Tadashi Kawamata  Tree Huts,   2010 Installazione in situ / Installation in situ,   Centre Pompidou,   Paris (France) Legno / Wood Courtesy the artist and kamel mennour,   Paris  © Tadashi Kawamata Photo. Charles Duprat

Tadashi Kawamata Tree Huts, 2010 Installazione in situ / Installation in situ, Centre Pompidou, Paris (France) Legno / Wood Courtesy the artist and kamel mennour, Paris © Tadashi Kawamata Photo. Charles Duprat

Apre oggi al pubblico Territori Instabili – Confini e identità nell’arte contemporanea. Aperta dall’11 ottobre al 19 gennaio, la collettiva a cura di Walter Guadagnini e Franziska Nori,  raccoglie le opere di  Kader Attia, Zanny Begg & Oliver Ressler, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, Paolo Cirio, The Cool Couple, Tadashi Kawamata, Sigalit Landau, Richard Mosse, Paulo Nazareth, Jo Ractliffe. 

Le opere ci invitano a ripensare l’idea di territorio nel mondo contemporaneo, sempre piu? caratterizzato da un superamento di concetti come nazione o confine, ma anche da un ritorno a nuovi nazionalismi e a una riflessione sull’individuo in rapporto a un territorio o una comunita? specifici.

Alcune domande alla curatrice Franziska Nori.

ATP: La mostra “Territori instabili” vuole indagare l’allargamento di concetti importanti come nazione, confine, patria e identità territoriale. Perché ritieni che sia importante, oggi, riflettere sul significato di ‘territorio’?

Franziska Nori: Il termine “territorio” ci riconduce a un’entità contemporaneamente fisica e simbolica, è espressione di un luogo di appartenenza, ed è anche strumento di definizione dell’identità perché delimita uno spazio all’interno del quale un individuo o una comunità può riconoscersi, permettendo di tracciare una linea tra l’io e l’altro, tra un noi e un voi, tra il proprio corpo e il mondo esterno. In un mondo globalizzato, dove la sfera digitale è diventata un’agorà pubblica sempre più significativa, contribuendo all’abbattimento di confini e frontiere, ci domandiamo se la relazione tra territorio e identità sia ancora valida.

ATP: Nella presentazione della mostra è citato il sociologo Ulrich Beck, in quanto ha formulato un nuovo concetto di cosmopolitismo. In cosa consiste il suo pensiero e che attinenza ha con le opere in mostra?

Franziska Nori: Abbiamo invitato Ulrich Beck a scrivere uno dei saggi presentati nella pubblicazione che accompagna la mostra. Beck rappresenta uno dei pensatori di riferimento su quello che egli definisce cosmopolitan turn, un ribaltamento di approccio nella nozione di cosmopolitismo sia in filosofia politica che nell’ambito della ricerca sociologica. Nella pubblicazione Der kosmopolitische Blick oder: Krieg ist Frieden del 2004 Beck gettò le basi per una teoria che tenta di dimostrare quanto, nell’epoca globale e contemporanea, vi sia la necessità assoluta di un nuovo pensiero cosmopolita che superi l’idea di nazione. La sua critica verte per l’appunto sul concetto di nazione protezionista e parte da un’analisi che risale addirittura al 1986, poco prima del disastro di Chernobyl, nella quale affermava che la società moderna si configura sempre di più come una “società del rischio”, caratterizzata dall’accumulazione di problemi ecologici, finanziari, militari, terroristici, biochimici e informativi (Beck 1986). L’unica via d’uscita, secondo Beck, è il superamento del tradizionale concetto di nazione. L’isolazionismo, il protezionismo, le piccole rivendicazioni sono frutto di un pensiero che si radica nella cultura della nazione. Il superamento di questa forma mentis può avvenire solo ed esclusivamente attraverso un pensiero e una filosofia politica che valichino i limiti dei confini nazionali, a favore di un pensiero di inclusione e di cooperazione internazionale. Vi è la necessità di un’apertura individuale e di un abbattimento dei limiti e delle barriere che creano strutture di pensiero e d’identità inamovibili.

