The Time Machine,   Installation view,   Frutta Gallery,   2013,   Roma

The Time Machine, Installation view, Frutta Gallery, 2013, Roma

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E’ risaputo che il ‘sapore’ di un’opera d’arte suggerisce l’umore temporale che l’ha prodotta. L’idea o l’immagine che incalza l’artista a creare un’opera può essere il frutto di una sua visione interiore, di un’esperienza vissuta, di una forma più o meno palese o coscienze di citazionismo, un’emulazione. Di nuovo quasi niente, di elaborato e trasformato, quasi tutto. L’ipotesi affascinante che l’artista crei dal nulla, non soddisfa nessuno e non sostanzia qualitativamente nessuna opera d’arte. Ci troviamo mai ad utilizzare l’aggettivo ‘nuovo’ per definire un lavoro? Io, quasi mai. Tramontata oramai da decenni la rincorsa del nuovo, l’arte si rigira (forse anche insonne) su se stessa, guardando a destra e a manca per catturare buoni incastri, oliate cifre stilistiche, battuti sentieri che non dico lascino poco all’immaginazione, ma per lo meno non ci fanno perdere il cammino.

Ecco allora che una mostra come ‘The Time Machine’, ponendosi l’ambizioso obiettivo di tracciare un ‘nuovo sistema’ dove ‘navigare’  – sempre ‘a vista’ sia chiaro, siamo dentro ad una galleria, nello specifico, Frutta Gallery di Roma – cerca di proporre un nuovo codice interpretativo. Con un tourbillon di stimolanti concetti il progetto ‘The Time Machine’ – curato da CURA. (da un’idea di Ilaria Marotta)  – è presentato così: “Attraverso rapidità di sinapsi, ironia e facilità di accesso a un turbo-archivio di immagini open-source, la produzione di una generazione emergente di artisti internazionali converge verso la costruzione di un nuovo sistema, in cui – assimilate le citazioni e gli esiti del passato, fatte proprie le nuove frontiere della comunicazione, delle tecnologie, di internet, dell’estetica vorticosa degli ipermercati e del consumo immediato – definiscono il prospettarsi di una archeologia del futuro, incentrata sull’assimilazione pantagruelica e la restituzione fisica o virtuale del cambiamento in atto.”

Se l’atto del prevedere suggerisce ipotesi sul futuro, coerenti con il presupposto di questa mostra, le opere in mostra dovrebbero essere sintesi non solo di un ‘umore’ presente, ma anche sunto di un passato (più o meno studiato) della storia dell’arte. Chiariamo subito che opere di questo tipo in mostra ce ne sono ben poche, per il semplice fatto che ogni atto creativo è imprevedibile e da considerare come un singolo momento di una storia che si sta sviluppando in un istante.

La ‘macchina del tempo’ a cui si riferisce il titolo, a mio parere altro non è che una meccanismo diabolico che non viaggia nel tempo – avanti e indietro tra presente e passate – bensì, è come se corresse sopra un gigante tapis roulant. In altre parole, saliti (entrati) dentro a questa ‘time machine’ (galleria) non viviamo che un eterno presente dove le opere ci raccontano non tanto una sintesi del presente, somma di stimoli, archivi reali (e virtuali), storie delle arti presenti e andate, bensì, un racconto più o meno obbiettivo di un trend (tradurre con andamento) contemporaneo. “Video, pittura, scultura, installazione si scambiano codici e formule in un comune brodo primordiale in cui confluiscono i flussi di immagini che attraversano la quotidianità attuale, in una nuova forma, in un nuovo luogo e in un nuovo tempo.”

