diffuse nei social network o dai giornali internazionali per meglio esplorare il mistero e l’evocazione che possono contenere, al di là della loro attuale funzione di essere un’affermazione affermata e non strumento di conoscenza o di dialogo.

Plan with Titles

Plan with Titles

ATP: Puoi parlarmi dell’impianto della mostra Deep Opacity?

LB: Fino ad adesso le mostre di Uriel Orlow sono state caratterizzate da un’articolazione narrativa molto ampia e dall’utilizzo di differenti medium espressivi che si stratificano e si intrecciano tra loro. Il suo particolare modo di frammentare lo spazio con la presenza di elementi fotografici, video, disegni, oggetti, ha lo scopo di creare tanti piccoli indizi per fare luce su un possibile dialogo e confronto tra noi spettatori e uno specifico fatto della recente storia umana. Invece, in questa mostra Deep Opacity i vari frammenti che sono messi a confronto riguardano quattro differenti fatti storici, quattro differenti luoghi geografici e quindi quattro differenti implicazioni che l’osservatore si trova ad affrontare rispetto al suo presente, al suo futuro e al concetto di memoria collettiva. In questo modo Orlow porta alle estreme conseguenze il suo processo di frammentazione per poterne analizzarne i meccanismi processuali adottati e capirne meglio il punto di partenza e gli obbiettivi. Con questa mostra diviene evidente che la destrutturazione dell’immagine e la sua parcellizzazione è solo il mezzo utilizzato da lui per costringere lo spettatore a prendere una posizione fisica e morale rispetto a quella storia narrata con cui si trova a confrontarsi.Un aspetto da non sottovalutare di questo display è che tre opere presenti sono parte di progetti conclusi di anni precedenti mentre il quarto lavoro in dialogo con essi è un preludio a un progetto che ancora non esiste e che è un work in progress. Proprio questo accostamento ci ricorda che l’atteggiamento di Orlow verso la storia non è di tipo documentaristico, ma è legato ad un’apertura e ad una continua messa in ri-discussione dei parametri interpretativi in possesso da parte di quella data società che li osserva proprio per aprire una discussione attorno al concetto di identità personale e di quella collettiva. I quattro luoghi e i quattro tempi evocati dalle quattro opere sono: Il Sud Africa durante l’apartheid per mezzo dei magazzini dei musei di arte contemporanea, l’Armenia post-comunista per mezzo delle strutture vuote destinate a cartelloni pubblicitari, il canale di Suez durante gli otto anni della sua chiusura con le quattordici navi mercantili al suo interno e il villaggio palestinese fuori dalle porte di Gerusalemme che poi dopo il 1948 è stato commutato in un ospedale psichiatrico del governo israeliano. Solo elencando queste coordinate mentali, fisiche e storiche di questi quattro progetti viene in mente una riflessione necessaria e radicale su quale può essere l’insieme delle aspettative dietro alla parola Europa, a parte un patto economico/monetario, e cosa può aver rappresentato nei secoli passati e cosa ha a che fare adesso con la nostra contemporaneità e il perché. Queste domande non sono ne la causa e ne l’effetto del processo di ricerca che rappresenta con le sue opere Uriel Orlow ma sono il sintomo evidente connesso alla domanda: chi sono io e soprattutto rispetto a quale gruppo culturale posso fornirmi delle risposte adeguate? L’artista si pone questa domanda di tipo ontologico e filosofico prima di tutto affrontandola sempre da un punto di vista personale e interrogandosi in prima persona sulla storia della sua famiglia.

ATP: Uriel Orlow utilizza gli archivi per ri-attivare il serbatoio della memoria collettiva per creare un “cortocircuito dialogico” tra i massimi sistemi e le esperienze specifiche, tra il globale e il locale, tra la finzione narrativa e la realtà immaginata. In che modo l’artista realizza questi cortocircuiti dialogici? 

LB: I cortocircuiti dialogici che attiva Orlow sono possibili perché evidenzia nello stesso lavoro le varie stratificazioni e tensioni di senso che il singolo fatto storico ha accumulato nel tempo. Condensando assieme le varie possibilità interpretative e i differenti punti di vista è come se provocasse apparentemente una paralisi, la quale visivamente corrisponde ad una dimensione di vuoto e ad un iniziale smarrimento da parte di chi osserva quella porzione di realtà. Questa iniziale sospensione di giudizio rispetto al surplus di immagini del presente dell’informazione che lui mette in atto rappresenta però solo il mezzo e non il punto di arrivo con cui conduce lo spettatore a prendere in considerazione la responsabilità del singolo cittadino e del singolo osservatore nella ridefinizione del concetto di società civile.