ATP: Le visioni espresse dagli artisti sono accomunate da una comune idea di ‘territorio’ o sono molto diverse? Mi potresti fare l’esempio di opere con due visioni estremamente contrapposte?

Franziska Nori: L’instabilità territoriale, così come inquadrata dal lavoro dei dieci artisti presentati in mostra, diviene metafora di problematiche sociali, politiche e culturali, emblema di fenomeni come l’emigrazione, lo stato di precarietà delle periferie emarginate dai centri delle grandi metropoli, la persistente contrapposizione tra luoghi e comunità che sono parte di una stessa nazione, la ricerca di identità perdute e di specificità uniformate o annullate dalla globalizzazione economica e culturale.  Direi piuttosto che potrei dare esempio di almeno tre visioni contrapposte che rappresentano le diverse posizioni concettuali affrontate da vari artisti. L’artista israeliana Sigalit Landau ci parla della tematica in questi termini: «Un confine è soprattutto e in primo luogo una parola che può essere utilizzata secondo diverse accezioni, in riferimento alla soglia del dolore, al confine dell’essenza, al limite di un disastro, al discrimine tra sanità e pazzia. Io [utilizzo] i confini nelle mie opere. (…) In un certo senso, i confini sono la pelle dei luoghi e anche una sorta di scorza per la maggior parte delle idee…». Per “Territori instabili” l’artista presenta due lavori video, Barbed Hula del 2000 e Dead See del 2005. Direi che il primo può meglio qui sintetizzare la sua visione completa del concetto di territorio. Si svolge sulla spiaggia a sud di Tel Aviv: vediamo il mare, il corpo  nudo dell’artista che per sette minuti rotea un hula hoop di filo spinato che da strumento ludico si trasforma in strumento di tortura lacerandole la pelle a sangue. Come spesso nei suoi lavori, la Landau traspone sul proprio corpo le tensioni politiche e storiche della sua terra d’origine e trasforma la propria pelle in un confine labile e violabile come tutti gli altri. Anche il mare rappresenta un confine, poiché tale è nello stato di Israele e, come nota la stessa artista, è l’unica frontiera del Paese non pericolosa, l’unica che non ha bisogno di filo spinato. L’ossessivo ripetersi del gesto necessario per mantenere il cerchio in equilibrio si riflette nel movimento delle onde e nel suono da esse prodotto, in una circolarità priva di sviluppo narrativo, ribadita anche dal movimento della macchina da presa che a intervalli regolari si avvicina e si allontana dalla pelle ferita, fino a concludersi in una visione liberatoria e allo stesso tempo inquietante del mare aperto.

L’artista brasiliano Paolo Nazareth fa dell’atto del camminare il fondamento della propria pratica artistica. Il suo lavoro non è basato sulla produzione di singole opere compiute ma di efemeras, tracce effimere e temporanee che assumono una dimensione di ricerca identitaria ed esistenziale. L’atto di camminare acquista la valenza di forma d’arte autonoma in cui l’artista riduce all’essenza l’idea di incontro con il nuovo e il diverso, offrendosi e mettendo in discussione il proprio sè. Ma il viaggio ha anche una condizione indotta, quella della fuga o di un essere alla ricerca di un nuovo futuro possibile, in cui inevitabilmente il proprio passato e la propria provenienza continuano a seguirci. L’esperienza dell’attraversamento di contesti diversi e di essere straniero, lontano da gente e luoghi conosciuti, trasforma irrevocabilmente lo sguardo sulla realtà, intensificando ogni atto e ogni incontro. Inoltre la ricerca di Nazareth mette insieme varie riflessioni su interconnessioni tra popoli e continenti rivissute alla luce delle proprie radici biografiche, secondo una connotazione allo stesso tempo poetica e politica. Fondamentale elemento della sua ricerca è infatti la multietnicità delle sue origini, elemento caratteristico di molti abitanti del Brasile ma sempre più anche delle società contemporanee che Beck identifica come cosmopolite. Per la mostra “Territori instabili” Nazareth propone una selezione di video, fotografie e manifesti.

