Dario Bitto,   ILOVEDANIELBUREN,   TILE  project space,   Milano 2014,   installation view

Dario Bitto, ILOVEDANIELBUREN, TILE project space, Milano 2014, installation view – Foto: Elena Radice

TILE project space ha ospitato dal 16 ottobre al 14 novembre la mostra ILOVEDANIELBUREN di Dario Bitto, ultimo atto di una collaborazione con Accademia di belle arti di Brera, in cui l’artista è stato selezionato da un team di curatori, Martina Angelotti, Alessandro Castiglioni e Elvira Vannini, come lo studente più meritevole della cattedra del biennio di scultura di Vittorio Corsini.

Il progetto espositivo ha preso in esame, attraverso lo studio del lavoro di Daniel Buren, la natura del metodo, andando a proporre tre tipologie d’intervento in diverse situazioni e luoghi (spazio pubblico, spazio espositivo e collezionismo), tentando non tanto una ricostruzione storica dell’operato dell’artista francese quanto lo studio degli intenti e dell’approccio pratico seguito.

Il 24 novembre in occasione di Daniel Buren – Mode d’emploi è stata invitata Silvia Simoncelli, storica dell’arte, curatrice indipendente e docente presso NABA e Accademia di belle arti di Brera, per approfondire l’aspetto contrattuale e di relazione con il collezionismo nel lavoro di Daniel Buren. La conversazione, condotta insieme all’artista Dario Bitto, ha cercato di approfondire le scelte del giovane artista attraverso l’individuazione di alcune parole chiave ricorrenti nel lavoro di Daniel Buren e acquisite da Bitto all’interno del suo progetto.

TILE project space inaugura la prossima mostra l’11 dicembre 2014 (fino al 30 gennaio) con il progetto Mai di Giulia Cenci.

Qui di seguito invece viene presentata una parte della conversazione fra Silvia Simoncelli e Dario Bitto.

SILVIA SIMONCELLI: Sono qui stasera, su invito di Denise, Caterina Roberta e Dario perché abbiamo iniziato a ragionare su un aspetto fondamentale del lavoro di Daniel Buren, che però poi in mostra non ha un correlato visivo, e cioè l’avertissement. Dario Bitto ha fatto una ricerca anche su questo aspetto, però se le altre opere in mostra sono una sorta di risposta o reazione ad alcuni stimoli che vengono dal lavoro di Buren, l’avertissement è rimasto un po’ un ‘tra le quinte’ e tuttavia ci sembrava interessante portarlo all’interno di questa discussione per i numerosi spunti di riflessione che offre, per la relazione con il mercato dell’arte, ma soprattutto per la relazione che l’avertissement ha con tutta l’opera di Daniel Buren. Quando si parla di avertissement , lo si traduce in italiano con la parola contratto, in realtà è un avviso o meglio un monito, tanto che nella versione inglese viene tradotto con il termine beware (fare attenzione a), è dunque un monito che l’artista pone al collezionista nel momento in cui desidera comprare l’opera. L’avertissement contiene le istruzioni d’uso sul modo di relazionarsi all’opere e sul modo in cui il collezionista diventa corresponsabile con l’artista del lavoro. […]

L’avertissement dunque diventa un atto di responsabilità che l’artista chiede di fare al collezionista in un certo senso chiamando il collezionista a condividere la responsabilità dell’artista stesso, e cioè chiamando il collezionista a porre molta attenzione a una serie di elementi sui quali l’artista si concentra quando opera nello spazio pubblico, nello spazio del museo e nelle gallerie. La prima riflessione rispetto alla responsabilità è la responsabilità nei confronti del contesto in cui l’opera viene esposta. Le opere di Buren sono tutte opere in situ e non site specific ma concepite in stretta correlazione con il luogo in cui vengono mostrate e in situ non vuol dire semplicemente in relazione con lo spazio fisico ma allo spazio simbolico del luogo in cui vengono mostrate e per cui vengono sviluppate. […]

