Breve intervista con Joshua Abelow in occasione della sua mostra  ABELOW SCHMABELOW alla Brand New Gallery – fino al 22 dicembre 2012

ATP: Come inizia la genesi si un tuo quadro?

Joshua Abelow: Di solito inizio i dipinti da un semplice progetto o idea.  Uso un pennarello nero ‘Sharpie’ per eseguire uno schema sul retro della tela, struttura che utilizzo in seguito come guida per dipingere. Possiedo molti notebook con annotazioni sul colore e sulla composizione che ho organizzato in ‘alfabeti di colore’. Di solito parto da queste annotazioni per iniziare. Mi piace lavorare su molti dipinti allo stesso tempo e non utilizzo un cavalletto. Dipingo mettendo i quadri su un tavolo e poi li appendo per farli asciugare. Poiché la pittura ad olio richiede molto tempo perché si asciughi, ci sono molti ‘inizi’ e ‘fermate’ durante il trascorrere di giorni o intere settimane. A volte mi sforzo costringo ad allontanarmi, magari vado nell’altra stanza per controllare cosa succede in internet. Oppure faccio un disegno, spazzo il pavimento o vado a fare una passeggiata. Succede così molte volte durante il processo di creazione di un dipinto. Penso che l’autocontrollo sia uno strumento per me molto importante quando sono in studio.  

ATP: Il tuo lavoro è stato considerato molto spesso ‘ironico e giocoso’. Cosa ne pensi?

JA: Penso che il mio lavoro derivi da qualcosa di molto semplice, un bisogno di fare le cose. Mi piace fare le cose con le mie mani. A volte questo bisogno di fare le cose è spesso sembrato più come un peso o una presa in giro, o ancora,  una cosa stupida da fare con il mio tempo. Ci sono tante frustrazioni che convergono in questo processo. Mi viene in mente una  famosa frase di Samuel Beckett da ‘L’innominabile’: “You must go on, I can’t go on, I’ll go on.”   

ATP: Consideri i tuoi quadri come un condensato di profondo ‘non –senso’ esistenziale?  

JA: Inizio il mio lavoro da una posizione che si basa sulla ricerca. Una ricerca che poi ho trovato il modo di ‘disturbare’ e interferire. C’è la parte di me che vuole produrre il  lavoro, ma c’e anche un’altra parte di me che vuole criticarlo. Penso che una gran parte del mio lavoro e della mia ricerca si basata proprio su questo voler inserire l’aspetto critico dentro al processo esecutivo. Quando ho iniziato a fare i disegni degli auto-ritratti, volevo veramente che quei disegni indebolissero l’importanza che spesso hanno questo tipo di dipinti.  In questa serie di opere ci sono tanti aspetti che si posso leggere come contradditori. Mi piace l’idea che una mostra di pittura possa essere percepita come uno spettacolo di magia o una performance esoterica in cui non si può capire tutto quello che sta succedendo.  Considero il mio lavoro come una forma astratta per raccontare storie.

ATP:  Le tue opere sono presentate come “un esercizio autobiografico critico e autoreferenziale». Sei d’accordo?

JA: Sì, la descrizione suona abbastanza precisa. Il lavoro è una forma di documentazione – un modo per segnare il tempo. Non penso alle mie opere solo come esercizi, le penso più come delle prime note o un accumulo di dati che sto analizzando.

ATP: Che cosa hai scoperto attraverso i tuoi quadri?

JA: Ogni volta che faccio un quadro scopro qualcosa sul ‘meccanismo’ pittorico e sulla natura del processo decisionale coinvolto nella creazione di un dipinto. La pittura sembra avere una volontà propria. Anche le più piccole sfumature mi affascinano e mi conducono a sempre nuove scoperte. I miei quadri mi hanno anche condotto alla scoperta di alcuni scrittori come Richard Brautigan, Henry Miller e Charles Bukowski. Ho appena finito un libro di John Fante ‘Ask The Dust che mi è piaciuto molto. Un paio di estati fa ho letto ‘Portnoy’s Complaint’ di Philip Roth e mi sono sentito ‘molto a casa’.

ATP: Mi racconti la relazioni tra il fronte e il retro dei tuoi quadri? Lo trovo molto interessante.  