Il lavoro di Paolo Cirio invece affronta il territorio nel suo aspetto sia reale che virtuale. Per la mostra Cirio presenta il recente progetto Loophole for all (Scappatoia per tutti) che coniuga azione artistica, hacking digitale e azionismo politico. Il lavoro mira a denunciare quei meccanismi che permettono a grandi aziende internazionali di aggirare controlli fiscali secondo la comune pratica finanziaria della dislocazione della propria sede fiscale. L’artista ha fondato una Società a responsabilità limitata con sede nella City di Londra, la Paolo Cirio Ltd: “una compagnia dedicata alla diffusione del business offshore a tutte le persone”, come riporta la ragione sociale dell’azienda. A partire da questa, Cirio ha creato una piattaforma online (Loophall4All.com) in cui poter rintracciare, come in un comune motore di ricerca, le oltre 200 mila società registrate fiscalmente presso le Isole Cayman, il cui elenco è stato sottratto dal sito della locale Camera di Commercio. In nome del diritto al segreto bancario, tipico dei paradisi fiscali come le Cayman, non sono possibili accertamenti e solo il detentore di un certificato cartaceo può dimostrare di essere proprietario di una compagnia. Giocando proprio su queste “scorciatoie” legalmente riconosciute, un utente di loophall4All.com può selezionare un’azienda e ottenere, per soli 99 centesimi, un certificato e un indirizzo di posta elettronica associato che permettono di emettere fattura in nome di questa.  Attraverso un semplice sistema di pagamento, chiunque può quindi assumere l’identità di un hedge fund o di una celebre multinazionale.    

ATP: C’è un lavoro che più di altri nella mostra riflette sul ruolo dell’immagine in relazione ad un territorio segnato da conflitti. Penso a ‘The Enclave’ dell’artista irlandese Richard Mosse. Quale riflessione emerge da questa coinvolgente video installazione?

Franziska Nori: The Enclave è un progetto che ha portato l’artista Richard Mosse a vivere in prima persona una delle tragedie più gravi, ma anche meno conosciute, del panorama geopolitico contemporaneo: la guerra tra il governo centrale e una serie di milizie locali per il controllo delle province del Nord e del Sud Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, un teatro di guerra in cui quotidianamente avvengono atrocità che coinvolgono la popolazione civile.  Le immagini e i suoni dell’opera comunicano la realtà in tutta la sua frammentaria incoerenza. Mosse replica l’instabilità del territorio presentando lunghi frammenti visivi su sei diversi schermi tra i quali l’osservatore deve muoversi fisicamente per tentare di coglierne il senso, in una sorta di paesaggio multifocale, un flusso continuo di immagini e suoni. L’artista utilizza due particolari accorgimenti linguistici, che sono le prime chiavi di lettura della sua opera. Innanzitutto, la pellicola utilizzata: la Aerochrome, una tecnologia a raggi infrarossi sviluppata negli anni Quaranta per scopi militari, che permette di scoprire armamenti nascosti nella vegetazione. A questo elemento si aggiunge la dimensione acustica, con la colonna sonora realizzata interamente con suoni, rumori e voci del luogo, rielaborati dal compositore Ben Frost, anch’egli presente sul campo durante le riprese. Il risultato è quello di una visione allucinata, a metà fra la favola e l’incubo, tra bellezza e orrore, una negazione della fedeltà al vero, tipica della pratica documentaristica. L’artista cerca infatti di scardinare le caratteristiche tipiche della fotografia di reportage come la riconoscibilità dei soggetti o l’assonanza tra soggetto rappresentato e linguaggio estetico.

