Black Drop di Simon Starling,   2012 3,   Stills Credit Courtesy Simon Starling

Black Drop di Simon Starling, 2012 3, Stills Credit Courtesy Simon Starling

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Dal 13 al 17 novembre 2013 ritorna a Firenze, alla sua VI edizione, Lo Schermo dell’Arte film festival. Il festival, che racconta le arti contemporanee attraverso il cinema, vedrà una ricca programmazione di film, documentari, incontri e workshop.

Non mancheranno ospiti e artisti molto importanti come il fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto, il vincitore del Turner Prize nel 2005 Simon Starling, l’artista albanese Adrian Paci ora in mostra al PAC di Milano, lo scultore e filmmaker lituano Deimantas Narkevicius (al quale è ora dedicata una mostra al Museo Marino Marini di Firenze) e il francese Alain Fischer, regista e fondatore del centro per le arti contemporanee Le Fresnoy a Tourcoing.

Il festival, diretto da Silvia Lucchesi, con la sua ricca programmazione di 25 proiezioni (tra cui 16 anteprime italiane), conferma la tradizionale suddivisione in sezioni: film realizzati da artisti e docu-film su artisti contemporanei, insieme a VISIO – European Workshop on Artists’ Moving Images II edizione, un progetto a cura di Leonardo Bigazzi volto a incentivare il confronto e la mobilità europea di giovani creativi, il Premio Internazionale Lo schermo dell’arte Film Festival IV edizione, dedicato alla produzione di opere video da parte di artisti under 35 e già assegnato ai registi portoghesi Mariana Calò e Francisco Queimadela e la terza edizione del Premio 2012, con la proiezione in anteprima mondiale del film vincitore, Mastequoia Op.09-013 di Carlo Gabriele Tribbioli, Giacomo Sponzilli e Gabriele Silli.

Molte saranno le anticipazioni e tutti gli eventi del festival avranno luogo nelle diverse sedi messe a disposizione per la rassegna, dal Cinema Odeon all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dalla CCC Strozzina al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, dal Museo Marino Marini alla Villa Romana, parte dell’Università degli studi di Firenze.

ATPdiary – in collaborazione con Martina Odorici – ha intervistato alcuni degli artisti protagonisti della rassegna: Simon Starling, Deimantas Narkevicius e il “collettivo” Janez Janša.

Per il programma completo  www.schermodellarte.org

? CS Lo Schermo dell’Arte 2013

Il primo appuntamento lo dedichiamo a Simon Starling, presente al festival come regista di Black Drop (2012): un affascinante viaggio tra i rimandi e le corrispondenze tra astronomia e cinema. Concentrandosi sul fenomeno del passaggio di Venere davanti al sole, il documentario approfondisce i legami intercorsi tra lo studio di questo evento e lo sviluppo della tecnologia delle immagini in movimento.

ATP: Com’è nata l’opera Black Drop? C’è una ragione particolare che ti ha stimolato per la sua creazione?

Simon Starling: Black Drop è nato da un invito da parte del Museo di Arte Moderna di Oxford e dell’università di Oxford di creare un lavoro per segnalare il passaggio di Venere davanti al Sole nel 2012. Mentre il lavoro evolveva diventava chiaro che non sarebbe stato possibile realizzarlo e concluderlo in tempo per giugno. Così è stato, e il film è stato installato alcuni mesi dopo nell’osservatorio Radcliffe dell’università. Appena ho cominciato a fare ricerca sulla storia delle osservazioni scientifiche dei passaggi di Venere è stato immediatamente chiaro che esistesse un legame tra la ricerca astronomica e gli albori della tecnologia delle immagini in movimento e questo è diventato il focus del film. E’ un film sul film e un film sull’astronomia, nella stessa misura.

ATP: Da dove nasce il tuo interesse per gli intrecci tra scienza e arte?