Un altro aspetto fondamentale di Buren che c’è nell’avertissement ma anche nella sua opera è il concetto di performatività. Iintendendo con performatività la capacità di un atto linguistico di produrre un effetto concreto, ovvero di produrre effettivamente un cambiamento, questa performatività è sempre legata ad un contesto e in questo caso il contesto dell’avertissement che è un contesto che utilizza un linguaggio legale fa si che anche una frase paradossale, potremmo dire, che è la frase che chiude l’avertissemen, abbia poi un efficacia reale. L’advertisement dopo di fatto aver elencato questa serie di comportamenti che in collezionista deve seguire si conclude Con il monito finale “Se il collezionista non rispetta tutte le richieste di Daniel Buren non sarà più possibile attribuire l’opera in oggetto a Daniel Buren” sostanzialmente Buren dice che l’opera diventa non più autentica nel caso in cui la sua volontà non viene rispettata. […]

Questo dice molto del metodo di Daniel Buren, e il metodo è un po’ poi quello che è la base del ragionamento che Dario Bitto ha fatto per prepararsi a questa mostra, che secondo me è una scelta non scontata perché spesso il riferimento al lavoro degli artisti è un riferimento formale o estetico, in questo caso invece c’è stata una sorta di decostruzione del lavoro di Buren attraverso delle parole chiave che vengono poi analizzate nel video Catalogue Raisonné presente in mostra. Io quindi, in questa conversazione, vorrei riproporre a Dario una serie di parole che ho citato, parlando dell’avertissement. […] Dunque vorrei sapere che ruolo ha giocato l’ avertissement nel momento in cui hai sviluppato l’idea di questa mostra e soprattutto se ci sono degli aspetti che per te sono stati più importanti, più stimolanti di altri?

DARIO BITTO: Il progetto di ILOVEDANIELBUREN è partito un anno fa. Ho sempre considerato il contratto come la parte di approdo della mostra, e il fatto che si concluda in maniera testuale significa proprio trattare così come Daniel Buren tratterebbe il suo contratto. Il contratto non compare in mostra perché è una costante del lavoro che sancisce non la concentrazione, la testimonianza o l’esposizione, ma un vero rapporto, ed è proprio questa la cosa che mi interessa di più e cioè come Daniel Buren attraverso un atto fondativo, un certificato, degli avvertimenti, una garanzia, riesca a mettere insieme gli aspetti più interessanti del mondo in generale della creazione, ossia l’autore e l’artista. Daniel Buren per tutta la sua carriera si è sempre difeso a vantaggio della presupposta autonomia dell’artista, che con l’ormai affermata figura del curatore, è sempre messa in discussione. Secondo me attraverso il contratto lui riesce a mettere da parte quelli che sono poi gli ordini autoriali come creatore e invece crea un’autorità come autore vero e proprio, riesce a far si che il contratto diventi -ordine di materiali attraverso il quale deve difendere un potere assoluto, ed è come se all’interno di un sistema centrale dove il collezionista ne fa pienamente parte così come il curatore, non più artista ma ormai autore, ricostruisse un sistema subordinato, il suo sistema.

Sono tanti i punti in cui in cui lui teorizza però senza mai entrare in conflitto o talvolta addirittura anche in antagonismo con questi punti. Lui è stato curatore dopo aver criticato il curatore per Sophie Calle alla Biennale del 2006, come se alla fine lui volesse testare quello che per una vita ha criticato. Nel momento in cui afferma la sua autorità e il suo potere non mette la sua firma ed è come se, in un certo senso, se ne sottraesse. Buren dice ‘non firmare il contratto sarebbe come non firmare l’opera solo perché non si trova lo spazio adatto’ e quindi è una presa di posizione nei confronti del sistema e anche un volere imporsi, un voler dettagliare delle regole, delle condizioni, alle quali bisogna giocare all’interno del sistema di Daniel Buren, che è soltanto un subparticella del sistema centrale. Quindi questi sono gli aspetti che più mi hanno interessato e trattarli così in maniera testuale è, così come per Daniel Buren, una parte affiancata al metodo […].