ATP: C’è un’opera che sintetizza, a grandi linee, il concetto di ‘territori instabili’? Perché?

Franziska Nori:  Tadashi Kawamata crea simboli e metafore di un sentimento di precarietà diffusa. L’artista è venuto a Firenze per realizzare tre “Tree Huts”, strutture scultoree sospese, leggere e transitorie, costruzioni che sono il risultato di assemblaggi di materiali in legno o oggetti in disuso che vengono addossati, inseriti o sovrapposti ad architetture già esistenti con cui entrare in un poetico dialogo modificandone la percezione. La prima Tree Hut è sospesa sulla monumentale facciata rinascimentale di Palazzo Strozzi, la seconda tra le colonne del cortile interno e la terza verrà realizzata all’interno degli spazi espositivi della Strozzina. Questi nidi, che assumono le sembianze di formule abitative, cercano nell’elevazione dal suolo una distanza o forse una momentanea sicurezza, lasciando aperte molteplici dimensioni simboliche. Queste installazioni affrontano esplicitamente l’urgente problematica della marginalizzazione di intere fasce di popolazione che alle periferie delle città, in territori socialmente e urbanisticamente instabili, erigono provvisorie costruzioni che nel tempo diventano insediamenti permanenti.  Le Tree Huts sono caratterizzate da un’estetica essenziale e precaria che ritroviamo in tutte quelle abitazioni di fortuna costruite in situazioni di emergenza. Gli eventi catastrofici naturali che si manifestano con sempre maggiore frequenza e violenza distruggendo interi territori, i conflitti bellici e l’instabilità politica ed economica sono fenomeni che portano migliaia di persone a fuggire dai propri luoghi di appartenenza e a trovare rifugi provvisori in altre aree. I Tree Huts diventano potenti metafore di uno stato di emergenza che va oltre le loro connotazioni sociali più immediate. Esse sembrano così far eco anche a un senso di incertezza esistenziale, espressione di una crisi culturale profonda e diffusa che contraddistingue la società in cui viviamo. 

? CS Territori Instabili – Strozzina CCC

LINK

www.richardmosse.com

http://www.ressler.at/

http://www.broombergchanarin.com/

http://www.paolocirio.net/

http://thecoolcouple.co.uk/

http://www.tk-onthetable.com/

http://www.sigalitlandau.com/

Richard Mosse The Enclave,   2013 Installazione video a 6 canali / 6-channel video installation Biennale di Venezia 2013 - Pavilion of Ireland Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery,   New York

Richard Mosse The Enclave, 2013 Installazione video a 6 canali / 6-channel video installation Biennale di Venezia 2013 – Pavilion of Ireland Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York

Sigalit Landau Barbed Hula,   2000 Still da video / Video still Courtesy the artist and Galerie Anita Beckers,   Frankfurt

Sigalit Landau Barbed Hula, 2000 Still da video / Video still Courtesy the artist and Galerie Anita Beckers, Frankfurt

 

Jo Ractliffe My tent at Longa,   from “As Terras do Fim do Mundo”,   2009 Stampa manuale ai sali d’argento / Hand-printed silver-gelatin print Courtesy The Walther Collection and Stevenson Gallery © Jo Ractliffe

Jo Ractliffe My tent at Longa, from “As Terras do Fim do Mundo”, 2009 Stampa manuale ai sali d’argento / Hand-printed silver-gelatin print Courtesy The Walther Collection and Stevenson Gallery © Jo Ractliffe

Adam Broomberg & Oliver Chanarin Chicago #2,   2006 Chicago,   Tze’elim Military Base,   Negev Desert,   Chicago C-type print © Adam Broomberg and Oliver Chanarin

Adam Broomberg & Oliver Chanarin Chicago #2, 2006 Chicago, Tze’elim Military Base, Negev Desert, Chicago C-type print © Adam Broomberg and Oliver Chanarin