S.S.: Per me le due cose sono state legate fin dal principio. Sono approdato al mondo dell’arte in gran parte attraverso la fotografia e lì i confini tra arte e scienza sono estremamente fluidi. Ho realizzato molti lavori che indagano in profondità la materia del fare immagini – la sua microscopica meccanica, una geologia dell’immagine. Jules Janssen, che è in qualche modo l’eroe di Black Drop, era un grande sostenitore del potenziale della fotografia scientifica in un momento storico nel quale molti erano scettici rispetto a questa posizione. Pensava che l’obiettività della fotografia potesse essere un’arma formidabile nell’arsenale di uno scienziato. Fece delle fotografie straordinarie delle macchie solari, per esempio. Janssen era anche un mago dell’improvvisazione e un avventuriero – qualcuno capace di pensare fuori dagli schemi. Se il suo “fucile fotografico” non ha funzionato esattamente come avrebbe dovuto e ha, anzi, sottolineato i difetti dell’approccio fotografico, ha però certamente avuto il merito di “aprire le danze” per i primi passi della tecnologia delle immagini in movimento.

ATP: Più che la scienza è forse la visione il focus del suo film; cosa ti interessa in questo processo?

S.S.: Il film propone una sorta di “impollinazione” di idee dal mondo della scienza al mondo delle arti visive e viceversa. E’ fondamentalmente un film che tratta della fallibilità della produzione di conoscenza.

ATP: Credi che l’idea della “black drop”, quella macchia che distorce la visione dell’oggetto astrale in movimento, possa essere una metafora del nostro vivere contemporaneo, così frenetico e “imbevuto” di immagini, ma distratto, inesatto, disturbato, occluso, e quindi, a suo modo, cieco?

S.S.: Per me il fenomeno della Black Drop, quel momento nel quale l’osservatore è testimone di una distorsione della forma di Venere mentre attraversa il margine del Sole, sembra avere così tanti rimandi. Il film è in parte un tentativo di investigare i momenti che io chiamo di ‘slippage’, “scivolamento” – quando l’informazione risulta distorta o trasfigurata. In Black Drop questo processo è incarnato in generale  dal montaggio e in particolare dalle distorsioni di cose come la rappresentazione della morte del Capitano Cook e la distorsione della nostra visione della luna nelle illustrazioni fotografiche di Nasymth e Carpenter del 1874, fotografie di modelli della luna realizzati a partire da schizzi preparati tramite l’osservazione del corpo celeste attraverso un telescopio. Si dimostra come la conoscenza scientifica e storica diventi condizionale, soggettiva e mutevole.

ATP: Al contrario delle installazioni, nei tuoi film la “site-specificity” perde un po’ d’importanza. E’ così?

S.S.: Per me le proiezioni che abbiamo fatto all’osservatorio sono state assolutamente site specific, era un vero “ritorno a casa” per il film in molti modi e l’immaginario del film ha assunto nuove connessioni e risonanze in quell’elegante ma pragmatico edificio – un precursore di quegli osservatori in cima alle montagne delle Hawaii da dove ho filmato il transito di giugno. In questo modo il film potrebbe essere inteso come una fusione di luoghi, strati, sedi, dalla sala di montaggio di Berlino per le pellicole 35mm, alla spiaggia di sabbia nera di Tahiti, al vulcano di 4000 m ecc. E’ una nozione di spazio molto dilatata.

L’artista ha recentemente pubblicato un libro sul progetto Black Drop, con la casa editrice Humboldt

Simon Starling Black Drop Ciné-roman

Design: Rasmus Koch Studio, Copenhagen, in collaboration with Simon Starling

Texts by: Mike Davies, Simon Starling


The 6th edition of the Schermo dell’Arte Film Festival will be held in Florence from November
13-17, and will feature a rich program of films by artists, documentaries, workshops and encounters that tell the story of contemporary art through cinema.

Directed by Silvia Lucchesi, the Festival will show 25 documentaries and films by artists from around the  world, with 16 Italian premieres, carefully selected from the best recent productions. They’ll all be screened at Cinema Odeon.

