Seb Patane,   Movement (featuring Rose Kallal) video,   suono 2013 courtesy Fonti,   Napoli

Seb Patane, Movement (featuring Rose Kallal) video, suono 2013 courtesy Fonti, Napoli

Alcune domande a Seb Patane in occasione della sua mostra ‘The foreigners stand still’ alla Fondazione Giuliani a Roma – dal 20 aprile al 19 luglio 2013.

ATP: Mi spieghi la mostra brevemente?

Seb Patane: Originariamente doveva essere una selezione di lavori nuovi accanto ad alcuni un po’ più vecchi in chiave rivisitata. Nel processo di lavorazione mi sono reso conto che subconsciamente stavo creando una specie di narrazione abbastanza specifica nel collegamento delle opere in mostra e, soprattutto, una che sembra fortemente di matrice personale; credo si tratti di una sorta di diario di una specie di nomade. I lavori si spostano contestualmente da nazione a nazione, viaggiano attraverso paesi e città. Il fatto che tutto finisce a Roma, nella nazione dove sono nato ma dove non vivo, forse è simbolico di una specie di ciclo che, per il momento, ha sosta proprio qui. Forse suggerisce la mia condizione di espatriato, in un certo senso, o di suddito involontario.

ATP: A cosa fa riferimento il titolo, ‘The Foreigners Stand Still’?

SP: E’ una frase estratta dal testo narrato nel nuovo video ‘Movement (featuring Rose Kallal)’. E’ una storia che ho scritto due anni fa dopo un evento un po’ surreale che mi è accaduto assieme a una amica una notte d’estate mentre stavamo in Sicilia. Naturalmente ne ho esasperato un po’ il contenuto onirico.  Quel momento dove ‘gli stranieri stanno fermi’, nella storia, si rifà metaforicamente a stati di aggregazione che spaziano dalla natura innocua, come la danza, a quelli forse più minacciosi e politici e diciamo di confronto, sebbene appunto immobili. E’ anche un’osservazione che ho fatto quando ero a New York ai tempi di Occupy Wall Street nel 2011. Le marce in movimento erano state vietate dalla polizia quindi i protestanti si radunavano in maniera immobile; da qui il confronto che diventa più un suggerimento psicologico più che un attuale gesto dinamico.

ATP: La mostra è basata su un’idea non convenzionale di performance e mira a trasmettere una sensazione di ‘caos organizzato’. Cosa intendi per ‘caos organizzato’?

SP: In realtà è una frase con la quale ho dovuto fare i conti nel passato, che ho dovuto accettare, diciamo. Vorrei essere un artista caotico, nel senso che vorrei che i miei lavori fossero eccessivamente dinamici, animati, carichi di energia elettrica e disordinati, appunto, ma non ce la faccio. Alla fine il caos che cerco di proporre viene sempre regolato, coreografato e organizzato dal mio modo di operare e dalle installazioni finali dei lavori e delle mostre. Sono un control freak suppongo, come si dice in inglese, purtroppo. Mi piacerebbe essere più folle e sregolato e far si che le persone lo pensino quando vedono le miei mostre. Questa volontà muove dal fatto che sento il bisogno di coadiuvare i miei vari interessi con una controparte visiva che sia caratterizzata da un’alta dose di ‘caos’. È come se il risultato finale, più controllato suppongo, sia più simbolico di questa difficile idea di destabilizzazione a tutti i costi.

ATP: Molte delle immagini che hai selezionato per la mostra, hanno una forte connotazione storica e politica. Riveli di averle scelte attraverso un approccio casuale ed emotivo. Esteticamente, cosa ti ha attratto di queste immagini?

SP: Beh, non è che non sia al corrente del loro contenuto; ovviamente non sceglierei mai un’immagine che rappresenta qualcosa con la quale non sono d’accordo o che risulti scomodo o offensivo. Provocatorio sì, ma è diverso. Sono attratto dalle immagini dai forti connotati compositivi ma anche narrativi, anche se in realtà non mi aspetto che coloro che osservano il lavoro in galleria, debbano per forza essere al corrente della storia che sta dietro all’immagine (se non leggondo il comunicato stampa). Per questo la componente visiva, tanto per incominciare, deve essere forte. Poi, inizia un’altra storia.

ATP: Cosa intendi per ‘coreografia accidentale’ nell’opera Imperial (Enter Chorus and Actors)?

SP: La foto stampata sulla tela ritrae uomini e donne disposti in file rigorose, colti mentre  attendono l’arrivo della bara di Re Giorgio V alla stazione di King’s Cross a Londra. Se si dimentica il valore originale dell’immagine e si guarda la disposizione delle persone nello spazio, può quasi sembrare una performance teatrale, artistica o una danza; una di quelle che potresti trovare in numerose inaugurazioni in gallerie in giro per il mondo (tant’è così ‘di moda’ la performance al momento). Per questo la coreografia di queste immagini trovate che seleziono risulta, ai miei occhi, ‘accidentale’.

ATP: C’è un’opera che racchiude i concetti chiave dell’intera mostra,  Movement (featuring Rose Kallal). Mi racconti perchè quest’opera è significativa?

SP: Ho messo in questo nuovo video un po’ di tutto ciò che mi interessa, o che mi ha interessato recentemente. L’intera mostra è un’opera molto personale. C’è una forte componente narrativa per la quale mi sono cimentato con la scrittura e poi ci sono i vari riferimenti al suono, al mio stesso lavoro passato, ai miei interessi politici. Ci sono voluti due anni per concepire e finire questo video. In realtà, all’apparenza sembra molto semplice, sicuramente lo-fi, ma invece è pregno di strati e di riferimenti vari a tal punto che mi preoccupo che forse l’ho caricato troppo di significato e alla fine sarà difficile per i visitatori della mostra sbrogliare questa matassa. Vedremo… è un esperimento interessante per me, e può anche fallire. In realtà anche il nuovo lavoro sonoro – che ho appena finito col mio collaboratore di sempre, Giancarlo Trimarchi – è un pezzo chiave della mostra. Trae ispirazione dal libro ‘Che la festa cominci’ di Niccolò Ammaniti. Ne ho estratto una parte brevissima per creare un pezzo altrettanto corto, di 50 secondi. Rispetto ai lavori sonori precedenti, che sono più lunghi e quasi tutti di matrice prevalentemente elettronica, questo è completamente ‘organico’. C’è una parte dove suono il flauto – strumento che non suonavo da quando avevo 12 anni -, e altre parti dove sia io che Giancarlo usiamo le nostre voci, riconoscibili e non particolarmente trattate. Anche questo lavoro mi sembra molto rivelatore e personale, la cosa mi spiazza molto, mi rende nervoso ma mi entusiasma pure. Anche questo è un lavoro importante perché, come dicevo prima, mi sento di arrivare ad un ordine di diverso calibro nel mio lavoro, da quel caos iniziale ne sta uscendo fuori qualcosa di stranamente calmo e meditativo.

Seb Patane,   Imperial (Enter Chorus and Actors) mixed media 2011 courtesy Collezione Giuliani,   Roma e Fonti,   Napoli

Seb Patane, Imperial (Enter Chorus and Actors) mixed media 2011 courtesy Collezione Giuliani, Roma e Fonti, Napoli

Seb Patane,   Willow's Song (dettaglio) stampa su tela,   stampa su carta 2013 courtesy Fonti,   Naples

Seb Patane, Willow’s Song (dettaglio) stampa su tela, stampa su carta 2013 courtesy Fonti, Naples