Superstudio La Moglie di Lot 1978 ferro zincato,   legno,   sale,   materiale refrattario metacrilato (plexiglass) 251 x 56 x 100 cm 56 x 56 x 156 cm struttura sovrastante credito fotografico: Francesco Cardarelli courtesy pinksummer,   Genova

Superstudio La Moglie di Lot 1978 ferro zincato, legno, sale, materiale refrattario metacrilato (plexiglass) 251 x 56 x 100 cm 56 x 56 x 156 cm struttura sovrastante credito fotografico: Francesco Cardarelli courtesy pinksummer, Genova

Presentando al suo pubblico la mostra del collettivo di architetti Superstudio, attivo a Firenze tra gli anni sessanta e ottanta, la galleria Pinksummer compie un’operazione fortemente storicista, ma saldamente agganciata all’attualità.

L’influenza del gruppo di architetti radicali sul dibattito architettonico successivo è stata enorme anche se non sempre così evidente. L’aver considerato l’architettura come messaggio più che come spazio che accoglie la vita, l’uso della rappresentazione visionaria come strumento critico e quello dell’utopia filtrata attraverso un processo di reductio ad absurdum come metodo analitico, l’aver riposizionato con decisione la disciplina architettonica tra le arti visive (invece che solo tra le prestazioni di servizi professionali) sono alcuni tra i contributi che il gruppo ha esercitato sulla teoria dell’architettura. La teoria essendo l’unico campo in cui, dalla fine dell’epoca barocca, l’Italia ha dato un contributo significativo all’architettura internazionale con un minimo di continuità. Non tutto all’interno dei loro lavori è necessariamente condivisibile, ma alcuni di questi si sono trasformati in vere e proprie icone di un’epoca e, pur fortemente connotati storicamente, hanno introdotto temi di riflessione che non si sono ancora esauriti. Basti pensare ad esempio al profondo influsso che hanno avuto sulla ricerca di Rem Koolhaas,   uno tra i pochissimi architetti la cui fama a scala mondiale travalica il proprio ambito disciplinare e direttore della Biennale di Architettura che aprirà tra qualche mese e che si preannuncia come una sorta di chiusura definitiva del ciclo storico, durato un secolo, imperniato intorno all’idea di “modernità”.

La riproposizione di Superstudio non è quindi casuale, ma si inserisce in una fase di ripensamento ed approfondimento dei vari filoni di ricerca architettonica che si sono mossi in dialettica spesso anche aspra con l’eredità del Movimento Moderno. Una scelta che dimostra da parte della galleria un certo intuito e una buona dose di coraggio nel muoversi trasversalmente rispetto ai sentieri più battuti e rassicuranti dell’arte contemporanea.  Ci troviamo infatti di fronte ad un “autore” di prima grandezza la cui opera è talmente fondamentale che meriterebbe una importante retrospettiva museale (ma si sa che non viviamo in un paese normale), nel cui contesto sarebbe fruibile e comprensibile in maniera completa ed efficace. Al contrario “riscoprire” Superstudio in una galleria commerciale (per di più fortemente votata al contemporaneo) può presentare una serie di problemi legati alla corretta contestualizzazione del lavoro da parte di chi non ne abbia già una conoscenza abbastanza approfondita. Per non equivocare il significato della mostra è fondamentale la lettura dell’intervista che ne costituisce il comunicato stampa, in cui gli autori sostanzialmente rifiutano di rispondere alle domande se non riproponendo testi già pubblicati a suo tempo, dichiarando e chiarendo apertamente che la ricerca di Superstudio è da ritenersi conclusa e che i successivi percorsi individuali dei suoi membri sono responsabilità dei singoli e indipendenti dalla gestione dell’eredità e dell’archivio del gruppo.

Il pezzo forte della mostra è la riproposizione dell’installazione “La moglie di Lot” presentata alla biennale di Venezia del 1978 e mai più riprodotta. Una leggera struttura di metallo contiene una sequenza di vasche di zinco in cui sono posti dei modelli di architetture storiche, realizzati in sale. Al di sopra di essi si muove una seconda struttura che sostiene una sorta di imbuto piramidale contenente acqua che, attraverso un tubicino da flebo, gocciola sopra i modelli dissolvendoli lentamente e rivelando altri oggetti che sono celati al loro interno. Una vasca sottostante raccoglie l’acqua mista al sale disciolto e contiene una targa di ottone recante la scritta “l’oblio” che verrà progressivamente resa illeggibile dall’accumulo di sale. L’installazione rappresenta un tentativo di rendere evidente come il trascorrere inesorabile del tempo trasformi il significato delle architetture, innescando una dialettica tra la loro dimensione simbolica (destinata a  durare e campo d’azione prescelto dagli architetti) e quella funzionale (che cambia più rapidamente e sarebbe di pertinenza degli abitanti), un processo in cui gli architetti sono sostanzialmente tagliati fuori dalla possibilità di incidere in maniera significativa sugli aspetti concreti del reale.

Il rapporto forma/funzione è da sempre centrale nel ragionamento architettonico e la riflessione sul ruolo degli architetti nel processo di trasformazione della realtà sempre più attuale. Alla visione pessimista di Superstudio si potrebbe obiettare che probabilmente sono proprio l’ossessione degli architetti per concetti a loro tanto cari, quali “simbolo”, “ragione” e ”ordine cosmico” ed i loro problemi a confrontarsi attraverso il proprio lavoro con l’idea della morte ad averli resi nel complesso così irrilevanti. L’installazione è accompagnata dalla riedizione di un opuscolo che accompagnava il lavoro alla Biennale del ’78.

La Mostra contiene inoltre due collage, uno dei quali appartiene alla serie “Monumento Continuo”, il progetto per il quale il gruppo è universalmente conosciuto, un oggetto tratto dalla serie degli “Istogrammi di Architettura” ed un monitor in cui scorrono i video tratti dalle ricerche sugli “Atti Fondamentali” (Vita, Educazione, Cerimonia, Amore, Morte). Questi ultimi costituiscono un documento eccezionale, forse la parte più interessante della mostra ed avrebbero meritato molto più spazio. In essi gli autori postulano la necessità che l’architettura sia coinvolta in un totale ripensamento delle azioni e dei comportamenti umani a partire dalle loro basi antropologiche, non limitandosi a inventare forme, seppur radicali, sulla base di convenzioni già stabilite. Solo la visione di questi documenti è in grado di restituire in maniera più coerente e completa anche l’atmosfera fortemente politica che si respirava negli anni in cui i lavori esposti sono stati prodotti e che costituisce l’aspetto più significativo del pensiero degli autori.

Testo di Andrea Balestrero

Istogramma da passeggio 1969 – 2014 Formica 102 x 9 x 9 cm credito fotografico: Francesco Cardarelli courtesy pinksummer,   Genova

Istogramma da passeggio 1969 – 2014 Formica 102 x 9 x 9 cm credito fotografico: Francesco Cardarelli courtesy pinksummer, Genova

Superstudio La Moglie di Lot 1978 ferro zincato,   legno,   sale,   materiale refrattario metacrilato (plexiglass) 251 x 56 x 100 cm 56 x 56 x 156 cm struttura sovrastante credito fotografico: Francesco Cardarelli courtesy pinksummer,   Genova

Superstudio La Moglie di Lot 1978 ferro zincato, legno, sale, materiale refrattario metacrilato (plexiglass) 251 x 56 x 100 cm 56 x 56 x 156 cm struttura sovrastante credito fotografico: Francesco Cardarelli courtesy pinksummer, Genova