Simone Berti - Enza Galantini - Senza titolo 2015,   tecnica mista su tela e cornice,   cm 40x40 + inchiostri e penna su pvc e cornice,   cm 40x40

Simone Berti – Enza Galantini – Senza titolo 2015, tecnica mista su tela e cornice, cm 40×40 + inchiostri e penna su pvc e cornice, cm 40×40

E’ inaugurata da pochi giorni, allo Studio Geddes – Franchetti di Roma, una mostra personale di Simone Berti. L’appuntamento fa parte del progetto più ampio “Private”, che ha coinvolto una serie di artisti tra cui Luca Trevisani, Andrea Salvino, Luca Vitone e Olaf Nicolai. ATPdiary ha incontrato Simone Berti per approfondire alcuni temi della mostra.

ATP: Il tema centrale è il ritratto e la sua iconografia nella storia dell’arte. Nelle opere in mostra citi Piero della Francesca, il ritratto Rinascimentale e dei pittori del ‘400 nordico come Petrus Christ us,  Roger Van der Weyden e Hans Memling. Oltre a questi riferimenti, troviamo alcuni esempi di architettura e design italiano. Tutto gira attorno al ritratto?

Simone Berti: Per molti versi, anche Castel Sant’Angelo è un ritratto. Ho voluto mescolare un cartone animato manga con un’architettura romana con le sue stratificazioni. Castel Sant’Angelo, chiamato anche “Castellum Crescentii” nel X-XII sec. ma detto anche Mausoleo di Adriano, è un’architettura monumentale che ha subito notevoli ristrutturazioni nel tempo, dal periodo in cui è stato eretta (125 DC), all’epoca medioevale e rinascimentale. E’ stato un mausoleo, un baluardo per la difesa di Roma, una sede apostolica, carcere, museo ecc. Per molti versi nelle opere che ho pensato per lo Studio Geddes, ho compiuto un processo di continue stratificazioni: sia tematiche che stilistiche. Ho voluto innestare più fonti iconografiche: architettura, storia dell’arte, design ecc.

ATP: In merito agli innesti, in mostra ci sono più esempi in cui incastri edifici immaginifici e delle teste, dando come risultato una sorta di strani copricapo.

SB: Da sempre mi gira in testa la frase, “Avere delle cose in testa”… mobili o architetture; è sempre stata una mia ossessione. Nel tempo mi sono accorto di fotografare me stesso, con “cose” in testa, magari riprendendomi con delle architetture che si sviluppano dai miei capelli o che si fondono con il paesaggio. Unisco la mia testa a dei palazzi o a parti di paesaggio. In merito alle opere in mostra, le penso come una sorta di omaggi a mostri sacri come Gio Ponti, Cacciadominioni ecc. In qualche modo me li “infilo in testa”. Nelle opere con ritratti fiamminghi, le costruzione che ho dipinto sono delle vere e proprie architetture di fantasia, che sembrano fatte di carta, di stoffa.. delle costruzioni impossibili che stanno tra la realtà e l’immaginazione.

ATP: Perché nella mostra hai invitato degli artisti che lavorano con la pittura astratta. Perché questa scelta?

SB:I miei quadri sono molto lontani dalla pittura astratte e per questo motivo volevo mettere a confronto la mia ricerca figurativa con quella di artisti che fanno astrazione. É una cosa molto lontana da me e forse per questo mi affascina e attrae enormemente. Questa mostra mi sembrava un’ottima occasione per un confronto tra due ricerche molto diverse. Ho invitato a collaborare con me Marta Mancini, Enza Galantini e Alessandro Sarra.

ATP: Come hai scelto le opere? Per quali caratteristiche?

SB: In realtà è stato un work in progress, nel senso che all’inizio ho pensato di mettere in relazione un mio quadro con un’opera dei tre artisti invitati, semplicemente creando dei dittici. A parte un caso, in cui ho scelto un lavoro finito, per le altre opere in mostra ho chiesto agli artisti anche di interagire con i miei quadri con degli interventi che unissero le due ricerche. Ad esempio, la Galantini è intervenuta nel volto che ho dipinto, creando una via di mezzo tra una macchia di rossetto e un eczema, oppure in un altro caso, ho dipinto una tela vuota, incastrata in un busto, che è stata dipinta, come monocromo bianco, in un secondo momento da Alessandro Sarra.