SS: Certo. La critica di un sistema è svolta da Buren sempre stando molto attento a rimanere ai margini di quel sistema, a non validare nessuna di quelle modalità con cui il sistema normalmente funziona e a questo punto anche il rifiuto di firmare, o il rifiuto di esplicitare per esteso qual è il suo metodo.

DB: Durante il processo della mostra ci siamo scontrati con il sistema di Daniel Buren. Si prevedeva di vedere di persona il contratto di Daniel Buren, avevo questa curiosità di vedere la non firma di Daniel buren, la negazione di autorità! Quindi abbiamo contattato le due gallerie italiane che trattano l’artista, Galleria Continua di San Gimignano e Massimo Minini di Brescia. Nel momento in cui abbiamo instaurato un primo rapporto con Galleria Continua c’era l’accettazione delle parti, ma appena Daniel Buren o l’assistente hanno saputo che si voleva vedere il contratto è stata chiusa la comunicazione. […] Tra l’altro se si va sul sito di Daniel Buren, l’avertissement lo si trova nella sezione dei testi, insieme ai testi critici o ai testi scritti di lui. Di nuovo non è un documento scaricabile in pdf che possa in qualche modo essere riprodotto. È invece un testo, nella sua versione unica francese, a cui si può accedere come se fosse un testo letterario.

SS: Un’altra cosa su cui abbiamo riflettuto, un’altra parola che vorrei condividere per continuare la riflessione sul tuo lavoro in relazione al lavoro di Daniel Buren, è la parola contesto. Perché l’artista è così attento a sviluppare dei meccanismi che rendano trasparenti quelle che sono le condizioni che crea il contesto in cui lui espone, un contesto indicato non solo come luogo fisico, ma come luogo in cui si intrecciano interessi di vario tipo: interessi economici, interessi culturali, interessi della rappresentazione di una certa elite, personalismi e tu prima hai citato la figura del curatore, con cui l’artista cerca di mantenere una relazione antagonista, per non creare una sorta di sottomissione alla volontà curatoriale. Vorrei sapere se pensando una mostra per uno spazio indipendente come TILE questa idea di contesto aveva in qualche modo influenzato il tuo progetto.

BD: I due sui tre filoni che la mostra cerca di trattare, indagano le declinazioni diverse del contesto, uno nell’ambiente pubblico che cita l’evento a Berna del 1969, l’altro guarda allo spazio non prettamente pubblico, quasi istituzionale, come potrebbe essere una galleria o un museo. L’intento era di lavorare su questa parola, non tanto come contesto ma come ‘luogo’. […] Daniel Buren, citandolo testualmente, dice ‘vivo dove lavoro’, ancora una volta il luogo del suo lavoro, interessato da un suo intervento, porta all’attenzione una serie di principi che sono legati alla vivibilità, l’abitare, lo stare e il permanere. […] Un altro punto per analizzare il contesto: ci troviamo da TILE, spazio che ha un’identità fisica, che è la piastrella, da cui è difficile sganciarsi. Mi sono trovato a confrontarmi con un’artista che ha un modo di lavorare quasi modulare, il pattern di Buren è qualcosa di ripetibile, e dentro TILE questo modulo compare dal nome, dalle identità delle tre ragazze, dallo spazio fisico. Per cui il contesto ha ragionato non tanto sulla distribuzione nello spazio delle opere ma quanto sul pensare le opere. C’è un lavoro in particolare, il video Catalogue Raisonnè che analizza il contesto in modo differente: analizza il contesto dell’artista, del contemporaneo dentro il quale l’artista lavora, mette quindi insieme la riflessione sul contesto: non gli da un indirizzo ma gli da un indice. Infatti tutti i testi così come il catalogo, compaiono come se fossero istruzioni. per l’uso. Per esempio, la sua teoria sull’immagine, sulla ‘foto souvenir’, in un catalogo viene messa come premessa, cioè lui ti dice ‘mentre sfogli questo catalogo, tu l’immagine la devi considerare in questo modo’. Dentro questo video è stato fatto questo lavoro: tutti i termini ti indicano appunto l’indice, cerca di dare un indirizzo! Questo è importante perché deriva dal contratto, dal lavoro di Daniel Buren e soprattutto dai contesti.

