Pae White,   Still,   Untitled,   2010 Courtesy  Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Pae White, Still, Untitled, 2010 Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Inaugura il 23 ottobre, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo la collettiva Soft Pictures, curata da Irene Calderoni.

Al tempo dell’immagine digitale, scegliere il tessuto come materiale e antiche tecniche per lavorarlo diviene il primo gesto significante, un gesto forte, che riapre un campo di possibilità espressive per l’arte. Il tessuto impiegato dagli artisti per riflettere sulle nozioni di tradizione, di memoria, di folklore: là dove l’opera d’arte non ha un autore definito, ma porta in sé la ricchezza di un’intera cultura, di innumerevoli mani e menti che l’hanno forgiata nei secoli, tramandandone l’arte fino a noi.

Artisti in mostra: Sanford Biggers, Shannon Bool, Enrico David, Willem De Rooij, Noa Eshkol, Mike Kelley, William Kentridge, Gabriel Kuri, Goshka Macuga, Adele Roeder, Slavs Tatars, Rosemarie Trockel, Piotr Uklanski, Francesco Vezzoli, Vincent Vulsma, Franz Erhard Walther, Pae White e Andrea Zittel.

? Alcune domande alla curatrice Irene Calderoni.

ATP: Mi racconti brevemente come è nata l’idea per questa mostra?

Irene Calderoni: La Collezione è stata il motore fondamentale che ha innescato la curiosità per una tendenza in atto, quella che vede gli artisti adottare il tessuto e in particolare un medium estremamente classico e “anti-digitale” come l’arazzo per riflettere sullo statuto contemporaneo dell’immagine. Intorno a opere chiave della collezione, come gli arazzi di Goshka Macuga, di Pae White, di Gabriel Kuri, si è sviluppata la ricerca per la mostra, che include 18 artisti internazionali.

ATP: Il titolo ‘Soft Pictures’ richiama alla mente delle immagini fragili e delicate. In realtà la mostra presenta, tra i tanti lavori, anche opere dai forti temi politici e sociali. Mi fai qualche esempio di opere di quest’ultimo tipo?

I.C.: Ci sono diverse opere in mostra che evocano il significato simbolico che ha avuto il tessuto nelle logiche mercantili in epoca coloniale. E’ il caso del lavoro di Willem De Rooij, incentrato sulla stampa batik, ma anche degli arazzi di Kentridge, popolati dalle figure dei migranti apolidi sulle mappe antiche di imperi e commerci. Le opere di Sanford Biggers narrano invece della fuga dalla schiavitù degli afro-americani, per i quali i quilt erano forme di comunicazione a distanza e strumenti di salvezza.  

ATP: Spesso opere che utilizzano manufatti tessili sono state erroneamente interpretate come artigianato. Questa mostra è la dimostrazione che in realtà non c’è nessuna differenza, anzi, il materiale che ‘veicola’ l’opera si fa per molti versi concetto. Mi spieghi quali scoperte hai fatto, nella gestazione di ‘Soft Pictures’?

I.C.: La selezione ha privilegiato effettivamente opere che coniugano la dimensione materiale e quella concettuale, dove quest’ultima deriva da una riflessione sugli aspetti simbolici del medium. Per gli artisti in mostra la questione non è tanto cosa sia arte e cosa sia artigianato, o cosa sia l’opera autonoma versus l’arte applicata, quanto proprio attraversare questi confini per far emergere logiche differenti di pensiero, di creazione e di fruizione dell’immagine.

 ATP:  Come, a tuo parere, il tessuto è impiegato dagli artisti per riflettere sulle nozioni di tradizione, di memoria, di folklore? Mi fai alcuni esempi?

I.C.: La riflessione implica in parte una demolizione. Così ho trovato molto interessante la pratica di artisti che mescolano tradizioni e culture per meglio comprenderne i meccanismi di funzionamento. Un esempio è il lavoro di Shannon Bool sul tema della decorazione, sull’appropriazione di stilemi e immagini che migrano attraverso il tempo e gli usi, dai pattern decorativi precolombiani assunti dall’architettura Art Deco americana e quindi trasformati negli agli arredi super-kitsch anni ’80 di un casinò in Nevada.

