Tadashi Kawamata,   Veduta dell'allestimento "Territori instabili",   Centro di Cultura Contemporanea Strozzina,   Palazzo Strozzi,   Firenze,   2013       Image © CCC Strozzina,   Fondazione Palazzo Strozzi,   Firenze  Photo by Martino Margheri Tadashi Kawamata,   Richard Mosse,   Paulo Nazareth,   Paolo Cirio,   Kader Attia,   Jo Ractliffe,   Walter Guadagnini,   Franziska Nori,   Broomberg Chanarin,   Veduta dell'allestimento "Territori instabili",   Centro di Cultura Contemporanea Strozzina,   Palazzo Strozzi,   Firenze,   2013       Image © CCC Strozzina,   Fondazione Palazzo Strozzi,   Firenze  Photo by Martino Margheri

Tadashi Kawamata, Veduta dell’allestimento “Territori instabili”, Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, Palazzo Strozzi, Firenze, 2013 Image © CCC Strozzina, Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze Photo by Martino Margheri

Mutamenti e movimenti. Per compiere degli spostamenti l’uomo ha bisogno di spazio: fisico e immaginifico. A questi due livelli, in ambito artistico, se ne aggiunge un terzo, lo spazio della rappresentazione. Ed è in questo spazio che si muovono gli artisti invitati alla mostra Territori Instabili – a cura di Franziska Nori e Walter Guadagnini – ospitata fino al 19 gennaio 2014 alla CCC Strozzina di Firenze. Lo spazio della rappresentazione è infatti  la nota dominante che lega assieme i dieci progetti, prima che opere d’arte in senso stretto, di Kader Attia, Zanny Begg & Oliver Ressler, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, Paolo Cirio, The Cool Couple, Tadashi Kawamata, Sigalit Landau, Richard Mosse, Paulo Nazareth e Jo Ractliffe.

Diversi per ricerca, stile e data anagrafica, gli artisti hanno espresso dieci punti di vista differenti su una moltitudine di concetti: territorio, occupazione, spostamento, conflitto, storia  e, non ultima, l’ identità.

Ognuno, toccando anche esperienze personali, creando terrori fantomatici, percorrendo spazi tanto reali quanto visionari, hanno disegnato un atlante geografico-emozionale del ‘territorio contemporaneo’. I temi sociali, inevitabilmente, sono in primo piano, ma sono spesso sublimati tanto da rendere un fatto reale in evento metaforico per capire altre realtà e situazioni.

La prima instabilità, a cui fa riferimento il titolo, riguarda un aspetto prima di tutto linguistico: instabili sono le certezza delle definizioni e dei significati. Territorio, etimologicamente deriva da ‘possessore delle terra’, ‘terra di dominio’ ecc. Ecco allora che la prima vera incertezza o instabilità parte proprio dalla definizione del soggetto da rappresentare. Alla provvisorietà del senso intrinseco della parola ‘territorio’, si aggiungono altri significativi dilemmi: frontiera, scoperta o barriera? Cosmopolitismo e/o rivendicazione territoriale?

L’apertura semantica mina le certezze della visione univoca e porta con se le infinite forme di rappresentazione. Viaggiatori, ricercatori e sognatori, storici o documentaristi: tanti sono i ruoli chiave in cui, caso per caso, gli artisti si sono calati per comprendere e in seguito diffondere, attraverso i loro interventi artistici, ‘casi’ esemplari di significazione (prendo a prestito questo termine dalla semiotica). Casi esemplari dove la relazione tra il significato e il significante diventa una cassa di risonanza per riflettere. Perché è proprio il ‘far pensare’ l’obbiettivo che, a mio parere, suggella la raccolta di opere dei vari artisti. Dai casi dove l’aderenza tra rappresentazione e realtà è più prossima – esempio ne sia le tre serie fotografiche di Jo Ractliffe, fotografa sudafricana che ha attraversato i territori desolati e desolanti dell’Angola per documentare con immagini tanto liriche quanto dolorose, i segni lasciati dai conflitti di battaglie – a progetti dove prevale un segno simbolico – penso ai ‘prepotenti’ specchi di Kader Attia, rotti e poi riuniti con grosse cuciture di ferro –  o, ancora, a opere dove sono rivelati i meccanismi ‘diabolici’ che consentono a grandi aziende internazionali di aggirare i controlli fiscali grazie alla diffusa pratica di dislocare la sede fiscali in isole sperdute.

 Tre interventi molto diversi tra loro, sviluppati con mezzi e forme espressive diverse, ma accumunati dallo stesso obbiettivo: la riflessione sulla densità simbolica dello spazio, violentato nel caso delle fotografie di Jo Ractliffe, deformato e transitorio nelle superfici specchianti di Attia, strumento per azioni illegali nell’operazione artistico-fiscali di Paolo Cirio.

