Mike Kelley Light (Time) – Space Modulator,   2003 Courtesy the artist/ TBA21 Compound Temporal Conflation (Horizontal) 2002/2003 #2 (Double Exposure Mike/Girl) Color Photograph All Mike Kelley works © Estate of Mike Kelley. All rights reserved.

Mike Kelley Light (Time) – Space Modulator, 2003 Courtesy the artist/ TBA21 Compound Temporal Conflation (Horizontal) 2002/2003 #2 (Double Exposure Mike/Girl) Color Photograph All Mike Kelley works © Estate of Mike Kelley. All rights reserved.

Intervista a Emi Fomtana, curatrice con Andrea Lissoni della mostra   Mike Kelley: Eternity is a Long Time ospitata all’HangarBicocca.

ATP: Hai lavorato con Mike Kelley in un rapporto di stretta collaborazione negli ultimi quindici anni. Quale ricordo hai, particolarmente significativo, di questo grande artista?

Emi Fontana: Di ricordi ne ho molti, in questo momento non mi viene in mente nessun aneddoto particolare legato al lavoro…in realtà vita e lavoro si sovrapponevano continuamente nel quotidiano con Mike. In un certo senso lavorava, senza sosta, la sua mente era sempre fervidamente attiva…a volte scherzando, ma non più di tanto, gli dicevo che sulle sue idee sarebbero potuti campare e farsi una carriera, un centinaio di altri artisti contemporanei. Abbiamo fatto molti viaggi insieme, per lavoro e per piacere. In Italia, Milano non gli piaceva, ma amava molto Roma, Napoli e Palermo e Venezia d’inverno. I viaggi erano sempre una fonte d’inspirazione, normalmente non gli piaceva viaggiare, aveva un po’ quella paura dell’altro, dell’ignoto, tipica dell’americano medio, anche se Americano medio non lo era per niente.  In Sicilia, siamo andati soprattutto per visitare i resti dell’abazia di Thelema, la comune esoterica fondata da Alelister Crowley vicino Cefalù nel 1920; è una casa sperduta su un dirupo che si affaccia sul mare; l’edifico è completamente abbandonato e all’interno ci sono i resti degli affreschi realizzati da Crowley; avevamo un seguito un filo rosso che ci aveva portato a scoprire una testimonianza eccezionale di una sottocultura  molto presente nella società moderna e contemporanea che è quella del satanismo e dell’occulto. Mike era molto interessato al potenziale sovversivo che si può trovare nelle varie forme di esoterismo…aveva anche pensato di acquistare la casa per farne magari un’opera che fosse in qualche modo un omaggio all’occultista inglese che fu costretto dal fascismo a lasciare l’Italia nel 1922.

ATP: La mostra che curi con Andrea Lissoni all’HangarBicocca, è una delle prima grandi mostre dopo la sua prematura scomparsa. A tuo parere, cosa rivela di particolarmente significativo questa esposizione?

EF: Credo che questa sia una mostra unica ed importante da molti punti di vista e non solo rispetto all’opera di Mike. Personalmente sono molti anni che m’interrogo sull’attualità di alcuni formati di mostre che trovo francamente sorpassati e intellettualmente polverosi; le mostre in gallerie commerciali, ma anche le biennali (poiché stiamo tutti per partire per andarne a vedere una…) e le retrospettive. Da questi dubbi e considerazioni che frequento da molto tempo nasce l’attività curatoriale che sto facendo ormai da quasi dieci anni a Los Angeles, soprattutto con West of Rome. In generale dubito che la contemporaneità si possa esprimere al meglio attraverso formati obsoleti e da qualche tempo sono alla ricerca di nuove strategie di ‘display’. Quando sono partita con questa mostra, mi è stato subito chiaro che quello che non volevo fare era una retrospettiva…ma piuttosto fare un tuffo nelle profondità di quello che è il processo creativo di una mente eccezionale come quella di Mike Kelley. Per fare questo non abbiamo seguito un filo logico e tanto meno cronologico. In un certo senso questa mostra a me è venuta da ‘dentro’, lavorando per associazioni ed analogie. Andrea Lissoni è stato un interlocutore eccezionale, con una sensibilità molto affine alla mia e a quella di Mike. E questo ha reso tutto più facile. Credo che il pensiero logico e lineare abbia già dato quello che poteva e credo che sia tempo di affidarsi ai sogni ad occhi aperti…Gli spazi dell’hangar si sono rivelati perfetti per ospitare la sequenza di sogni e rêverie che si presenta al visitatore che entra nello spazio. Quando abbiamo finito di installare, guardando la mostra che avevo sempre “visto” nella mia testa e nel mio cuore, rivelata nella propria fisicità, mi sono ricordata che uno dei sogni di Mike era di esporre in una cattedrale e del fatto che di solito quando installava preferiva usare la luce artificiale ed oscurava le fonti di luce naturale.

