The cock-crow,   2013,   CO2,    Torino - Visione della mostra

The cock-crow, 2013, CO2, Torino – Visione della mostra

Testo di Matteo Mottin /

La galleria CO2 inaugura la nuova sede torinese con la collettiva “The cock-crow”, che riunisce i lavori di Giulio Delvè, Andrea Dojmi, Ettore Favini, Helena Hladilova, Ilja Karilampi, Gianni Politi, Mike Ruiz, Samara Scott e Jesse Wine.

Il titolo della mostra si ispira ad un brano tratto dall’Amleto di Shakespeare, in particolare dalla seconda scena del primo atto: Orazio racconta ad Amleto delle continue apparizioni di uno spirito con le sembianze del suo defunto padre e di come lui, poco prima dell’alba, cercò di avvicinarlo per interrogarlo, e di come lo spettro scomparve al canto del gallo.

Che la citazione sia altisonante è fuor di dubbio, ma cosa nasconde? A mio parere possiamo dedurre due cose: la prima è che il fantasma era un fantasma vero – i fantasmi finti solitamente non scompaiono così – e la seconda è che non fu il canto del gallo a farlo svanire, ma l’alba stessa. Il gallo ha fatto solo da tramite, era una “condizione al contorno”, necessaria ma non sufficiente. Il gallo in realtà cantava per Orazio, non per lo spettro. Ed è così che mi piace interpretare “The cock crows twice?”, il lavoro di Ettore Favini che fa da didascalia alla mostra: l’artista ha ritagliato la sagoma di un gallo da una foto scattata all’alba e ha esposto le due – la sagoma e la foto ritagliata – sulla stessa parete, fianco a fianco. Il gallo era già presente nella foto prima che Favini la ritagliasse, ma mettendolo in evidenza con il suo gesto l’artista ci regala una sorta di stabilità, di punto fisso a cui aggrapparci per partire.

La mostra è ben strutturata. Ad accoglierci nello spazio di Via Arnaldo da Brescia 39 ci sono due sculture di Helena Hladilova, “Snoopy” e “Dart Fener”, una composta solo da materiali bianchi, l’altra solo da materiali neri. I lavori sono posti davanti ad “Argent de poche”, tre dipinti di Gianni Politi. In questo modo i lavori della Hladilova, alla sua prima mostra con CO2, dialogano in maniera prospettica con quelli di Politi, artista “storico” della galleria.

Pochi passi oltre la soglia, alla nostra sinistra troviamo il lavoro di Andrea Dojmi, “Stalker”, un corrimano protetto dalla corrosione con un strato di grasso, la cui ombra ricorda la forma della scultura con lo stesso titolo presente in “The isle of the dead”, la prima personale dell’artista con CO2. L’opera ben bilancia i due lavori di Ettore Favini alla nostra destra: il già citato “The cock crows twice?” e “Qualche centimetro più in alto del suolo”, tre sculture su cui l’artista ha poggiato una lampada ad infrarossi orientata ad est.

Avanzando nello spazio troviamo la scultura “Regional philosophy II” di Jesse Wine: il “Travelling white man” che nell’ultima mostra nello spazio di Roma si preparava alla partenza dal suo plinto in mdf preso in prestito dallo studio di un artista romano è ora arrivato a Torino. Ha perso il cappello, è sporco della polvere del viaggio e si riposa su un basamento bianco come le pareti della nuova galleria. Ad accoglierlo c’è “Follow me home”, il lavoro di Samara Scott, alla sua seconda mostra alla CO2.

Il lavoro di Giulio Delvè, “La parata dei rosa elefanti”, è uno still preso da “Dumbo” e riprodotto con colate di gesso colorato. L’opera è come sospesa, la sua presenza fisica in forte contrasto con la scena leggera e lisergica del film da cui è ispirato.

Proseguendo incontriamo un dipinto che ci risulta tanto familiare quanto sconosciuto: in “Replaced Mona Lisa” Mike Ruiz ha eliminato la Gioconda e ha immaginato e ridisegnato la parte di sfondo che solitamente questa nasconde. Ne ha poi mandato un’immagine ad alta definizione a dei pittori cinesi, che l’hanno dipinta su tela.

La mostra si conclude con un’installazione di Ilja Karilampi, “However long the night, the dawn will break”. Dietro una tenda, in un piccolo spazio illuminato con una lampada di Wood, l’artista ha scritto a bomboletta sulle pareti la frase che dà il titolo al lavoro, “Per quanto lunga sia la notte, l’alba sorgerà”. Ha poi messo su uno scaffale un berretto arancione, che investito dalla luce ultravioletta si trasforma in un piccolo sole che si riflette su un orizzonte e irradia una luce che trasforma lo spazio dell’anta in un diorama minimale. Il lavoro rimane sospeso tra l’ironico e il poetico, così come la nostra percezione – falsata dalla lampada di Wood – resta sospesa tra la sensazione di assistere ad un’alba e quella di assistere ad un tramonto. Mentre nel lavoro che fa da didascalia alla mostra Favini ci dà dei punti di riferimento fissi isolando il gallo dall’alba, qui di punti fissi non ne abbiamo.

Giulio Delvè,   The cock-crow,   2013,   CO2,    Torino

Giulio Delvè, The cock-crow, 2013, CO2, Torino

Mike Ruiz,   The cock-crow,   2013,   CO2,    Torino

Mike Ruiz, The cock-crow, 2013, CO2, Torino

Ilja Karilampi,   The cock-crow,   2013,   CO2,    Torino

Ilja Karilampi, The cock-crow, 2013, CO2, Torino

Andrea Dojmi,   The cock-crow,   2013,   CO2,    Torino

Andrea Dojmi, The cock-crow, 2013, CO2, Torino