ATP: Potresti parlarmi del punto di vista che adotta l’artista per proporre un’alternativa alla lettura astratta e globale fornita solitamente dai libri di storia o dai giornali di cronaca riguardo ai fatti della storia recente europea? 

LB: Orlow, per dare voce e sangue alle esperienze con cui si relaziona, adotta due strategie intellettuali fortemente pragmatiche nella loro esigenza di stabilire un dialogo senza filtri e mediazioni. La prima è quella di scegliere quei fatti   al margine del grande evento storico e che per questo sono già carichi della dimensione del quotidiano e di storie personali. Così, la guerra fredda e la crisi dei sei giorni in medioriente è osservata da Orlow attraverso la storia delle quattordici navi mercantili bloccate nel Canale di Suez. Scegliendo questa storia specifica propone già una lettura propositiva e catartica di quella crisi internazionale. Quella storia è una prova che la possibilità di convivenza e di creare una comunità nel periodo della guerra fredda era possibile proprio al di là delle bandiere di appartenenza. Questa lettura catartica della crisi della storia è fornita già da un fatto realmente accaduto anche se parallelo e a margine, ma proprio per questo rende questa ipotesi propositiva non astratta ma reale e praticabile. La seconda strategia adottata riguarda una dimensione squisitamente legata alla pratica delle arti visive. Infatti, l’artista Uriel Orlow traduce in concretezza dei fatti astratti semplicemente dandogli un luogo da occupare nella realtà fisica che occupa lo spettatore stesso. Se i fatti della storia solitamente esistono nel tempo lui li fa esistere, nel loro frammento scelto con cura, nello spazio fisico permettendo allo spettatore di muoversi in esso. In alcuni casi addirittura lo spazio fisico e quello mentale vanno a coincidere come nel lavoro Unmade Film: The Voiceover installato nella grotta. Proprio quello scarto, tra osservazione del reale e immaginare il reale, oltre alla voce spazializzata che seguiamo nella grotta per mezzo dei cinque altoparlanti costringe lo spettatore a comprendere i confini in cui si trova e a ragionare sulle coordinate mentali e spaziali per definire la sua posizione nel mondo prima che nel tempo storico. 

ATP: Il tuo testo nel comunicato stampa precisa che questa mostra non è una retrospettiva. In che punto della ricerca dell’artista si colloca “Deep Opacity”?

LB: “Deep Opacity” è un analisi condivisa con il pubblico sul metodo di lavoro dell’artista di creare un dialogo con il reale e sui suoi moventi e obbiettivi. La mostra è nata attorno alle domande su come oggi possiamo confrontarci con i temi della riattivazione della memoria, della riflessione sull’identità collettiva e su cosa intendiamo con verità delle immagini senza cadere in una dimensione estetica ma tenendo la questione su una dimensione di esigenza. Solo se pensiamo a questa idea dell’esigenza si comprende il perché l’artista tocca questo materiale di archivio invece di occuparsi in primis delle tecniche artistiche della storia dell’arte come la pittura, la scultura ecc ecc. La mostra Deep Opacity di Orlow si colloca nel prendere atto della situazione in cui ci troviamo tutti noi di essere in stand by rispetto al concetto di futuro e di passato. Allo steso tempo porta alle estreme conseguenze l’idea di frammento che adotta nei suoi progetti per mettere al centro del discorso il vuoto che deve essere occupato e riempito dallo spettatore stesso. La volontà di Orlow è di voler creare un luogo nello spazio e non nel tempo. Deep opacity è una riflessione proprio sulla capacità dell’uomo da sempre di narrare delle storie e sulla capacità di renderle vive ogni volta che abbiano un senso per ridisegnare lo spazio della comunità….

Fino al 12 Luglio

gallerialaveronica.it

Uriel Orlow Anatopism,   81 slides,   2010

Uriel Orlow Anatopism, 81 slides, 2010

Uriel Orlow,   Unmade Film: The VoiceoveraSurro und sound,   dimming light,   29’ 30”,   2013-14

Uriel Orlow, Unmade Film: The VoiceoveraSurro und sound, dimming light, 29’ 30”, 2013-14

Uriel Orlow,   The Short and the Long of ItaUriel Orlow,   Uriel Orlow,   The Short and the Long of It,   installation view at Laveronica arte contemporanea

Uriel Orlow, The Short and the Long of ItaUriel Orlow, Uriel Orlow, The Short and the Long of It, installation view at Laveronica arte contemporanea