ATP: Perché avete scelto questo titolo molto poetico:  “Mike Kelley: Eternity is a Long Time”?

ATP: Be’ a questo punto e chiaro che la mostra è stata costruita attraverso un processo in qualche modo poetico. Il titolo si riferisce ad un disinteresse per il tempo lineare ed allude ad un’idea piuttosto di circolarità che esiste nella mostra. Mi dispiace che molte delle recensioni e degli articoli usciti finora sulla mostra si siano concentrati sul suicidio di Mike, tra l’altro anche un po’ in ritardo poiché quasi un anno e mezzo e passato dalla cronaca della sua scomparsa. Il titolo vuole trascendere tutto ciò ed allude ad un tempo eterno in cui i lavori di Mike Kelley continuano a vivere oltre la scomparsa fisica del loro autore.

ATP: La mostra raccoglie installazioni, video e sculture realizzate da Mike Kelley tra il 2000 e il 2006. Perché avete deciso di concentrarvi in questo piccolo lasso di tempo?

EF: Allora, come accennavo e, come puoi immaginarti, costruire la mostra è stato un processo per me molto intenso e in qualche modo intimo. Quando Andrea mi telefonò circa un anno fà con l’idea di fare una mostra di Mike Kelley a Milano, non sapevo se sarei stata in grado di accogliere la sfida; il dolore e il trauma  per la sua perdita’ era ancora molto forte a sei mesi dalla sua scomparsa…dopo qualche settimana di riflessione decisi di accettare, sapendo che l’unico modo che avevo di affrontare questa impresa era in ogni caso partire da me e dal mio rapporto con Mike. Gli anni tra il 2000 e il 2006 sono stati gli anni più intensi della nostra relazione; allo stesso tempo sono anni molto importanti artisticamente per Mike che a mio parere arriva in maniera molto vitale al culmine della sua creatività e riesce a veicolare e riunire nei lavori di quegli anni molta della sua ricerca precedente. Sono gli anni in cui ha inizio con EAPR#1, la serie più ambiziosa delle suo opere che poi culminerà con la mostra ‘ Day is done” da Gagosian a New York nel 2005. Sono anche per lui anni d’insolita’ serenità.

ATP: In mostra sono esposte due installazioni presentate alla prima personale italiana di Mike Kelley, che hai ospitato nella tua galleria a Milano nel 2000: Extracurricular Activity Projective Reconstruction #1 (Domestic Scene) e Runway for Interactive DJ Event. Sono presentate come opere importanti in quanto segnano un punto di svolta fondamentale nella ricerca dell’artista e testimoniano l’avvio verso il suo periodo più prolifico. Perché sono così importanti?

EF: Come dicevo è un momento di svolta: Mike ha abbandonato i lavori con gli animali di pezza nel 1999, che stavano diventando per lui un pesante cliché’ attraverso cui critica e pubblico approcciavano il suo lavoro. Infatti in Runway sono presenti le ‘spoglie”  sotto forma di vestitini degli ultimi stuffed animal da lui utilizzati, appunto nel 1999 nel pezzo ‘Deodorized Central Mass for Satellites”. Entrambi i lavori segnano molto bene questo momento in cui Mike inizia ad incorporare in maniera magistrale il suo lavoro performativo molto importante della fine degli anni settanta, con la ricerca tridimensionale della scultura e dell’installazione; il tutto mediato dalla scrittura che è molto importante in tutto il suo percorso.

