La cosa che più ti colpisce è che qualcuno ti ascolta, ti registra e metterà tutto ciò che dici nero su bianco. Stamattina c’è sta la presentazione stampa della mostra – curata da Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist  – Didascalia di Alberto Garutti al Pac di Milano. Tantissimi giornalisti, amici e addetti ai lavori.

Una retrospettiva che rende merito e presenta alla città di Milano non solo un stimato artista, ma soprattutto un grande insegnante. Pochi metri, infatti, dividono o uniscono il suo lavoro da quello dei tanti (non tutti) suoi allievi. Nei grandi spazi del PAC, 28 microfoni sono stati installati sul soffitto per registrare tutte le parole che gli spettatori pronunceranno. Un libro a loro dedicato raccoglierà tutte le voci, le riflessioni, le critiche sulle mostra.

Si continua con opere pubbliche come ‘Campionario’, stampe digitali lunghe tanto quanto i percorsi compiuti dall’artista tra due luoghi di una città.  ‘Piccolo Museion’, opera installata a Bolzano che consiste in un piccolo padiglione che accoglie – con cadenza trimestrale – delle opere della collezione di Museion. C’è la misteriosa ‘Recinzione’ che avrebbe dovuto delimitare il giardino antistante la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino. Opere molto poetiche come ‘Cristallo Rosso’, del 1995: una grande lastra di cristallo che racconta di un ricordo dell’artista (il riverbero di una casa rossa che, con il sole, ‘dipingeva’ di rosa  la sua stanza). Ci sono molte dediche: a chi nasce, a chi si innamora, al Pac (un Ficus), agli abitanti di Buonconvento; dediche generalizzabili come quelle agli abitanti, ai passanti, agli osservatori, ai ragazzi e alla ragazze …

Ultima dedica in ordine di tempo l’opera inaugurata in Porta Nuova: “questi tubi collegano tra loro vari luoghi e spazi dell’edificio quest’opera è dedicata a chi passando di qui penserà alle voci e ai suoni della città”: una grande girotondo di tubi che collega gli avventori dei grattacielo attorno a quella piazza futurista dove lo stesso Alberto sembra piccolo piccolo..

Sempre al PAC…

L’autunno fa da cornice all’opera “Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Quest’opera è dedicata a loro e alle persone che sedendosi qui ne parleranno”.

Anche ‘Madonna’: una copia in ceramica di una statua ottocentesca della Madonna che, se toccata, scopriamo che è leggermente calda. Tanto quanto lo siamo noi, 36, 7  gradi.

Quest’opera, come in molte altre, rivelano l’umanità di un artista che sembra aver fatto delle emozioni, sensazioni, perplessità e stupori, i suoi temi eletti. Come non citare l’opera esposta all’HangarBicocca “Dedicato alle persone che guarderanno in alto” … e ricordare i tanti fogli che, giorno dopo giorno, cadevano dall’altissimo soffitto dello spazio.

Una cosa su tutte  ricordo molto bene della conferenza stampa: “Siamo tutti Alberto Garutti” (citata dalla curatrice della mostra Paola Nicolin, e detta da Hans Ulrich Obrist). Non so se lo sono perfettamente, ma lo sarà in modo imperfetto. 

Perché, la vera bravura di Alberto è proprio quella di parlare di tutti con linguaggio semplice e diretto. Nella breve ma intensa conversazione che ho avuto con lui oggi, mi ha ribadito che c’è una cosa che su tutte che apprezza e ricerca nelle persone: l’onesta.

Ecco allora che, lasciandoci tutti ‘a terra’, Garutti si innalza laddove è possibile dedicare gesti, azioni, opere e tempo a tutti coloro che respirano, amano, riflettono.

Tra una frase e l’altra che, per discrezione, non ho né trascritto né registrato, azzardo un “Alberto, crei delle consapevolezze…” Non so se lui mi abbia sentito – probabile che mi abbia registrato, ma forse stava scherzando quando, mostrandomi una microfono sotto il bavero del cappotto, mi ha detto, “Non preoccuparti se non mi registri, ti sto registrando io!” – ma penso veramente che, quello che lui cerca di fare nel suo lavoro è (machiavellicamente, dice lui) s-coprire (togliere il velo) alle cose, muove le coscienze, svegliare i sensi (“sono prima di tutto un appassionato”), ricordarci che se siamo qui, proprio qui, ora è per tutti i ‘passi che abbiamo compiuto’ (errori, amori, sventure e fortune comprese).

Ecco allora che, una delle opere che l’artista cita in conferenza è proprio “Tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora” (chiedendo .. che ore sono, proprio adesso…): una lastra di marmo serpentino del 2007. Monumento all’esistenza, alla consapevolezza.  Un opera degna della sua altezza, dove senza ringraziare o dedicare, accarezza l’incommensurabile importanza dei secondi, delle lievi emozioni, delle grande cose, delle cose e basta, dei caratteri, degli umori.. Opera che l’artista dedica alla vita nella sua indescrivibilità. Così come dovrebbero essere considerate anche le sue opere. Ma non chiamiamole opere, questa parola non sembra calzante per i suoi ‘innesti, meccanismi, soffi, spinte, occhiate, carezze, pacche…” Sinonimi.

Grazie Alberto e scusa se sono stata stronza e arrogante.