The Festival expands throughout the city this year; encounters and events will also be held in several of the  major cultural and contemporary art institutions in the area: l’Accademia di Belle Arti di Firenze, il Rettorato dell’Università di Firenze, il Museo Marino Marini, Villa Romana, il Centro per la Cultura Contemporanea Strozzina, il Centro per l’Arte Contemporanea L. Pecci di Prato.  Among the Festival’s many guests, are: Japanese photographer Hiroshi Sugimoto, famous for his sophisticated black-and-white images, just back from his successful traditional theater show Sonezaki  Shinju, which he produced and directed, he’s the protagonist of a film that analyzes the themes of his research; British artist Simon Starling, winner of the 2005 Turner Prize, with the Italian premiere Black Drop, his latest cinematographic work, in which he reconstructs the links between astronomic research and  the origins of cinema, narrating the observations of rare crossings of Venus and the sun; Albanian artist  Adrian Paci, with The Column, filmed aboard a cargo ship; Lithuanian sculptor and film-maker Deimantas  Narkevicius protagonist of a one-man show at the Museo Marino Marini, Florence; Alain Fleischer, director and founder of the contemporary art center Le Fresnoy, in Tourcoing, with the film he shot in the Atelier Brancusi, in Paris.

Program  www.schermodellarte.org

Press Release ?  Schermo dell’Arte English

ATPdiary meets Simon Starling for a short interview.

Simon Starling is the director of Black Drop (2012), a fascinating journey through references and correspondences between astronomy and cinema. Focussing on the phenomenon of the transit of Venus in front of the Sun, the documentary analyses the links that exist between the study of this event and the development of the moving image technology.

ATP: How did “Black Drop” arise? Was there a reason in particular which stimulated your creation?

Simon Starlin: Black Drop emerged from an invitation by Modern Art Oxford and Oxford University to make a work to mark the 2012 transit of Venus. As the work evolved it became clear that it would not be possible to do this in time for the June date and it was not for some months after that the film was finally installed in the University’s Radcliffe Observatory. As soon as I started researching the history of the scientific observations of the Venus transits it become clear that there was this link to the beginnings of moving image technology and that became the focus for the film. It’s a film about film as much as it’s a film about astronomy.

ATP: Where did your interest in the links between science and art come from?

S.S.: For me the two things have been linked from the beginning. I came to art making in large part through photographer and there the interface between art and science is extremely fluid. I’ve made many works that interrogate the very stuff of image making – its microscopic nuts and bolts, image geology. Jules Janssen, who is in someway the hero of Black Drop, was a great believer in the potential of photography in science at a time when there were many skeptics to this position. He thought that photography’s objectivity could be an important weapon in the scientist’s arsenal. He made extraordinary photographic images of sunspots for example. He was also a great improviser and adventurer – someone capable of thinking outside the box. While his ‘revolver photographique’ didn’t really function as it was intended and indeed exposed the shortcomings of the photographic approach – it certainly opened up the ground for the beginning of moving image technology.

ATP: More than science, the act of vision and its development is probably the focus of your movie; what are you particularly interested in?

S.S.: The film proposes a kind of cross pollination of ideas from the world of science to the world of the visual arts and vice versa. It is fundamentally a film about the fallibility of knowledge production.

ATP: Do you think that the idea of the “black drop”, that spot that distorts your view of the moving astral object, could be a metaphor for our contemporary way of life, so chaotic and “dizzy” of pictures, but inattentive, rough, disturbed, clogged, and in a way, blind?

S.S.: For me the Black Drop phenomena, that moment when the observer witnesses a distortion of the shape of Venus as it crosses the edge of the sun, seems to resonate in so many ways. The film is in part an attempt to investigate moments of what I call ‘slippage’ – when information is distorted or transfigured. In Black Drop this process is embodied in general by the editing process and in particular by the distortions of such things as the portrayal of Captain Cook’s death and the distortions to our understanding of the moon in Nasymth and Carpenter’s 1874 photographic illustrations of their moon models based as they were on sketches made from observations through a telescope. Scientific and historical knowledge becomes conditional, subjective and mutable.

ATP: In your movies the importance of the “site-specificity” seems to diminish, contra what is to see in your installations. Is it so?

S.S.: For me the screenings we did in the observatory were absolutely site specific, they were a real homecoming for the film in many ways and the film’s imagery took on new connections and resonances in this very elegant but pragmatic building – a forerunner to those mountaintop observatories in Hawaii from where I filmed the June transit. In this way the film could be understood to conflate multiple sites, multiple layers, multiple locations, from the space of the 35mm editing suite in Berlin to the black-sand beach in Tahiti to the 4000m high volcano and so on. It’s a very exploded notion of a site. 

Black Drop di Simon Starling,   2012,   Stills Credit Courtesy Simon Starling

Black Drop di Simon Starling, 2012, Stills Credit Courtesy Simon Starling