ATP: L’ultima stanza della mostra, rivela una ricerca di Mike Kelly insolita e, per molti versi, rivelativa. Ci mostra un aspetto della sua ricerca più legato alla storia dell’arte e ad una propensione per l’attrazione per il sublime. Mi racconti perché avete scelto questo ultimo progetto?

EF: Quando ho incominciato a pensare alla mostra ho visto subito un inizio ed una fine, poi abbiamo unito i punti. L’inizio era appunto costituito dalle due installazioni che abbiamo appena citato e la fine era ‘Profounder Vertes’ un’installazione  del 2006 che era stata commissionata dal Louvre in risposta ad una mostra sulla pittura americana dell’ottocento. Questa installazione era stata in qualche modo dimenticata, probabilmente perché in qualche modo atipica perlomeno ad uno sguardo superficiale. Io l’avevo bene in mente, perché’ anche se è l’unica opera della mostra che non avevo mai visto installata, Mike me ne aveva molto parlato e mi aveva mostrato i video e fatto ascoltare la colonna sonora. Inoltre nella nostra relazione quest’opera tocca due argomenti di cui siamo entrambe appassionati e su cui potevamo discutere in eterno…J: la storia dell’arte e la poesia.  E’ un’opera misteriosa e affascinante in qualche modo femminile, che solleva anche problematiche di genere che sono presenti nel suo lavoro e che costituiscono per me, per il mio coinvolgimento sugli stessi argomenti, un’angolazione interessante e poco frequentata di guardare al suo lavoro. Il rapporto con l’idea del “sublime” come giustamente suggerisci è molto presente in quest’opera, anche se sul sublime Mike lavora soprattutto all’inizio degli anni ottanta. La presenza di questo lavoro da alla mostra un taglio ulteriormente unico e come viene suggerito dal titolo “Profounder Vertes” ci porta nella profondità più recondita dell’opera di quest’artista straordinario che è Mike Kelley.

Mike Kelley Extracurricular Activity Projective Reconstructions #6,   7 (Woods Group),   2004-2005 Goetz Collection,   Monaco All Mike Kelley works © Estate of Mike Kelley. All rights reserved. Courtesy Fondazione HangarBicocca,   Milan Installation view at HangarBicocca,   Milan,   2013 Photo Agostino Osio

Mike Kelley Extracurricular Activity Projective Reconstructions #6, 7 (Woods Group), 2004-2005 Goetz Collection, Monaco All Mike Kelley works © Estate of Mike Kelley. All rights reserved. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan Installation view at HangarBicocca, Milan, 2013 Photo Agostino Osio

Mike Kelley The Banana Man,   1983 Electronic Arts Intermix,   New York All Mike Kelley works © Estate of Mike Kelley. All rights reserved. Courtesy Fondazione HangarBicocca,   Milan Installation view at HangarBicocca,   Milan,   2013 Photo Agostino Osio

Mike Kelley The Banana Man, 1983 Electronic Arts Intermix, New York All Mike Kelley works © Estate of Mike Kelley. All rights reserved. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan Installation view at HangarBicocca, Milan, 2013 Photo Agostino Osio

Mike Kelley A Continuous Screening of Bob Clark's Film "Porky's" (1981),   the Soundtrack of which has been Replaced with Morton Subotnik's Electronic Composition "The Wild Bull" (1968),   and Presented in the Secret Sub-Basement of the Gymnasium Locker Room (Office Cubicles),   2002 Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía,   Madrid All Mike Kelley works © Estate of Mike Kelley. All rights reserved. Courtesy Fondazione HangarBicocca,   Milan Installation view at HangarBicocca,   Milan,   2013 Photo Agostino Osio

Mike Kelley A Continuous Screening of Bob Clark’s Film “Porky’s” (1981), the Soundtrack of which has been Replaced with Morton Subotnik’s Electronic Composition “The Wild Bull” (1968), and Presented in the Secret Sub-Basement of the Gymnasium Locker Room (Office Cubicles), 2002 Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid All Mike Kelley works © Estate of Mike Kelley. All rights reserved. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan Installation view at HangarBicocca, Milan, 2013 Photo Agostino Osio