ATP: Come è nata la grande installazione a muro che comprende un rotolo di carta lungo 8 metri?

SB: Sono partito dall’elaborazione di una statua del Canova che rappresenta una naiade – nella mitologia classica, ninfa delle acque sorgive, dei fiumi e dei laghi – per poi sviluppare una serie di disegni dettati dall’improvvisazione, dalle citazioni di vecchi lavori o strutture astratte e geometriche. Non mi interessa nello specifico il neoclassicismo o la statuaria classica, il Rinascimento o altri periodi. Ho preso alcune forme da periodi diversi e le ho ibridate assieme. Senza contare che non dipingo mai un quadro o una scultura dal vivo, bensì riproduco un’opera già fotografa. Nel caso della naiade, ho fatto una ricerca iconografica su diverse fotografie che riproducono quella scultura, per sceglierne poi alcune che potessero soddisfare la forma che avevo in mente. Un altro esempio è il Castel Sant’Angelo “incastrato” con Goldrake ufo robot. Anche in questo caso ho elaborato in digitale più immagini con prospettive e punti di vista differenti per poi dipingerle in un soggetto unico che è il quadro.

ATP: Nella scelta dei soggetti spesso confluiscono più livelli formali. Penso al ritratto dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca, che sono loro stessi delle “architetture”: il volto, il profilo netto, la struttura del busto, sono “costruiti” come fossero un’architettura. Anche per quanto riguarda i volti di Memlig, sono delle forme architetturali perfette, definite e costruire con la massima perfezione. In questi soggetti intervieni con ulteriori strutture e costruzioni. 

SB: Guardando con attenzione la serie di quadri e disegni che ho prodotto nell’ultimo periodo, alcuni dei quali sono esposti allo Studio Geddes, si nota qualcosa di strano, come se ci fosse un errore. Si ha la sensazione che ci sia qualcosa che disturba. In effetti lavoro su questa ambiguità, grazie all’utilizzo di diversi tipi di rappresentazione che fondo assieme. Nei disegni che ho esposto nel 2009 alla Biennale di Venezia, c’erano degli edifici inventati che ho rappresentato in parte in prospettiva e in parte utilizzando l’assonometria. Sono due sistemi completamente diversi, che stridono tra di loro. Ho deciso di metterli insieme per mostrare un’architettura assemblata fatta da differenti tipi di rappresentazione: l’assonometria, spesso utilizzata per il disegno tecnico di pezzi meccanici, e la prospettiva, scelta invece per rappresentazioni paesaggistiche o naturali.

Una cosa che ripeto sempre, in merito alla mia ricerca, è che non sono un pittore o un disegnatore, sono un illustratore. Mi vengono delle idee e le illustro cercando di farlo nel modo più efficace possibile, utilizzando stili, tecniche e immaginari molto diversi.

Intervista di Elena Bordignon

Simone Berti - Alessandro Sarra,   Superficie Berti 2015,   olio su tavola curva,   cm 72x64 + tecnica mista su tavola,   cm 72x52

Simone Berti – Alessandro Sarra, Superficie Berti 2015, olio su tavola curva, cm 72×64 + tecnica mista su tavola, cm 72×52

Simone Berti,   Senza titolo 2015,   tecnica mista su tela,   cm 120x150

Simone Berti, Senza titolo 2015, tecnica mista su tela, cm 120×150

Simone Berti,   Senza titolo 2015,    tecnica mista su carta,   cm 30x21

Simone Berti, Senza titolo 2015, tecnica mista su carta, cm 30×21

Simone Berti,    Senza titolo 2015,   tecnica mista su carta,   cm 30x21

Simone Berti, Senza titolo 2015, tecnica mista su carta, cm 30×21