ATP: Tessuto, corda, moquette, tende, ricami, lana: la mostra abbraccia tante tecniche con cui è utilizzato il medium tessile. Al giorno d’oggi, scegliere il tessuto come materiale e antiche tecniche per lavorarlo diviene un gesto forte e denso di molti significati. Ci sono delle opere in mostra che, più di altre, mostrano un evidente intreccio tra forma e contenuto o meglio: dove la materia stessa che forma l’opera veicola il contenuto dell’opera stessa?

I.C.: Gli artisti in mostra sono attratti dalla ricchezza delle connotazioni del medium tessile, e in questo senso il concetto di forma si amplia qui ad includere le dimensioni politiche, sociali e culturali oltre a quelle propriamente formali e materiali. Esempio ormai storico, ma che per la sua posizione fondamentale nella storia dell’arte abbiamo scelto come immagine per veicolare la mostra, sono i knit paintings di Rosemarie Trockel. Un lavoro che riflette ironicamente sui cliché dell’arte femminile, sulla pittura Neoespressionista, sul Minimalismo, sull’autonomia e la decorazione, sulla produzione manuale e quella industriale, in una perfetta fusione tra forma e concetto.

? CS Soft Pictures

Gabriel Kuri,   Untitled (Magenta Stripe Gobelin),   2007 Courtesy  Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Gabriel Kuri, Untitled (Magenta Stripe Gobelin), 2007 Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Enrico David,   Room for Improvement,   2001 Courtesy  Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Enrico David, Room for Improvement, 2001 Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

La stessa sera, sempre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugura A Linking Park: il progetto che nasce da CAMPO 12, prima edizione del corso per curatori italiani promosso dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, in collaborazione con la Fondazione per l’Arte Contemporanea CRT.

A Linking Park potrebbe sembrare una mostra senza opere: per vederla e? necessario trovarsi di fronte alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo con uno smartphone in mano e fotografare i venti QR posizionati sulla sua facciata. I QR si presentano come codici minimali, decodificabili solo da un dispositivo connesso a internet. Spazio effettivo di fruizione di A Linking Park, quindi, sono gli smartphone, mentre la facciata della Fondazione diventa l’interfaccia e il supporto su cui sono allineati i codici.

A Linking Park sfrutta le logiche del web e della comunicazione informatica per riflettere sulla fruizione e la circolazione dei dati e sull’adattamento della pratica curatoriale alle dinamiche culturali attuali, fortemente legate all’uso quotidiano della tecnologia web digitale.
Sulla facciata, i codici QR sono tracce di un dialogo a distanza intercorso tra i dieci curatori di CAMPO12, corso- residenza promosso dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Ricalcando l’immediatezza della “Quick Response” dei codici, i curatori si sono scambiati a turno una serie di link con due sole condizioni: dare una “risposta veloce” – non impiegando piu? di due giorni per scegliere il proprio link – e selezionare materiali che facessero gia? parte della grande collezione del web visibile, ovvero l’insieme dei siti raggiungibili tramite Google. Un limite non indifferente se si considera che la parte del web indicizzata dal motore di ricerca conta 2 miliardi di documenti sui 550 miliardi totali. (da comunicato stampa)

Curatori:
Marta Barbieri (Piacenza, 1984), Bruno Barsanti (Bari, 1982), Lucrezia Calabro? (Desenzano del Garda, 1990), Sara Dolfi Agostini (Viareggio, 1983), Alessandra Ferlito (Catania, 1978), Valeria Mancinelli (Senigallia, 1986), Chiara Nuzzi (Napoli, 1986), Marta Papini (Reggio Emilia, 1985), Stefania Rispoli (Napoli, 1985), Gabriele Tosi (Pistoia, 1987). 

CS A linking park

A Linking Park - CAMPO 12

A Linking Park – CAMPO 12