Domani inaugurano tre appuntamenti a Modena alla Fondazione Fotografia: in mostra dal 15 dicembre 22 grandi maestri della fotografia americana – Flags of America -,  un percorso storico sul fotografo pittorialista Domenico Riccardo Peretti Griva e i tre progetti “under 35” recentemente entrati in collezione. L’inaugurazione domani – sabato 15 dicembre alle 18.30  – negli spazi espositivi dell’ex Ospedale Sant’Agostino, in largo Porta Sant’Agostino 228.

Con la mostra SPECIAL, in corso fino al 6 gennaio 2013, sono invece presentati i tre progetti di Chiaralice Rizzi, Aldo Soligno e del duo /barbaragurrieri/group, selezionati lo scorso anno per la collezione di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena attraverso un concorso dedicato ai giovani artisti italiani.

I giovani fotografi racconto a proposito del loro progetto:

ATP: Quale tipo di ricerca hai sviluppato in occasione del ‘concorso per artisti italiani under 35’ promosso dalla Fondazione Fotografia di Modena?

Chiaralice Rizzi: Considero i miei lavori come parti di un progetto continuo. A ‘Perfect Commotion’, acquisito dalla Fondazione, è un ulteriore tentativo di trattare il tema dell’assenza come argomento. Assenza che se da una parte fa riferimento all’idea di vuoto, non è però vacuità, ma vuoto che trema. Nel 2010 Alessandro Laita ed io abbiamo lavorato al nostro primo libro Live In The House and It Will Not Fall Down, che raccoglieva tutte le fotografie trovate nello studio di mio padre a sette anni dalla sua scomparsa.

Cinque di quelle immagini contenute ricalcavano però incredibilmente altrettante mie fotografie, nonostante mostrassero un paesaggio in cui io non ero stata e di cui non conoscevo il nome. Non spettacolari, silenziose, senza anelli di congiunzione, combaciavano in un legame immediato. Ferma davanti a quelle immagini, nella riflessione del fenomeno osservato, ho deciso di esaudire il loro compito, tentando la mia, personale, descrizione del reale. Accingermi ad un nuovo lavoro significa lavorare con quello che mi affascina: l’incontro col Reale, il non simbolizzabile, il concetto di tempo e il suo ruolo, l’esperienza di me scandita nel tempo. Ciò che ne risulta è un continuo compromesso con questo “materiale”; in questo modo ogni nuovo lavoro prende forma e si sviluppa all’interno della pratica stessa, che assomiglia più all’esitare di una domanda che alla fermezza di un’ asserzione. Senza ingannarmi, senza ingannare.

ATP: Sostieni che la serie di fotografie A Perfect Commotion “è una risposta concettuale al rapporto tra memoria, rappresentazione e assenza.” In che modo la consideri una riflessione sulla fotografia?

Chiaralice Rizzi: Senza immagini, forse, non potremmo concepire l’assenza. Per Lewis Baltz, mio mentore, la fotografia è un riferimento a qualcosa che c’è nel mondo. Considero il mio lavoro una riflessione sulla fotografia perché riguarda il mio tentativo di avvicinare questo qualcosa e, da artista che usa, talvolta, il mezzo fotografico, il mio modo di farlo non sta nel descriverlo sperando di spiegarlo, bensì nell’assistere al fallimento delle pretese di catturarlo. Ogni immagine è un groppo, un grumo, un ingorgo, mi dice che le cose esistono anche senza di me. L’attenzione all’inesauribile emergere delle cose è oggetto del mio studio, imparare da esse la modestia dell’inesprimibile significa imparare libertà per ritrovare la misura me stessa e per capire le possibilità che racchiudono ammettendo che sono loro, le cose, a definirci e noi ne abbiamo bisogno perché mantengono per noi il mondo disponibile e sempre sconosciuto.

Questo è stato ed è oggetto dello studio portato avanti con Alessandro Laita nella residenza in Svizzera di sei mesi da cui siamo appena tornati e che si sta formalizzando in un video girato in Super 8 e che si sviluppa come un archivio video che riguarda il nostro tentativo di vedere le cose sapendo che l’arte non è al servizio della realtà ma può avvicinarla, senza risolverla. La percezione dell’esistenza delle cose in quanto esistenti comincia qui quando il linguaggio, qualsiasi linguaggio, si allontana.

LINK www.chiaralice.com

Chiaralice Rizzi, A Perfect Commotion, 2011 fotoincisione Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Modena

ATP: Quale tipo di ricerca hai sviluppato in occasione del ‘concorso per artisti italiani under 35’ promosso dalla Fondazione Fotografia di Modena?

Aldo Soligno: Per il concorso per artisti italiani promosso dalla fondazione Fotografie di Modena ho proposto un lavoro sulla rivoluzione tunisina del 2011. All’informazione è quella di fotografo di reportage e nel 2011 sono andato in Tunisia proprio per documentare quello che stava avvenendo con la rivoluzione il lavoro per la fondazione nasce da lì. L’idea di partenza è stata quella di documentare a pochi mesi dal termine degli scontri l’unico reale cambiamento ottenuto dalla rivoluzione: quello della libertà d’espressione. A questo scopo ho deciso di ritrarre i principali protagonisti della rivoluzione chiedendo loro di confessare alla mia macchina fotografica. Con ognuna delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare durante questo lavoro fotografico ho seguito una ritualità ben precisa prima di arrivare al ritratto. Ogni incontro è cominciato sempre con una lunga chiacchierata, nella maggior parte dei casi di varie ore e, con almeno due persone, di un paio di giorni. Il francese era d’obbligo e rendeva paritari sia me che l’interlocutore. Non era la lingua madre di nessuno, ma era perfettamente parlata da entrambi. Si cominciava così con il confrontarsi sui giorni della rivoluzione. Io dal punto di vista di chi da fuori aveva cercato le notizie, e chi avevo di fronte dal punto di vista di chi le aveva create, di chi le aveva fatte nascere con le proprie azioni.

