Rudolf Stingel,   Installation views Massimo De Carlo Milano,   2014,   Photo by Roberto Marossi - Courtesy Massimo De Carlo,   Milano/London

Rudolf Stingel, Installation views Massimo De Carlo Milano, 2014, Photo by Roberto Marossi – Courtesy Massimo De Carlo, Milano/London

Nelle sue opere si cerca il difetto, l’imperfezione, l’errore. Nella serie di grandi opere che Rudolf Stingel espone fino all’8 novembre alla galleria Massimo De Carlo, le forme, gli schemi, i pattern paintings impressi nelle grandi tele, traggono la loro vitalità dalla minuzia dei particolari, dalle lievi e spesso impercettibili differenze. Dimenticato l’eccesso (barocco) cromatico del fondo Magenta, la sua preziosità, a nobilitare queste tele sono le mancanze e gli sbagli. Ci aiuta nella comprensione di queste opere proprio l’etimologia di “sbagliare”: questa parola non può distinguersi da “abbaglio” e questa da “bagliare” (bagliore), a suo volta legato a “variare”, “varius”. La s che trasforma il bagliore in uno ‘sbagliare’ deriva dalla particella DIS con senso negativo. Ecco allora che in questa mia ricerca mi imbatto anche nei termini “badaglio” poi accorciato in “bad’glio” derivato da “badare”, “osservare”. Eccoci allora che lo Sbaglio è una conseguenza del non badare, non osservare abbastanza.

Non voglio sostenere che gli ‘errori’ e le imperfezioni nelle opere di Stingel siano frutto di uno poca osservazione o, peggio, attenzione. Al contrario, la sua insistenza, l’iterazione, l’accanimento della ripetizione è uno stato mentale che, a mio modesto parere, l’artista ha trasformato in una sorta di poetica: la “poetica della resistenza”. Quanto la fissità dello sguardo la può vincere sull’arrendevolezza dell’esistenza? In realtà la mancanza di osservazione viene colmata dall’eccesso di densità (o potenza) che l’artista imprime – prima che i pigmenti – sulle tele.

La sensazione che da sempre provo davanti alle opere di Stingel è quell’indefinibile arrendevolezza dell’uomo contemporaneo di fronte all’incomprensibile enigma esistenziale del “tutta passa”. La grandezza del suo lavoro – dimostrata appieno in quella che considero una delle più intense mostre che abbiamo visto negli ultimi anni, quella a Palazzo Grassi nel 2013 – risiede proprio nella volontà di fermare non l’istante (ci hanno triturato le meningi sui discorso fotografico-filosofici) e nemmeno la realtà (iperrealismo sì o no ecc.) ma fermare l’impenetrabile dell’esistenza. Ecco allora l’intervallare alla più azzerata forma di astrazione (stilemi decorativi derivati da carta da parati, da tappeti ecc.) a sublimi e penetranti ritratti di struggente umanità (penso ad Alpino; 2006, Untitled (Franz West) 2011, solo per citarne due). Conscio della frenesia del mondo, Stingel non banalizza (o brutalizza) la realtà, la prende così com’è, che sia la foto-tessera di un grande amico (e artista), un pezzo di tappezzeria, un pannello isolante manomesso da un’orda di barbari (noi) o piccole immaginette di santi da sussidiario di catechismo.

Per tornare alla mostra, nella seconda stanza della galleria, un grande calco di pannelli isolanti di celotex, come quelli che l’artista ha utilizzato in precedenti mostre per rivestire le superfici di musei e gallerie, sulle quali potevamo interagire lasciando il nostro nome, il segno della pace, dei cuori, delle svastiche, dei cazzi. Il calco però non registra la barbaria, ma l’attimo prima, quando il pannello è ancora in stato di attesa, di stasi. Nei pannelli della stanza superiori, invece, l’artista decide di fare i calchi di pannelli celotex calpestati ed erosi dal passaggio di un ipotetico pubblico. All’effimero di un tempo, Stingel oppone pesantezza (ed arrendevolezza) dei lastre in rame e poi cromato al nickel. Non condivido questa scelta ‘duratura’, preferivo l’effimero e il caotico, l’istinto rozzo e il triviale.

“Santificare” l’orma, l’impronta, la calpestata in una lastra che sarà “per sempre” toglie quell’afflato (sottile) vivificante. Detto ciò, vedremo se questa involuzione resisterà non tanto nel tempo, ma nell’archivio di opere “per l’esistenza” che Stingel è tanto bravo a concepire.

 Elena Bordignon

Rudolf Stingel,   Installation views Massimo De Carlo Milano,   2014,   Photo by Roberto Marossi - Courtesy Massimo De Carlo,   Milano/London

Rudolf Stingel, Installation views Massimo De Carlo Milano, 2014, Photo by Roberto Marossi – Courtesy Massimo De Carlo, Milano/London

Rudolf Stingel Untitled,   2014,   Ex. unico Rame elettroformato placcato nickel,   acciaio inossidabile 240 x 480 x 4 cm / 94 1/2 x 189 x 1 1/2 inches / 8 pannelli - 8 panels  Foto di : Alessandro Zambianchi Courtesy Massimo De Carlo ,   Milano/London

Rudolf Stingel Untitled, 2014, Ex. unico Rame elettroformato placcato nickel, acciaio inossidabile 240 x 480 x 4 cm / 94 1/2 x 189 x 1 1/2 inches / 8 pannelli – 8 panels Foto di : Alessandro Zambianchi Courtesy Massimo De Carlo , Milano/London

Rudolf Stingel,   Installation views Massimo De Carlo Milano,   2014,   Photo  by Roberto Marossi - Courtesy Massimo De Carlo,   Milano:London

Rudolf Stingel, Installation views Massimo De Carlo Milano, 2014, Photo by Roberto Marossi – Courtesy Massimo De Carlo, Milano:London