ATPdiary vi presenta in anteprima i cinque finalisti del Premio Furla 2015 attraverso brevi interviste e una panoramica visiva del loro lavoro.

? The Nude Prize. Premio Furla 2015 / ARTISTI #1: Luigi Coppolo e  Maria Adele Del Vecchio

A – Quest edizione, di cui Vanessa Beecroft è madrina, è intitolata “The Nude Prize”, come ti sei relazionato con questo tema? Ci puoi dare un’anticipazione di cosa presenterai?

B – Il titolo “The Nude Prize” (Il Premio Nudo) – ideato da Vanessa Beecroft,  in collaborazione con il gallerista Jeffrey Deitch – propone una riflessione sulla sfida che un artista intraprende partecipando a un premio, dovendosi mettere a nudo di fronte al giudizio degli altri. Quale è il tuo punto di vista rispetto questo ‘mettersi a nudo’ di fronte al pubblico?

C – Vanessa Beecroft nel suo lavoro ha traslato il concetto di ‘nudità’ dal piano fisico a quello mentale:  il nudo ripreso in chiave contemporanea come occasione per indagare l’identità e la profondità dell’animo umano. Come ti sei relazionato con questo tipo di tematiche?

FRANCESCO FONASSI (Brescia, 1986) selezionato da Chiara Vecchiarelli e Sofia Hernandez Chong Cuy

A – Lavorerò ad un canone per 96 voci, ispirato a un’opera di Pier Francesco Valentini del 1631, intitolata ‘Canone nel nodo di Salomone’. Regola sulla quale si costituirà il progetto è quella dell’univocità e individualità percettiva, ovvero l’impossibilità collettiva di esperire l’intero lavoro in un unico atto di presenza. Collaborerò nuovamente con Letizia Fiorenza, cantante italo-svizzera con cui in passato ho già sperimentato punti deboli e momenti di ‘regressività’ vocale.

B – Il mio ‘mettere a nudo’ è insieme trasparenza e opacità strutturale. Della forma, ma prima ancora del pensiero che l’ha generata. Sono le relazioni disincantate delle persone che assistono alla manifestazione di un accadimento di cui sono esecutori in prima persona in quanto scoperti, nudi appunto. I momenti nei quali le fessure aperte in quel disincanto falsificano quelle relazioni per verificarne altrove l’efficacia.

C – Non riconoscere più il proprio corpo, come assunto già palesato nel ‘600 da Spinoza, è una condizione cui mi sento affine. Questa distanza, o senso di perdita, non è nuova per il mio lavoro. Confrontarsi con un canone per mezzo della voce umana per me significa delegare questa perdita a chi del corpo-voce subirà la mimesi e la durata. Assomigliare a questa distanza e incorporarla nel luogo dove avviene il fenomeno della percezione riguarda sia il piano fisico che quello mentale.

Francesco Fonassi e? nato a Brescia nel 1986. Il suo lavoro, che spesso si avvale di collaborazioni dal carattere interdisciplinare volte a sperimentare i meccanismi strutturali e il funzionamento dei diversi media scelti, e? stato presentato in mostre personali e collettive presso istituzioni nazionali e internazionali, tra le quali si annoverano: Palais de Tokyo, Parigi; MACRO, Roma; CoCA, Torun (Polonia); MAG, Riva del Garda; viafarini DOCVA, Milano; The Emily Harvey Foundation, New York; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Auditorium Parco della Musica di Roma, Roma; Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Museo Pecci, Milano; Teatro Margherita, Bari. Numerosi gli interventi e le performance in spazi indipendenti tra cui BB15, Linz; Blockhaus DY10, Nantes; DKSG Galerija e Remont Gallery, Belgrado; A Certain Lack Of Coherence, Porto; Glassbox, Parigi.

Tra i programmi di residenza cui ha partecipato: Le Pavillon, Palais de Tokyo, Parigi; Fondazione Pastificio Cerere, Roma – Cite? Internationale des Arts, Parigi; Atelier BLM, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Real Presence 2007-2010, Belgrado – Castello di Rivoli, Torino. Ha collaborato inoltre a progetti per festival tra i quali Sarajevska Zima di Sarajevo e a progetti editoriali tra cui L’Allocco di Daniela Zangrando e Canto Minore (Minor Strain) per NERO, curato in collaborazione con Valerio Mannucci. Nel mese di ottobre 2014 presentera? una nuova produzione presso il MAXXI di Roma.