Emerge, in quasi tutte le opere, una sorta di ‘impazienza’ nel senso che molti lavori mal sopportano i propri confini ‘tecnici’, non sono disposti a stare fermi entro la propria peculiarità settoriale. Un esempio su tutti, le tele accartocciate e itineranti di Andrea Kvas. “Le sue tele, private del suppporto tradizionale del telaio, e liberate dalla bidimensionalità della parete, costituiscono formule volte a forzare i limiti della percezione e a scomporre l’ordine dello spazio in cui si trovano.” Pittura non pittura o non solo pittura, ma comunque fatta con pennelli, spatole, mani, pigmenti, colle su tela ecc.

Un altro esempio calzante è la bella installazione di ‘Chaise, table with fruit and pillow’ di Margaret Lee. Moderno set per un servizio fotografico o angolo eclettico del proprio salotto, la sua opera appare perfettamente costruita per essere immortalata: tutto è piatto e sullo stesso piano. Tanto i manufatti in ceramica come la pera e la banana, il cuscino con uno dei 101 dalmata, la Lama 921 chaise longue richiesta a Zanotta.

Uno delle opera che più hanno attratto la mia attenzione è la scultura sotto vetro dal titolo, ‘TM1517 (Paranthropus Robustus): dressed in poll water’, di Timur Si-Qin. L’opera è composta da un assemblaggio di forme ossee realizzate grazie ad una scansione in 3D. L’artista ha progettato una sorta di reperti ossei di un fantomatico animale, realizzandoli con la digitalizzazione delle forme di ogni elemento. Mandibole, denti, piccoli ossi, sono stati realizzati in materiale plastico la cui texture simula gli effetti luminosi dell’acqua in piscina. Ogni elemento è stato collocato in modo simmetrico dentro alla teca.

Di ‘insoddisfazione’ o impazienza si ritrova anche nel video ‘infinito’, ‘Entropy Wrangler Siluria (study), di Ian Cheng. Parlando della propria ricerca, l’artista ha affermato: “Se riusciamo a integrare un certo coefficiente di entropia, prevedendo la sua forma nascosta, possiamo plasmare l’aspetto e l’impressione del futuro, una società di gestori di entropia che vive con e si forma dal caos che emerge tutto intorno a noi, costantemente”. Informi dinosauri, al suono del ticchettio di una pioggia simulata, guerreggiavano tra forze altrettanto ataviche e informi, non compiendo mai la stessa azione o strategia.

Di infinito si parla anche per l’affascinante progetto iniziato nel 2007 – e tuttora in corso – di Haris Epaminonda e Daniel Gustav Cramer,  ‘The Infinite Library’. “Si tratta di un archivio di libri esteso all’infinito, ognuno dei quali creato a partire dall’assemblaggio di immagini e altri volumi raccolti e numerati. Ogni volume ha la propria struttura ricomposta ogni volta dal materiale originale e dalle possibilità che esso offre. Mentre la biblioteca si espande con ogni nuovo libro, ogni singolo volume porta in sé il potenziale di diventare il centro di un’installazione spaziale, un’estensione del tema del libro stesso, della sua forma, contenuto, ritmo e logica.”

Tutto contemporaneo l’immaginario ibrido di Jimmy Limit che compone delle nature morte fotografiche dove materiali organici si incastrano con elementi inorganici; forme morbide si accoppiano con forme rigide e inutilmente tecnologiche. Curiosi i titoli:

Mango Persimmon Arrangement with Metal in Black Space (Agriculture, Balance, Collapse, Despair, Family, Fragility, Fresh, Frustration, Healthy Eating, Heap, Isolation, Level, Nobody, Prosperity, Risk, Support, Teamwork), 2013.

Sewer Pipe with Pineapple and Blue Cap (Agriculture, Ambiguity, Architecture, Community, Compression, Divinity, Fresh, Growth, Isolation, Longing, Nobody, Uncertainty), 2013.