SS: […] La questione della responsabilità vuol dire comprendere la posizione del collezionista, e anche del curatore, infatti le opere sono nei musei e i curatori hanno il compito di reinstallare le opere e comunicarle. C’è una correlazione fra il soggetto che ha creato opera, e il soggetto che ne diventa detentore e responsabile. Dunque l’identità dell’artista non finisce nel momento della creazione ma continua all’interno dell’opera. Buren ci dice una cosa nel contratto: “ Il valore dell’opera risulta dal rispetto delle norme contenute nell’avertissement , ed è estraneo all’opera stessa.” C’è un disinteresse rispetto a determinare il valore economico dell’opera: l’opera in se non ha valore, ciò che le da valore è ciò che esclusivamente fa si che questa responsabilità sia un meccanismo che funzioni. Senza entrare nel procedimento economico, volevo capire se questa idea di responsabilità è comunque entrata all’interno dello svilupparsi di questo progetto, se è un’idea che a te come artista interessa, e in che modo?

DB: Eh si, fa parte del mio lavoro ma non lo comprende totalmente. Credo che il diritto di occupare lo spazio pubblico, dato agli artisti e agli autori, è ciò che vaglia la loro responsabilità. Questo diritto viene dato, seguendo il pensiero di Hannah Arendt, poiché le persone come pluralità investono il proprio potere collettivo in qualcuno o in qualcosa. Nel momento in cui questo qualcuno veste il potere collettivo può legittimamene investirlo a sua volta sulla gente; l’artista e l’autore lo fanno nel momento in cui occupano lo spazio pubblico. Attraverso il diritto di esporre in luoghi pubblici l’artista esercita un potere collettivo, la gente lo investe venendo a vederti o comprandoti una pubblicazione e questo è forte segno di scambio d’investimento. Ancora una volta in secondo luogo, sempre attraverso l’atto di rendersi pubblici, e quindi di esporsi, come dice Boris Groys, l’esposizione è compiere un atto di ufficializzazione, quando infatti vediamo un opera all’interno del museo, sappiamo che questa si mostra attraverso una certa ufficialità. Questa ufficialità di cui viene investito l’artista e l’autore ci fa comprendere quanto sia necessaria una responsabilità, che si mostra in primo luogo come un’attenzione al pubblico, che non rimanga vuoto di contenuti.

SS:  Altra parola su cui abbiamo riflettuto e su cui ci siamo confrontati è l’autenticità e l’attribuzione. Nel momento in cui hai ragionato su un artista pensando a una mostra che ha un titolo che sembra/è una dichiarazione d’amore, sei riuscito a rimanere sempre in una zona liminare senza arrivare mai ne alla citazione vera e propria ne alla replica, ma hai cercato di creare la tua autorialità all’interno della rilettura del lavoro di Buren.

DB: Si, perché l’aspetto più forte di Buren è l’aspetto formale quindi già il punto di approdo e di arrivo era l’aspetto formale. Ho lavorato sul trasformare i luoghi comuni, già il titolo ILOVEDANIELBUREN è un luogo comune, un luogo comune come le strisce! Non è una dichiarazione d’amore. […] Ho voluto trasformare questi 8, 7 che fanno parte dell’ordine pratico di Buren in un codice. I suoi 8, 7 renderli come dei codici, mentre tutto il resto come dei linguaggi ed ho cercato di metterli assieme e costruire un metodo, è il metodo poiché referenza di un’autorevolezza e di un’autorialità incriticabile. In mostra non ci sono né dei plagi né dei doppi, perché il codice visivo è replicabile, ma il metodo di Daniel Buren fondamentalmente è un caso studio, non lo puoi classificare.

