Andrea Salvino,    Nicht versöhnt oder es hilft nur Gewalt wo Gewalt herrscht- Non riconciliati o solo violenza aiuta dove violenza regna,   2009-2011,   5 disegni matita su carta,   photo by altrospazio

Andrea Salvino, Nicht versöhnt oder es hilft nur Gewalt wo Gewalt herrscht- Non riconciliati o solo violenza aiuta dove violenza regna, 2009-2011, 5 disegni matita su carta, photo by altrospazio

Alcune considerazione di Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Marco Raparelli e Alessandro Cicoria, dopo l’esperienza 24/24 della mostra There is no Place Like Home a Roma (26-27-28 settemebre 2014,  via Aurelia Antica 425)

“Cara Elena

eccoci con una riflessione su quanto è accaduto lo scorso fine settimana in via Aurelia Antica 425. Abbiamo avuto modo di parlarne tra di noi e anche di ascoltare artisti, colleghi, addetti ai lavori e non, che hanno partecipato in prima persona al progetto o che se semplicemente ci hanno sostenuto come pubblico.

Ma partiamo da un’ennesima definizione del progetto che ti vogliamo scrivere a mo’ di relazione, tanto per fare chiarezza prima di tutto con noi stessi: si è trattato di un’azione, un intervento progettuale nato spontaneamente da incontri, chiaccherate e confronti vissuti insieme negli ultimi due anni. Al di là delle parole, spesso ripetitive e dal tono lamentoso nelle cerchie dell’arte contemporanea romana, si è avvertita l’esigenza di fare qualcosa che fosse affine alla nostra natura: una mostra “libera” (intendendo con libertà il fare ciò che più intimamente corrisponde al proprio sentire), totalmente costruita attorno alle opere degli artisti e al rapporto con essi. Senza intermediari, logiche o costrizioni di altro genere. L’idea è nata dalla volontà di vivere la progettualità della mostra come momento di condivisione e di gioia, come un lavoro dotato di serietà e frutto di una volontà condivisa. In generale si ha troppo spesso la sensazione di essere irretiti dalla mediocrità, e anche semplicemente parlare della crisi del sistema arte stava diventando per noi una spia decostruttiva. Partendo dal presupposto che ciascuno di noi vive e interagisce con il sistema dell’arte, non abbiamo pensato al progetto come ad un gesto di protesta, piuttosto come ad un momento di “proposta” introducendo una diversità: il nostro modo di vivere l’arte.

Così, ci siamo messi in marcia su questa nuova via, proponendo una mostra collettiva in un cantiere in costruzione. Lo spazio, di per sé molto suggestivo, ci ha offerto lo spunto per centrare la metafora dell’intento del nostro progetto: fare per costruire, per generare un motore capace di attivare pensieri e azioni.

La formula delle 24 ore è nata principalmente da un’esigenza pratica, cioè -data la natura architettonica del luogo sprovvista di pareti, porte etc.- si era imposto il problema della custodia delle opere. Da qui abbiamo pensato di concentrare l’evento in tre giorni e di rimanere anche nelle ore notturne (non c’è un curatore, ma tutti quanti abbiamo sentito l’esigenza di prenderci cura prima di tutto delle opere).

Superato il problema custodia, abbiamo iniziato a circoscrivere gli inviti agli artisti. La scelta è avvenuta attraverso una “rete” di rapporti e di stima che ciascuno di noi organizzatori ha coltivato negli anni con i vari artisti invitati. Tutti hanno abbracciato il progetto e, dopo aver fatto un sopralluogo nel cantiere, hanno affrontato la fase progettuale del lavoro. Molti hanno realizzato un lavoro site-specific, interpretando la tematica del cantiere e della casa come luogo di costruzione in fieri destinato ad essere spazio da vivere nella quotidianità. C’è stato in generale un atteggiamento di grande serietà da parte degli artisti coinvolti: qualcuno ha viaggiato ( a spese proprie) ed è venuto a lavorare direttamente nel cantiere; altri ci hanno inviato diverse emails con delle proposte, suscitando un crescendo di entusiasmo e dimostrandoci grande partecipazione. Tanto per citare qualche esempio emblematico: Simone Berti è approdato a Roma una settimana prima dell’opening e ha costruito il bancone di terra scavando nel giardino del cantiere; Flavio Favelli ha realizzato il soffitto trascorrendo due giorni interi sospeso su di un trabattello; Daniele Puppi ha presentato un lavoro creato ad hoc per il luogo, installandolo dalle 10. alle 2.00 di notte e portando con sé dal televisore alle viti e il trapano; Corrado Sassi ha costruito una cabina-radio, soggiornando in cantiere nei tre giorni della mostra 24 ore su 24; Federico Pietrella è venuto da Berlino e ha costruito due scalini in cemento, realizzando un lavoro funzionale posto all’ingresso del percorso espositivo.

Già questa partecipazione ci aveva fatto pensare che il nostro obiettivo era stato raggiunto: lavorare con dedizione e riconoscere negli artisti coinvolti un motore capace di costruire.

L’ allestimento della mostra è avvenuto in maniera corale e attraverso un dialogo tra noi organizzatori e gli artisti. Perciò, dalla collocazione delle opere al reperimento del materiale necessario c’è stato sempre un rapporto biunivoco e di comune accordo. La messa in sicurezza del cantiere (compresa la costruzione della scala grazie al progetto di Vitoria Gasteiz) è stata completamente realizzata da noi e con l’ausilio dei proprietari del cantiere. Mentre, per garantire l’accesso ai visitatori abbiamo ritenuto opportuno fare firmare una liberatoria formulata grazie al contributo di un avvocato.