Artisti in mostra: Mark Barrow, Ian Cheng, Nicolas Deshayes, Dexter Sinister, David Douard, Haris Epaminonda e Daniel Gustav Cramer, Gundam Air, Andrea Kvas, Margaret Lee, Jimmy Limit, Billy Rennekamp, Torben Ribe, Timur Si-Qin

The Time Machine,   Installation view,   Frutta Gallery,   2013,   Roma

The Time Machine, Installation view, Frutta Gallery, 2013, Roma

Timur Si-Qin,   TM1517 (Paranthropus Robustus): dressed in poll water,   2013,   Frutta Gallery,   Roma

Timur Si-Qin, TM1517 (Paranthropus Robustus): dressed in poll water, 2013, Frutta Gallery, Roma

The Time Machine

WITH: Mark Barrow, Ian Cheng, Nicolas Deshayes, Dexter Sinister, David Douard, Haris Epaminonda and Daniel Gustav Cramer, Gundam Air, Andrea Kvas, Margaret Lee, Jimmy Limit, Billy Rennekamp, Torben Ribe, Timur Si-Qin.

A project curated by CURA. from an idea of Ilaria Marotta

Through rapid synapse, irony and ease of access to a turbo-archive of opensource images, the production of an emerging generation of international artists converges towards the construction of a new system, in which – having absorbed quotes and outcomes of the past, the new frontiers of communication, information technology, the internet, the swirling aesthetics of hypermarkets and fast consumption – the prospection of an archeology of the future is defined, focusing on gargantuan assimilation and the physical or virtual rendering of change taking place. A product of this transformation, art no longer seems to have a form, or rather seems to have many. Teleportation, dematerialization and re-materialization are presented as the fundamental processes of the artistic act. Bodies and objects appear hence disembodied, the very matter is reduced from molecules to pixels, from substance to image. Video, painting, sculpture, and installation interchange their codes and formulas in a communal primordial soup, into which the image streams crossing the current everyday life converge into a new form, a new place and a new time.

From MARK BARROW’s Re-productions, in which painting seems reduced to its basic codes, we go to TORBEN RIBE’s installation abstractions, passing by ANDREA KVAS’s unstructured conformations paintings or NICOLAS DESHAYES’s resins, intended to return animal fossils. The moving image undergoes endless transformations, like in the work of IAN CHENG, who detects in a future primitivism the scenario ahead of us. Or, like in DAVID DOUARD’s case, insists on the relationship between real and virtual dimension. It is instead reduced to pure language in the video story by DEXTER SINISTER, in a paradoxical contemporary iconoclasm. The everyday, familiar and domestic object, appears like the leftover of a distant time in the past or in the future, the trace of a moment unconnected to reality: this is the case of MARGARET LEE’s installations or BILLY RENNEKAMP’s assemblages, the results of metamorphoses generated by the flowing of time. Or the result of genetic contamination, like in JIMMY LIMIT’s still lifes. The idea of the musealization of an endless book collection can be found in the work of HARIS EPAMINONDA AND DANIEL GUSTAV CRAMER, who reflect on the cataloguing of an image database to be preserved in the future; TIMUR SI-QIN further insists on the idea of a past that will be rebuilt through new platforms, when the origins of the world will not remain but in small traces. This scenario is finally resolved in a utopia of the present in the project of GUNDAM AIR, an artist who, in his folly, dematerializes his present being to talk with works projected in a future dimension. The threads of time are interwoven with no apparent order, just like the spatial coordinates are muddled, giving rise to an entropy of references and allusions which leads the eye and the mind into a time machine out of control.

Frutta Gallery, Rome

until 8 January 2014

Margaret Lee,   Chaise,   table with fruit and pillow,   2013 detail,   Frutta Gallery Roma

Margaret Lee, Chaise, table with fruit and pillow, 2013 detail, Frutta Gallery Roma

(David Douard,   Glory Hole,   2013,   Frutta Gallery,   Roma

(David Douard, Glory Hole, 2013, Frutta Gallery, Roma

Mark Barrow,   HNO,   2013,   Frutta Gallery Roma

Mark Barrow, HNO, 2013, Frutta Gallery Roma