Quasi sempre le incongruenze erano tante, sicuramente troppi i passaggi che avevano subito le notizie prima di arrivare a me, ma spesso anche troppa l’emotività che aveva percorso il soggetto in quei momenti perché potesse essere completamente obiettivo e lucido nel descriverli.

Tre sono stati i luoghi della Tunisia in cui sono stati fatti questi ritratti. Sidi Bouzid, dove con il gesto estremo di darsi fuoco davanti alla sede del governo locale Mohamed Bouzizi ha dato il via alle rivolte; Thala, una piccola città quasi al confine con l’Algeria, dove la durezza degli scontri è stata la maggiore del paese, se relazionata alle dimensioni modeste della città; e Tunisi, la capitale dello stato.  Durante le interviste, dopo aver ascoltato la descrizione dei giorni della rivoluzione, la mia curiosità si spostava su quella che era la vita della persona che avevo davanti prima che la rivoluzione scoppiasse. Un passaggio necessario per poter comprendere la rabbia che avevo appena sentito descrivermi. Questi due momenti di dialogo sono stati sempre fondamentali: a me per relazionarmi con chi avevo di fronte, per capire la sua rivoluzione; e a chi avevo di fronte per fidarsi di me e capire quello che gli stavo chiedendo: di confessare la sua rivoluzione alla mia macchina fotografica. Terminati questi due momenti, se fino a quell’istante il dialogo era avvenuto in una lingua comune, da questo momento cominciavamo ad utilizzare due linguaggi opposti: chi parlava l’avrebbe fatto in arabo, la sua lingua madre; e chi ascoltava usando il linguaggio dell’immagine, la fotografia. L’arabo avrebbe permesso a chi parlava di lasciarsi andare, di entrare in un flusso di coscienza, lasciando così alla macchina fotografica solamente il compito di fissare questo flusso trasformandolo da suono ad immagine.

LINK www.aldosoligno.com

Aldo Soligno, Confessioni di una Rivoluzione, 2011 – stampa a getto d’inchiostro Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Modena

  ATP: Quale tipo di ricerca hai sviluppato in occasione del ‘concorso per artisti italiani under 35’ promosso dalla Fondazione Fotografia di Modena?

/barbaragurrieri/group Per il premio Special 2011 continuiamo ad approfondire l’aspetto sociale della nostra ricerca. Analizziamo le complesse tematiche legate al fenomeno dell’immigrazione in Sicilia attraverso le diverse declinazioni del gioco del fazzoletto, con riferimento alle varie culture mediterranee e non. In particolare, il progetto prende in considerazione la realtà vittoriese, riferita al contesto in cui quotidianamente viviamo, come simbolo di una tipica città italiana il cui tessuto sociale si va trasformando. Dal momento che questo fenomeno non conosce sosta, in seguito anche ai noti fatti di politica interna di alcuni Paesi nordafricani, cerchiamo di cogliere i cambiamenti che la società contemporanea subisce perché il numero degli abitanti di diversa provenienza è in crescita. Punti fondamentali dell’indagine sono la mappatura del territorio, attraverso la relazione tra l’integrazione/immigrazione e l’ambito del gioco, e  la catalogazione degli stessi che vengono originariamente praticati in punti geograficamente distanti, per valorizzare i punti di contatto tra le varie etnie presenti nel nostro territorio. Inoltre, abbiamo pensato all’ambito del gioco perché molti studi antropologici e sociologici, da sempre, affermano che è la prima e più semplice forma di aggregazione.

ATP: Pensate che mostrare o rappresentare la realtà vittoriese sia in qualche modo ‘allargabile’ – a livello metaforico – anche ad altre realtà nazionali o mondiali?

/barbaragurrieri/group :  Offre stimolanti input alla nostra attività il territorio che riportiamo in differenti modi: architettonico, politico, culturale. Infatti, i nostri progetti sono il risultato di un’attenta osservazione sulla realtà che ci circonda e hanno l’obbiettivo di cogliere la concretezza della riflessione allargando l’indagine e prescindendola dalla territorialità specifica. Cercare di capire i fenomeni migratori è il risultato di movimenti geopolitici che interessano tutte le nazioni e poi, sicuramente, ci sono diversi modi in cui si estrinsecano.  Noi rappresentiamo questa porzione perché è quella che conosciamo meglio anche nel substrato. È interessante notare che le cose succedono anche qui, con più lentezza, ma avvengono, anche se non ci troviamo al centro di scambi internazionali!

/barbaragurrieri/group Weur weur + yag satarim, bal satarim + fazzoletto + zakdoekje leggen, niemand zeggen, 2012 particolare dall’installazione Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Modena