Das Unheimliche

(1) 

Dal buco che ho sulla calza fa capolino un dito. Fa freddo, tantissimo. Il fastidio è terribile. Muovo il dito stretto nella lana per farlo tornare al proprio posto, al sicuro. Nel frattempo continuo a sistemare la calza con la mano, piegandomi in avanti, cercando di tirarla sù o giù, portando il buco da un’altra parte, come con una coperta troppo corta. Mi contorco, in questo gesto complicato, ripetutamente. Il buco finisce sempre per avvolgere nuovamente il dito ed esporlo alla tempesta, alla corrente invernale, al mondo.

La piccola tragedia di questo strappo – letterale – nel tessuto, mi lascia nudo. E i bordi di lana di questa calza che si è ormai già fatta cratere, annunciano un presentimento terribile. L’Io vacilla, come in un viaggio che mi porta contemporaneamente in due direzioni opposte, la sensazione di familiarità si somma ad un terrore crescente che quel buco è reale, è lì, sul mio piede, a circa due metri dalla mia testa, e mi fissa. Un occhio vuoto che mi ricorda che non conosco nulla, non controllo nulla, che non c’è Storia e nemmeno tradizione che possano aiutarmi adesso. Sono scomposto, infastidito, pietrificato. Vedo l’antichità travestirsi e trasformarsi, farsi in pezzi, cadere dall’alto della colonna e scaraventarmi in basso, ai piedi del tempio, prima che le macerie mi sommergano.

Penso per un attimo che il buco, dal quale le cose orrende possono entrare ed uscire, non potrà più essere ricucito. Anche se mia madre fosse qui a prendersi cura del mio piede freddo, la sensazione di inadeguatezza si è ormai attaccata addosso, e difficilmente se ne andrà. Il fantasma è uscito dalla cripta e le cose sono diventate spaventose adesso: anche mia madre mi sembra un mostro.

(2)  

Nella casa che abitiamo c’è una cantina, una stanza senza luce, dove gli oggetti che erano parte di un Io che non c’è più sono riuniti assieme, l’uno vicino all’altro, ammassati e nascosti. Niente di quello che si trova nella cantina prende parte alla nostra vita quotidiana (non la sedia dove ci sediamo, né il tavolo dove mangiamo, o il materasso, ormai troppo vecchio e scomodo, sul quale dormiamo). Nonostante questo non possiamo separarcene. E non per un attaccamento nostalgico a quello che eravamo. La cantina di cui parlo non è un luogo della memoria, ma della dimenticanza.

Succede, un giorno, che la palla con cui giochiamo rotoli giù dalle scale e finisca proprio in quella stanza che non frequentiamo mai. Come nei film dell’orrore, seguiamo la palla sino al seminterrato, e ci troviamo davanti ad uno spettacolo terribile: siamo circondati dai nostri oggetti (la cantina è nostra, non di qualcun’altro), eppure proviamo una sensazione di estraneità e paura. Niente di quello che vediamo ha una funzione o è sistemato nello spazio in modo da poter essere usato (certo, l’armadio della nonna è lì che ci sovrasta maestoso, ma è bloccato da cataste di sedie traballanti e scatoloni, vecchi sci e scarpe logore). Gli oggetti si sommano e si ripetono costruendo un paesaggio irrequieto. Poi, ad un tratto, nella foresta di rovi in cui ci troviamo, ci pare di vedere un uomo con due teste, nascosto nell’ombra. A quel punto scappiamo a gambe levate per le scale e torniamo nel mondo illuminato, al nostro piano terra, nella nostra casa dove tutto è in ordine, dove nulla si può nascondere dietro la poltrona e tentare di staccarci gli occhi. Tiriamo un sospiro di sollievo, mentre il vecchio attaccapanni che avevamo appena scambiato per un mostro sta sorridendo, nel buio, sapendo che nessuno lo sposterà da lì.

(3)  

Ho seguito la palla nella cantina che raccoglie i perturbanti oggetti della nostra civiltà, cose che abbiamo rifiutato del mondo o che abbiamo voluto dimenticare. A volte persino ciò che è rimasto perennemente visibile, ma che è ormai diventato di una sostanza quasi trasparente. La porta mi si è chiusa alle spalle e sono rimasto intrappolato qui. Ho fatto dei mostri i miei alleati (o sono diventato addirittura il loro creatore).

Sono caduto nel buco del coniglio, nello stesso buco sulla punta del calzino.                     Non c’è niente da temere. Eppure.

(Testi di Tomaso De Luca)

Tomaso De Luca (1988) è stato selezionato da Ilaria Gianni e Alice Motard