Thiago Rocha Pitta,   L'Eremita,   St. Moritz (Via Engandina)

Thiago Rocha Pitta, L’Eremita, St. Moritz (Via Engandina)

Non si nota subito, da lontano sembra il residuo di un cantiere. Il resto di un ponteggio. Avvicinandosi, dietro ad una spessa tenda grigia si nota un piccolo giardinetto più o meno incolto. Bella nella sua presenza scultorea, questa tenda è stata concepita, in realtà, per essere posizionata davanti alla chiesa S. Maria Incoronata in corso Garibaldi a Milano. Ma non solo. Prima davanti ad un sagrato, ora posizionata nel parcheggio antistante la galleria Gluck50  (via Gluck 50, Milano – catalogo catalogo presso Mousse Publishing) , questa tenda-scultura suscita curiosità per la sua inadeguatezza.

Inevitabile chiedersi perché e con quale scopo Thiago Rocha Pitta ha concepito una ‘falsa’ tenda che ospita nel suo interno terra ed erbe che, tramite il loro naturale processo di crescita, ne modificano lo spazio interno e, nel complesso, la stessa struttura.

La scultura, dal titolo ‘il Campo Accampa’, è costruita con la massima semplicità: un tessuto imbevuto o intriso di cemento che, solidificandosi, ha fatto si che il tessuto indurisse e si autosostenesse. Simbolica forma di abitazione precaria, la tenda per l’artista diventa mezzo per misurare lo spazio fisico dell’abitare e del viaggiare allo stesso tempo. C’è un’immagine bellissima (nel suo sito) che mostra una tenda cementificata davanti ad un paesaggio montano che toglie il fiato. La precarietà intrinseca alla tenga diventa per l’artista una forma pretestuosa per dar vita ad una scultura elegante e ambigue. La leggerezza e transitorietà della struttura diventa un oggetto pesante che, alla morbidezza della tela, sostituisce la rigidità di un pesante panneggio solidificato.

Ma è con l’opera ‘L’Eremo’ che i significati si fanno più palesi e, al tempo stesso, più complessi. All’interno della galleria, passato un stretto e lungo corridoio, si accede ad un’ampia stanza vuota che ospita una grande oggetto ripiegato su se stesso. Da lontano sembra un’enorme pinna di squalo che fende dell’acqua. Una pinna, un’ala o, semplicemente, una grande tenda le cui leziose pieghe diventano suggestivi e pittorici decori. Il grigio del cemento rende quest’oggetto tetro, le imperfezioni lo rendo quasi vivo, vibrante. La vediamo di spalle, ‘la colonna vertebrale’ curva, ingobbita da un imponente peso o motivata dalla volontà nascondere qualcosa: come se l’atto di nascondere qualcosa tra le braccia imponga che la schiena si curvi su se stessa.

E’ un po’ ciò che accade in questa scultura: nasconde un segreto.

Percorso il perimetro, giungiamo all’entrata della tenda o all’uscita dalla ‘terra’. La struttura, simile a quella che abbiamo scoperto nel parcheggio, ma di dimensioni molto più grandi, anziché ospitare un tappeto erboso incolto, ospita un buco. Profondità nera e tanto inspiegabile quanto imprevedibile, visto che ci troviamo in uno spazio espositivo dove, in teoria, non ci devono essere dei buchi profondi di un metro nel pavimento. Buchi no, misteri sì.

Nell’entrata (o nell’uscita, dipende dai punti di vista),   l’artista ha posto una roccia, per sottolineare – nel caso non fosse evidente il cambiamento di ‘era’ – la circostanza primordiale, quasi selvaggia.  Entrati nella profondità e oscurità della tenda, si ha la strana sensazione di perdere vagamente i punti di riferimento. Si ha la sensazione (lieve) di sentire un po’ freddo. Racchiusi due volte dentro ad un bacino inquietante. E non mi riferisco alla tenda (1) e alla galleria (2), bensì al Buio (1) e all’Arte Contemporanea (2).

Ottimo esordio per una nuova galleria a Milano. Benvenuti!

Thiago Rocha Pitta,   Il Campo Accampa,   foto: Adrianna Glaviano. Courtesy Gluck50,   Milano

Thiago Rocha Pitta, Il Campo Accampa, foto: Adrianna Glaviano. Courtesy Gluck50, Milano