Il sistema d’illuminazione è stato creato grazie all’aiuto di amici, così come il servizio del bagno chimico. In generale il progetto ha avuto diversi sostenitori che ci hanno supportato per le spese vive (comunque limitate) quali il filo elettrico, affitto furgone, trasporto di alcune opere o prestiti di materiali come birra (Menabrea) fari e spot (Naca Arte e Spazio Mohoc), videoproiettore (American Academy) etc.

Altra fonte di sostentamento è stata la realizzazione delle stampe d’artista (quattro edizioni di stampe- tiratura 80 esemplari dei lavori di Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Marco Raparelli) vendute in parte nei giorni d’apertura. La comunicazione per mezzo di flyers e la futura realizzazione del catalogo con NERO avverrà in parte grazie a questi introiti percepiti come offerta in cambio della cartella contenente le quattro stampe.

Il servizio fotografico è stato realizzato da Davide Franceschini di “altrospazio”, gratuitamente.

La comunicazione è stata supportata con grande entusiasmo da Atpdiary, da where’s art e da Maria Bonmassar, media partners del progetto.

All’ opening sono venute senz’altro 500 persone (dato che tanti sono stati i fogli delle liberatorie stampati e firmati), ma veniamo al dunque, cioè a quelle che sono state le nostre impressioni e i commenti del pubblico.

In generale un grande entusiasmo, un successo che ha superato ogni nostra aspettativa. Per raccontare meglio questa sensazione è più esplicativo riferire che cosa è stato detto e da chi. Tra gli addetti ai lavori il gallerista Mauro Nicoletti si è complimentato per l’allestimento e la spettacolarità del luogo; Adriana Polveroni ha scritto di un’ “anima” che si percepiva entrando nello spazio espositivo, una diversità; Paola Ugolini come i coniugi Ferri della Fondazione per l’Arte si sono complimentati per lo spirito con cui abbiamo lavorato accanto agli artisti e per la scelta del luogo e delle opere esposte; Giacinto Di Pietrantonio, anche se non è riuscito a venire a Roma, ci ha scritto un e-mail di grande incoraggiamento, così come Francesco Stocchi ci ha sostenuto acquistando subito una cartella e seguendoci da lontano con uno spirito di totale condivisione del progetto. Anche molti artisti si sono avvicinati con grande apprezzamento: Luigi Ontani era una forte presenza all’opening; altri giovani romani come Josè Angelino si sono intrattenuti nelle ore notturne per assistere alla performance di Cesare Pietroiusti; Luca Rossi ci aveva invece intercettati già da prima, approvando la comunicazione dell’evento.

Di contro, abbiamo ricevuto anche delle critiche in negativo da persone che però non hanno partecipato all’evento e che non hanno apprezzato l’aria di novità nella misura in cui non sono state invitate o si sono sentite emulate. Insomma tanti ammiratori, ma anche alcuni denigratori. Gli artisti che hanno partecipato sono stati presenti e, anche dopo l’evento, sta continuando un rapporto di scambio di idee, anche in merito ai progetti per il futuro. Loredana Di Lillo come Corrado Sassi hanno percepito un motore per tornare a concentrarsi sul lavoro con un atteggiamento certamente più forte del momento di crisi che si sta vivendo; Simone Berti ha pensato di trasferirsi a Roma per un po’…

Le critiche in negativo riguardano l’illuminazione che non è stata impeccabile, ma questo è stato determinato soprattutto dall’ambiente che, essendo un cantiere, non ci ha permesso di raggiungere una perfezione del sistema d’illuminazione. Altra problematica, il video di Eli Cortiñas che, sistemato nel piano a vista, di giorno non godeva di un’ottima visibilità come nelle ore notturne.

La mostra ha funzionato. Obiettivamente lo possiamo dire.”

 Testo raccolto da Giuliana Benassi

*

Gli artisti che hanno aderito e condiviso il progetto: Stefano Arienti, Simone Berti, Alessandro Cicoria, Eli Cortin?as, Stanislao Di Giugno, Lory Di Lillo, Flavio Favelli, Stefania Galegati Shines, VitoriaGasteiz, Daniele Genadry, goldiechiari, Thomas Hutton, Giovanni Kronenberg, Michaela M. Langenstein, Emiliano Maggi, Matteo Nasini, Norberto & Scintilla – Antonio Grulli, Nicola Pecoraro, Alessandro Piangiamore, Federico Pietrella, Cesare Pietroiusti, Giuseppe Pietroniro, Luigi Presicce, Daniele Puppi, Marco Raparelli, Max Renkel, Andrea Salvino, Alessandro Sarra, Corrado Sassi, Vedovamazzei

Nicola Pecoraro,   To be titled,   2014,   pompa elettrica,   acqua,   dimensioni ambientali,   photo by altrospazio

Nicola Pecoraro, To be titled, 2014, pompa elettrica, acqua, dimensioni ambientali, photo by altrospazio

Giuseppe Pietroniro,   Segno,   2014,   lavagna e olio d'oliva,   150 x 80 cm,   photo by altrospazio

Giuseppe Pietroniro, Segno, 2014, lavagna e olio d’oliva, 150 x 80 cm, photo by altrospazio

Stanislao Di Giugno,   Where do we go from here,   2014,   legno e staff in acciaio,   dimension variabili,   photo by altrospazio

Stanislao Di Giugno, Where do we go from here, 2014, legno e staff in acciaio, dimension variabili, photo by altrospazio