Territorio come spazio simbolico, si diceva, ma anche e soprattutto, spazio tangibile e concreto. Nel saggio in catalogo, la curatrice Franziska Nori cita ‘Il pianeta degli slum’ (2006), del sociologo e teorico dello sviluppo urbano Mike Davis, per affrontare il problema contemporaneo dei territorio di confine tra zone di popolazione ricca e quella poveri; confini divenuti barriere invalicabile per non consentire alle fasce indigenti della società di sconfinare in quelle abbienti. Ecco allora che si creano gli slum, aree periferiche e marginali delle città, dove poter ammassare le popolazioni di serie B, quelle non degne o idonee.

Un lavoro esemplare in mostra è quello del giapponese Tadashi Kawata, che si è ispirato alle costruzioni di fortuna dei senza tetto di New York negli anni ’80. Ma potrebbero anche essere  le canne delle favelas in Brasile o le altrettanto abitazioni di fortuna delle grandi metropoli del mondo. A Firenze l’artista ha pensato a due interventi all’esterno di Palazzo Strozzi ‘Tree Hits’ (capanne sull’albero). Rifugi temporanei sospesi ricordano dei nidi d’uccello ma anche delle escrescenze dell’architettura stessa. All’interno, invece, Kawata presenta ‘Apnea’: un’installazione composta da porte in disuso recuperate nei magazzini di Palazzo Strozzi. Installandole sul soffitto della sala principale, la sensazione è – come suggerisce lo stesso titolo dell’opera – di trovarsi sott’acqua, sovrastati da materiali fluttuanti che ci impediscono di emergere e respirare.

Compiendo un ulteriore salto interpretativo, ci sono due opere che, più di altre, riflettono sulla capacità stessa dell’arte di raccontare le vicende –in questo caso molto dolorose – che succedono in territori decisamente instabili. La prima è la complessa, coinvolgente e immersiva installazione video a 6 canali di Richard Mosse ‘The Enclave’. Avevamo già saggiato un altrettanto appassionante opera di Mosse a Venezia, nel Padiglione Irlandese. A Firenze l’artista ha allestito un ambiente labirintico, senza centro dove ‘perdersi’ tra rumori violenti e paesaggi bellissimi, tra immagini crude e terribili e un’atmosfera sospesa di totale surrealtà. In verità, ciò che vediamo è tutto reale: Mosse ha trascorso un lungo periodo nella Repubblica Democratica del Congo per documentare la feroce guerra, tutt’ora in corso, tra il governo centrale e milizie locale. Utilizzando una tecnologia a raggi infrarossi, l’artista restituisce un paesaggio stravolto e surreale, la cui bellezza stride con l’atrocità che si compiono in quei territori. Ecco allora che il ‘filtro’ dell’arte restituisce potenziato, in tutta la sua drammaticità, un territorio martoriato. Ciò che il linguaggio non può descrivere, è raccontato allora grazie queste potenti e intense visioni.

Anche nell’opera di Adam Broomberg e Oliver Begg, la capacità dell’arte di raccontare, si scontra non solo con la drammaticità del realtà, ma anche con lo statuto stesso del mezzo artistico di poter documenta. I due artisti presentano il progetto ‘Chicago’, un’installazione video e fotografica che allude al non-luogo, reale e al tempo stesso irreale, Chicago: una cittadina araba costruita all’inizio degli anni ’80 nel deserto del Negev in Israele, come ‘palestra’ dove esercitare i soldati israeliani a combattere. Documentando piccoli dettagli con immagini fotografiche in scala 1:1, i due artisti si interrogano sulla legittimità stessa del messo fotografico di documentare una realtà vera e al contempo fittizia. Le immagini infatti simulano interni reali ma ‘falsi’ in quanto teatro di un’esercitazione di morte che simula spazi veri. In questo macabro gioco di simulazioni Broomberg e Begg ci svelano dettagli che sconvolgono la natura stessa del concetto di casa – spazio privato – e strada – spazio pubblico. L’immagine di un foro in un muro a forma di stella, non è che la testimonianza della tecnica militare worming: il metodo di percorrere le aree urbane attraversando gli edifici grazie alla costruzione di passaggi. Ecco che la battaglia non si compie più in strada, bensì dentro alle mure domestiche.