SS: Allora a questo punto il metodo di cui ti sei innamorato/scontrato è più un metodo che genera conflittualità, alla fine di tutto questo percorso il metodo in che modo si è sedimentato e se si è sedimentato poi nel tuo modo di concepire il tuo lavoro e nel tuo modo di pensare ai tuoi prossimi progetti?

DB: Questo non lo so ancora, io quando ho sentito l’esigenza di lavorare su di un metodo , mi sono chiesto principalmente perchè un metodo. Fabio Mauri ha questo brand nel suo lavoro, “l’arte non è una scienza , in quanto tale si può impossessare delle scienze degli altri” che cos’è la scienza dell’arte o tutto quello che riguarda le materie umanistiche, è una teoria come diceva Arthur Danto. In ogni pratica ciò che distingue un falso da una falsa pratica, quindi da una vera pratica, è appunto la sua teoria.

L’arte fondamentalmente non verte su un’unica teoria ma ne ha tante parallele che strutturano tanti paralleli metodi. Per cui ho voluto lavorare sul metodo intendendolo come appunto quella mediazione tra il punto di vista della disciplina che in un certo senso ti è imposta quindi, l’estetica, la parte visuale formale dell’artista e poi tutte le scelte personali. La mediazione tra il metodo imposto e le considerazioni personali, costituiscono effettivamente il metodo e fanno si che comunque ci sia una mediazione tra il piano semantico della disciplina e il piano semantico della persona.  C’è un altro esempio bellissimo che fa Galimberti, che fa capire in ordine della tecnica e del metodo il perché delle differenze: se dentro una foresta o un bosco si trovassero un poeta e un falegname a guardare lo stesso albero non vedrebbero la stessa cosa. Perché dalla riflessione su di esso il poeta magari ne farebbe una lirica, il falegname una sedia. Eppure il contesto è univoco ma nel senso dell’arte questo non può succedere.

Io non mi sono mai posto nel lavoro sul metodo di raggiungere un punto predisposto che poi mi sarebbe servito ad andare avanti. Ho voluto vagliare tutte le situazioni e i contesti, lavorando sulle fonti. Quindi non sulle citazioni, come si fa nel postmodernismo, in quanto non c’è una rivalutazione della storia o di un personaggio ma c’e un lavorare sulla storia attraverso le fonti che è diverso.  Il punto di approdo mi ha fatto capire meglio cos’è il metodo, prima non avevo tanta sicurezza né risposte sul suo significato. Però non so cosa lascia in me questo per affrontare altri lavori. Almeno per adesso…

Dario Bitto,   ILOVEDANIELBUREN,   TILE  project space,   Milano 2014,   installation view.

Dario Bitto, ILOVEDANIELBUREN, TILE project space, Milano 2014, installation view. Foto: Elena Radice

Dario Bitto,   ILOVEDANIELBUREN,   TILE project space,   Milano 2014,    installation view .

Dario Bitto, ILOVEDANIELBUREN, TILE project space, Milano 2014, installation view .Foto: Elena Radice

Dario Bitto,   ILOVEDANIELBUREN,   TILE project space,   Milano 2014,   fanzine

Dario Bitto, ILOVEDANIELBUREN, TILE project space, Milano 2014, fanzine – Foto: Elena Radice

Dario Bitto,   ILOVEDANIELBUREN,    TILE project space,   Milano 2014,   installation view

Dario Bitto, ILOVEDANIELBUREN, TILE project space, Milano 2014, installation view Foto: Elena Radice