Francesco Fonassi / Statement di Chiara Vecchiarelli

In una relazione prima di tutto etica al sapere e all’altro, la pratica artistica di Francesco Fonassi opera sulle dinamiche e sui fenomeni della percezione spingendo il reale a urtarsi contro i suoi stessi dispositivi di separazione e relazione che sottendono e articolano un sentire comune. Lo fa insistendo sull’attitudine umana al subire e reagire a forme di aggressivita? e isolamento, interruzione e durata attraverso l’esperienza dell’ascolto, che pone come soglia sulla quale articolare rapporti di attivita? e passivita?, e oltre la quale marcare luoghi di co-appartenenza. Per mezzo di azioni, registrazioni, configurazioni ambientali, trasmissioni radio, sessioni di ascolto, audiovisivi e la predisposizione di spazi sensoriali, Fonassi rende tangibile il luogo in cui conoscenza e immaginazione si rovesciano una nell’altra, e l’immagine – matematica, visiva o sonora che sia – assume una funzione realizzante. Mettendo in rapporto tra loro saperi diversi, Fonassi progetta lo spazio per una moltitudine di soggetti non piu? passivi, ma insieme percipienti e percepibili e suscettibili di articolare forme del tenersi insieme nelle quali resistere all’inclusione in un tutto conchiuso, sia esso di natura acustica o sociale.

Francesco Fonassi,   Kollaps,   Aufstieg. _Audiovisivo per voce sola. 2ch video 6ch audio,   40’. Production still,   2012. Photo credit: Ala D'Amico.  Courtesy: Francesco Fonassi

Francesco Fonassi, Kollaps, Aufstieg. _Audiovisivo per voce sola. 2ch video 6ch audio, 40’. Production still, 2012. Photo credit: Ala D’Amico. Courtesy: Francesco Fonassi

Francesco Fonassi,   Temporale _ Azione per 40 microfoni e due ambienti separati. 60’,   2011.

Francesco Fonassi, Temporale _ Azione per 40 microfoni e due ambienti separati. 60’, 2011.

MARIA IORIO (Napoli, 1975) e RAPHAEL CUOMO (Svizzera, 1977) / selezionati da Simone Frangi e Virginie Bobin

Maria Iorio è nata a Losanna nel 1975. Raphaël Cuomo è nato a Delémont nel 1977. Vivono e lavorano a Berlino. Attualmente sono docenti e ricercatori presso la Hochschule der Künste di Berna e curatori di Unfinished Histories – Histoires en devenir, un programma di screening e talks che opera sugli archivi del Centre pour l’Image Contemporaine di Ginevra (non più in attività dal 2008), assumendolo come oggetto di riflessione sull’emergenza del video nei suoi effetti trasformativi e sul potere critico della pratica audiovisiva.

I recenti progetti artistici del duo articolano una ricerca sulle economie della visibilità in relazione ai regimi di mobilità passati ed attuali nelle coste Nord e Sud del bacino del Mediterraneo. Il loro attuale corpus di lavori è costantemente in progress e si focalizza sull’interpolazione di storie di migrazione, processi di urbanizzazione e cinema in Italia all’epoca del “miracolo economico”. La pratica che ne risulta associa momenti performativi, film e documenti raccolti e presentati in display analitici.

Iorio/Cuomo hanno esposto il loro lavoro in numerose mostre e festival, tra cui The Maghreb Connection. Movements of life across North Africa; Der Standpunkt der Aufnahme / Point of view – A season on political film and video work, Arsenal, Berlino; Chewing the Scenery, 54 Esposizione Internazionale d’Arte – Biennale di Venezia; Twisted Realism, Argos, Brussels.

Statement di Simone Frangi

Una pratica fondata su approcci socialmente e politicamente densi che alterano le norme straight dell’identità nazionale italiana, della sua forma e del suo racconto. Grazie a tattiche documentarie e ricostruzioni storiciste narrative, veicolate da traiettorie di ricerca a lungo termine e display analitici, Raphaël Cuomo & Maria Iorio assumono criticamente la dimensione dell’italianità, per misurare la performatività di un passato recente – ma storicizzano – nella sua emergenza attuale. Agendo sugli assi portanti del disequilibrio del territorio nazionale, il lavoro di Cuomo & Iorio procede per attivazione e traduzione di un patrimonio archivistico “in latenza” opponendosi allo stesso tempo alla sua reificazione e a fascinazioni estetiche.

Sono gli isomorfismi storici nella loro urgenza, che dal periodo postbellico mantengono un’agency costante nel paesaggio postindustriale, a costituire i binari di una ricerca dalle derive operaiste, impregnata dalla cultura neorealista e dai processi e dalle finzioni di costruzione democratica. Urbanismo e criticità abitative, decolonizzazione, emergenza di nuove tecnologie, obsolescenza programmata di dispositivi di uso quotidiano e riorganizzazione simbolica del capitalismo, topos culturale della frontiera, figure di migrazione e geografia umana. Questioni che implicano altrettanti processi di appropriazione di una specifica militanza e di un’immaginazione critica, nelle sue dinamiche di auto-rappresentazione e di genealogia.