Adam Broomberg & Oliver Chanarin Chicago #5,   2006 Chicago,   Tze’elim Military Base,   Negev Desert,   Chicago C-type print © Adam Broomberg and Oliver Chanarin

Adam Broomberg & Oliver Chanarin Chicago #5, 2006 Chicago, Tze’elim Military Base, Negev Desert, Chicago C-type print © Adam Broomberg and Oliver Chanarin

I giovani italiani The Cool Couple (Simone Santilli e Niccolò Benetton), invece, hanno presentato un complesso e stratificato progetto di mappatura storico-geografica della Carnia, regione periferica del Friuli Venezia Giulia, poco conosciuta in Italia e difficilmente collocabile geograficamente (vi invito a cercarla su Google Maps!). I due artisti, dopo un lungo e approfondito lavoro di ricerca e ricostruzione, sono riusciti a documentare un fatto storico avvenuto in Carnia negli anni della Seconda Guerra Mondiale: l’occupazione di quel territorio da parte di 20.000 cosacchi. Pochi in Italia sanno di questo evento e anche i libri di storia, documentano questa invasione in maniera lacunosa. I due artisti si sono imbattuti in questo episodio storico per farlo letteralmente esplodere a livello metaforico per riflettere sul senso di concetti come nazione, differenza di etnie e culture, la logicità della narrazione storica, il senso e la pesantezza della memoria. Questa loro ricostruzione è stata fatta mediante opere fotografiche che condensano, in maniera simbolica, il passaggio e la seguente rimozione delle tracce lasciate dai cosacchi. Un paio di stivali, le rive del fiume Tagliamento viste da due prospettive, l’ingrandimento di un focolare: piccoli dettagli che in realtà concentrano la venuta e l’andata delle truppe cosacche,   la distruzione di ogni traccia da loro lasciata sul territorio (sono state bruciate in grandi falò), la conservazione di pochi reperti per ricordare o creare storie che diventano spesso fantasiosi racconti quando non leggende inventate di sana pianta.

The Cool Couple Approximation to the West,   Fiume Tagliamento,   Trasaghis #001A/B,   2013  Stampa a pigmenti su carta fine art / Photo printing on fine art paper 130 x 290 cm Courtesy the artists

The Cool Couple Approximation to the West, Fiume Tagliamento, Trasaghis #001A/B, 2013 Stampa a pigmenti su carta fine art / Photo printing on fine art paper 130 x 290 cm Courtesy the artists

Sigalit Landau Barbed Hula,   2000 Still da video / Video still Courtesy the artist and Galerie Anita Beckers,   Frankfurt

Sigalit Landau Barbed Hula, 2000 Still da video / Video still Courtesy the artist and Galerie Anita Beckers, Frankfurt

Spostano l’attenzione sul corpo come ‘unità di misura’ per confrontarsi con il territorio, gli interventi di Sigalit Landau e Paulo Nazaret. L’artista israeliana Sigalit Landau presenta un video estremamente drammatico, ‘Barbed Hula’ che mostra il corpo martoriato della stessa artista mentre fa ruotare sui propri fianchi nudi un hula hoop fatti di filo spinato. Nello sfondo una spiaggia a sud di Tel Aviv, unica zona che non necessita di filo spinato, ma non per questo meno dolorosa.

Quasi diaristico e profondamente personale l’opera, o meglio, il caleidoscopico insieme di documenti, fotografie, testi e volantini dell’artista brasiliano Paulo Nazareth. La sua pratica artistica consiste nell’attraversare interi continenti per raccogliere testimonianze e svelare la spesso assurda ‘sostanza’ di concetti come confini, identità nazionali, differenze razziali, sottomissioni culturali, usanze popolari ecc. In mostra, tra i tanti materiali raccolti, anche due foto che mostrano i piedi dell’artista: una foto è stata scattata in Brasile, città di partenza del viaggio di Nazareth, mentre l’altra a New York, città d’arrivo e dove è avvenuto un simbolico lavaggio dei piedi nel fiume Hudson. L’artista, infatti, aveva deciso di non lavarsi i piedi fino al raggiungimento della tappa finale. Altri scatti mostra l’artista in situazioni surreali: mentre è chino in riva al mare con un grosso tronco sulle spalle, mentre si autosostiene contro le macerie di un palazzo, altre ancora mentre regge un cartello dove compare una scritta a mano: “I clean your bathroom for a fair price”. Nello sfondo un caseggiato con davanti la bandiera degli Stati Uniti.

E’ invece l’aspetto identitario quello che emerge dal video degli artisti Zanny Begg & Oliver Ressler. Nel loro video ‘The Right of Passage’, affronta il tema della cittadinanza nelle società capitalistiche  al tempo della globalizzazione. Sembra quasi anacronistico – emerge dall’opera –  constatare che senza un documento come il passaporto non si possa liberamente transitare da un territorio all’altro. Nel video scorrono testimonianze di studiosi e teorici, inframezzate da surreali animazioni che minano la ‘sicurezza’ del possesso di un documento di identificazione.

Zanny Begg & Oliver Ressler The Right of Passage,   2013 Still da video / Video still Courtesy the artists and Galleria Artra,   Milan

Zanny Begg & Oliver Ressler The Right of Passage, 2013 Still da video / Video still Courtesy the artists and Galleria Artra, Milan