JA: Il testo sul retro è lì perché è da lì che comincio i dipinti, esso ne fornisce la struttura. Molto parte accade all’interno di questa struttura di base, ma non tengo conto dei pitccoli dettagli che possono cambiare. Le note per lo più hanno a che fare con il colore e come il colore viene applicato – con un pennello o una spatola. E ‘molto sorprendente vedere tutto ciò che può provenire ‘pasticciando’ con qualche tubetto di vernice. Quando il dipinto è finito, il testo serve per documentare le fasi che mi hanno portato a completare l’opera. In teoria, qualcuno potrebbe seguire le istruzioni e ricreare il dipinto, come se si trattasse di un Sol LeWitt, ma non ho mai chiesto a qualcuno di farlo e non mi interessa più di tanto in un modo o l’altro. Non si tratta di questo. I testi sono in realtà solo per me. Mi aiuta a tenere traccia di tutto quello che sto facendo e penso che sia interessante avere questo rapporto molto letterale, non solo tra la parte anteriore e la parte posteriore del dipinto, ma anche tra testo e immagine.

Joshua Abelow Studio

Short interview with Joshua in occasion of his exhibition  ABELOW SCHMABELOW  at Brand New Gallery, Milan – until 22 December.

ATP: Could you tell me shortly how your work start?  

JA: I usually start the paintings with some sort of simple plan or idea.  I use a black Sharpie marker to make a diagram on the back of the canvas which I use as a guide for the painting.  I have many notebooks with notations on color and composition that I have organized into ‘color alphabets.’  These notes usually get me started.  I like to work on many paintings at once.  I don’t use an easel.  I make them flat on a table and then put them on the floor to dry.  Because oil paint takes a long time to dry there is a lot of starting and stopping over a period of days or weeks.  I force myself to walk away.  I go in the other room and see what’s happening on the Internet.  Or I make a drawing or sweep the floor or go for a walk.  I do this many times during the process of making a painting.  Restraint is an important tool for me in the studio.

ATP: Your work is ironic and playful. Can you tell me something about it?

JA: I think my work stems from something very basic – a need to make things. I like to make things with my hands.  But, this need to make things has often seemed more like a burden, a bad joke, or a stupid thing to be doing with my time.  There is a lot of frustration that comes along with it.  I think that famous quote from Samuel Beckett’s The Unnamable says it best, “You must go on, I can’t go on, I’ll go on.”   

ATP: You infuse a deep existential ‘non – sense’ in your work, can you explain that?

JA: I approach my work from a research based position, but then I find ways to disrupt my own research.  There is the side of me that wants to make the work and then there is the side of me that wants to critique the work.  I think that’s a big part of it – wanting to put the critique into the work itself.  When I first started making the drawings with the self-portrait character I really wanted those drawings to undermine the position that the paintings seemed to be taking.  Now there is a lot of stuff happening in the paintings that could be read as contradictory.  I like the idea that a painting exhibition can be like a magic show or an esoteric performance where you may not understand everything that’s happening.  I see my work as a form of abstract story telling.

ATP: Your paintings are presented as ‘autobiographical, critical and self-referential exercises’. Do you agree?

JA:  Yes, that description sounds pretty accurate.  The work is a form of documentation – a way of marking time.  I don’t really think of them as exercises.  They are more like journal entries.  Or the accumulation of data that I am analyzing.

ATP: What have you discovered through your paintings?

JA: Every time I make a paining I discover something about the medium of paint and the nature of decision making that is involved in the process of making a painting.  Paint seems to have a will of its own.  Little nuances fascinate me and lead to new beginnings.  My paintings have also led me to the work of certain fiction writers like Richard Brautigan, Henry Miller, and Charles Bukowski.  I just finished a book by John Fante called Ask The Dust which I thought was very good.  A few summers ago I read Portnoy’s Complaint by Philip Roth and felt very much at home in it.  

ATP: Could you tell me the relation about the front and the back of your canvas? I find it very interesting.

JA: The text is there because that’s where I start.  It provides the structure.  A lot can happen within the basic structure but I don’t keep track of every little detail.  The notes mostly have to do with color and how the color is applied – like with a brush or a palette knife.  It’s very surprising to see all that can come from messing around with just a few tubes of paint.  When the painting is complete the text serves as a document of the steps I took to make the piece.  In theory, somebody could follow the instructions and recreate the painting as if it were a Sol LeWitt, but I’ve never asked somebody to do that and I don’t really care that much one way or the other.  It’s not about that.  The notes are really just for me.  It helps me keep track of everything I’m doing and I think it’s interesting to have this very literal relationship between not only the front and the back of the painting, but also between text and image.