Maria Iorio / Raphae?l Cuomo Sudeuropa (2005-2007),   video stills

Maria Iorio / Raphae?l Cuomo Sudeuropa (2005-2007), video stills

Maria Iorio / Raphae?l Cuomo Twisted Realism (2010-2012),   video stills

Maria Iorio / Raphae?l Cuomo Twisted Realism (2010-2012), video stills

GIAN MARIA TOSATTI (Roma, 1980), selezionato da Alessandro Facente e Chelsea Haines

A – Ho lavorato su cosa succede quando siamo realmente nudi. Quando perdiamo ogni cosa. Quando non ci rimane altro che la nostra pelle e quello che contiene. Cosa siamo disposti a fare allora? Cosa siamo allora? Uomini ancora e forse più di tutti quelli che, attorno a noi, si nascondono dietro una divisa, dietro un colletto bianco. Ho cercato una storia che potesse servire da contesto per questa riflessione profondamente umana e mi sono concentrato sulle conseguenze di una vicenda accaduta durante la Seconda Guerra Mondiale negli Stati Uniti. 110.000 cittadini americani di origini giapponesi furono deportati in campi di concentramento dal loro stesso governo solo in base ad un pregiudizio razziale. Quando vennero rilasciati non avevano più nulla. Né una patria, né una casa, né averi, né amici. Erano nudi in ogni senso. Ma hanno dovuto per forza ricominciare. Ho immaginato uno di questi uomini e l’ho usato come specchio perché lo spettatore potesse, attraverso la sua storia, rivedere sé stesso in quei momenti duri in cui non ci rimane niente se non la nostra dignità.

B – Un artista deve fare assai di più che mettersi a nudo, deve sparire. Altrimenti sarà sempre d’intralcio nel rapporto fra il pubblico e l’opera. L’artista è un costruttore di specchi in cui lo spettatore può tornare a vedere, a volte dopo anni, il suo volto interiore. Bisogna, dunque, non essere d’intralcio, non frapporre la propria immagine tra lo specchio e lo spettatore. Superare la nudità in una spoliazione perfetta, che coincide con la scomparsa. E’ verso questa purezza che credo debba tendere l’artista con la massima umiltà.

C – Nel libro di Giobbe c’è un verso significativo. Lo recita il protagonista quando perde ogni cosa, la sua famiglia e i suoi averi. Non si scompone. Afferma: «Nudo sono uscito dal seno di mia madre e nudo vi tornerò». Questo significa che la nudità non è condizione che intacchi l’universo di altezze e di potenzialità che l’uomo porta dentro di sé fin dal momento della sua nascita. Quando si è ridotti alla nudità non si è perso ancora niente di essenziale.

Gian Maria Tosatti e? nato a Roma nel 1980. Vive e lavora tra New York e Napoli. Dopo gli studi e un’attivita? di ricerca nel campo performativo presso il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera, si e? trasferito a Roma per intraprendere un percorso artistico nel territorio di connessione tra architettura e arti visive, realizzando principalmente grandi installazioni site-specific. Sono frutto di questa ricerca tutte le opere successive, a partire dai due progetti Devozioni e Landscapes realizzati in collaborazione con la Fondazione Volume!. Il primo e? un ciclo di dieci grandi installazioni per spazi architettonici particolari, il secondo e? un percorso di arte pubblica legato ai luoghi di conflitto urbano. Attualmente la sua ricerca e? legata a due nuovi progetti, Fondamenta, basato sull’identificazione degli archetipi dell’era contemporanea, e Le considerazioni sugli intenti della mia prima comunione restano lettera morta, ciclo dedicato agli enigmi che risiedono nella memoria personale. Tali progetti sono stati realizzati ed esposti presso il Lower Manhattan Cultural Council – New York, l’Hessel Museum CCS/BARD – New York, il MAAM – Roma. Tra il 2013 e il 2015 la sua ricerca e? centrata su un’opera in sette parti che abitera? l’intera citta? di Napoli dal titolo Sette Stagioni dello Spirito. Il progetto biennale e? sostenuto dalla Fondazione Morra, dal Museo MADRE e da tutte le istituzioni della citta?.

Gian Maria Tosatti / Statement di Alessandro Facente

Dal 2005 Gian Maria Tosatti lavora su cicli di grandi installazioni ambientali di forte impatto visivo e immersivo all’interno di spazi urbani sensibili e molto spesso abbandonati. I percorsi attraverso cui prende forma questa ricerca sviluppano indagini complesse attorno al tema centrale dell’identita? dell’uomo, fino alle sue radici archetipiche, prendendo in esame i livelli che la stratificano, ovvero storia, religione, mitologia, letteratura, iconografia. L’obiettivo dell’artista e? indicare un percorso linguistico che esca dai limiti del tracciato visivo, sfondando l’architettura stessa per dialogare direttamente con l’esterno, con le citta? coinvolte, le loro comunita? e, dunque, la contemporaneita? stessa.

Gian Maria Tosatti - La peste,   2013,   Environmental installation Detail

Gian Maria Tosatti – La peste, 2013, Environmental installation Detail

Gian Maria Tosatti -  Estate - 2014 - Environmental installation - Detail

Gian Maria Tosatti – Estate – 2014 – Environmental installation – Detail