Ci sono tanti e diversi modi per attraversare una cittadina come quella di San Giovanni Valdarno. Un percorso di riflessione storico-artistica – la cittadina è densa di luoghi di notevole rilevanza, basti citare Masolino da Panicale e Masaccio, lontani figli di queste terre -,  uno più legato alla funzionalità del vivere quotidiano o quello più imprevedibile che vede molti siti di San Giovanni Valdarno teatro o cornice suggestiva per accogliere l’arte contemporanea. Grazie alla mostra curata da Rita Selvaggio, The Remains of the day, San Giovanni Valdarno si è animata di nuova e imprevedibile energia. La manifestazione rientra nell’ambito di “TOSCANAINCONTEMPORANEA2013” un programma di iniziativa regionale  volto a dare sostegno ai giovani, siano essi artisti under 35 che studenti delle scuole di vario ordine e grado del sistema scolastico regionale con l’obiettivo di incentivare nuove opportunità di crescita culturale e professionale a favore di nuove generazioni. I giovani artisti invitati a questo ambizioso progetto, come nomadi contemporanei, hanno portato tra le strade, le piazze e attempati edifici, non solo ‘freschezza’ ma anche nuovi punti di vista per percepire e condividere il quotidiano. Il maniera molto poetica, Rita Selvaggio ha sviscerato racconti e ricostruito la storia spesso dimenticata di molti luoghi, cercando di trovare o, in molti casi, costruendo una fitta relazione tra le opere dei giovani talenti e i vari siti.

Utilizzando la metafora dei ‘nomadi-artisti’ – carichi non solo di idee, anche di oggetti, cibo, pigmenti, animali (si sottolinea la presenza di un gatto nel percorso espositivo di Casa Masaccio), stoffe, tende, foderi di pelle per le armi, vettovaglie varie etc, – la mostra, nel suo sviluppo progettuale, cresce a dismisura a volte travolgendo la stessa curatrice che, in balia dei giovani e irrequieti artisti, spesso perde ‘le redini’ della situazioni, per strattonare poi, con colpo fermo, un indomabile destriero. Si è creato così, in fase progettuale, un confronto non solo tra generazioni, ma anche tra più prospettive concettuali: quello della curatrice (fermissima) che sollecita la creatività degli artisti, istigandoli spesso a lavorare in sito, gli artisti, imponendo la loro visione tra adattamenti, sollecitazioni e continui confronti. E’ indubbio infatti, che la riuscita di questo progetto risiede proprio nella collaborazione instauratasi tra gli artisti. In molti casi, le opere sono diventate collaborazioni a quattro (o più mani) dove l’autorialità è diventata un concetto espanso e labile.

Ho seguito da lontano la crescita ondivaga di questa mostra, e fin da subito ho avuto l’impressione che l’eterogeneità e complementarietà dei progetti, la tensione dialettica tra un opera e l’altra – sempre in relazione alla densità culturale del luogo -, ha fatto la fortuna di molte opere. Questo per sottolineare anche un altro aspetto: se nell’insieme la mostra nel suo complesso ha funzionato, non tutte le opere, se prese singolarmente, sono di buon livello. Ed è qui che l’intervento della curatrice ha sanato quelle zone d’ombra (la qualità dell’opera) mancanti.

La mostra si è sviluppata in due luoghi principali – Casa Masaccio e la Casa Giovanni da San Giovanni -, per poi espandersi in un ex-Stazione Ceramica, nella fontana e nella galleria in via Mannozzi poco lontano dalla piazza principale, nella stessa Piazza Masaccio e in altre sedi istituzionali e museali quali il Museo della Basilica e il Museo delle Terre Nuove. Ma anche in giardini, vicoli e negozi, botteghe e luoghi pubblici. Propagatasi in tutta la città, come un ‘virus’ benefico, l’arte contemporanea ha retto spesso il confronto con il quotidiano (e tranquillo) vivere di San Giovanni Valdarno.

Un codice non scritto ha governato i vari interventi. Affascinata dalla tempestività delle coincidenze, dal significato recondito di varie fatalità, Rita Selvaggio ha seguito un percorso fatto di cifre e coincidenze numeriche che, sovrapponendosi hanno creato degli ulteriori significati combinatori. Ecco allora il ritornare con insistenza dei numeri 7 e 77.

77 sono i calchi di frutta installati da Lupo Borgonovo;  77 le forme di cibo di Anna Mostosi; sono 7 gli appuntamenti che scandiscono l’arco della giornata del 21 giugno di Mathilde & Misa (i due avatar nelle opere di Guccio e Stucchi); 7 gli uccelli di Alice Mandelli che volano alti in Casa Masaccio; 14 (2 x 7) gli elementi che compongono l’installazione The Big Simon (di Agudio e Borgonovo). Spiega la curatrice: “Il sette è il numero da sempre ritenuto magico, misterioso, intriso di sacralità e con una ricchissima simbologia che lo connota fin dall’antichità. E’ il primo più alto, divisibile solo per se stesso, il più attivo dei numeri dispari. Rappresenta, dunque, l’azione per eccellenza, a tutti i livelli: su se stessi e sul mondo. Era un numero considerato già sacro dagli egizi che vi fondarono gli elementi di tutte le scienze; molte delle sue proprietà risalgono addirittura all’astrologia babilonese che riconosceva 7 pianeti e divideva il mese lunare in cicli di 7 giorni, da cui deriva l’origine della nostra settimana. A ciò è riconducibile molta della sacralità dei 7 che rappresentava, in quel tempo, il cosmo e la sua perfezione e 7 sono i veli della danza, le chiavi dell’Universo, le porte del sogno, i gangli spinali, le ghiandole endocrine, i livelli degli elettroni attorno al nucleo, 7 sono i tipi di oro, le stole di Iside, le gemme preziose”.

I luoghi più esposti, quelli all’aperto, hanno riscosso sicuramente degli effetti sui passanti. Penso all’intervento di Lupo Borgonuovo e Lisa Rampilli nella fontana in via Mannozzi: un cappello (di memoria dadaista) che galleggia nelle carezzevoli acque di una moderna fontana. Il copricapo rosso si presenta con code di grandi stoffe galleggianti e piume annegate. Riuscito e molto poetico l’intervento di Serena Vestrucci che ha collocato un ‘pezzo’ di cielo lungo la galleria Mannozzi, un collegamento pedonale tra il centro storico, la stazione ferroviaria e il  rione oltre la strada ferrata. Tra graffiti e scritte maldestre, messaggi incisi sul muro e trascuratezza, il suo intervento ha portato un tocco lirico e suggestivo. La volta della galleria è stata parzialmente coperta da una lunga striscia di tela ‘truccata’ di azzurro, viola, violetto, blu: cosmetici e belletti che hanno simulato un cielo romanticamente annuvolato. Nel giorno dell’inaugurazione, curatrice e artista hanno pensato di presentare l’intervento accompagnato dalle note delicate di un’arpa. Non è mancato uno straniante effetto surreale.  Sempre nel giorno dell’opening, c’è stata anche la performance di Manuel Scano, ‘False Alarm (I don’t feel at home in this world anymore)’. La piazza, già affollata da un evento estivo cittadino, ha visto lo svolgersi (e il distruggersi) della sua installazione, formata da luccicanti stelle filanti, fili colorati, rose di plastica e oggetti disparati. Tutti con il naso all’insù per assistere a questi rito apotropaico o ‘scacciapensieri’. Instabile, pericolante e un po’ pericoloso, l’oggetto ‘dubbio’ ha oscillato tra perplessità e meraviglia nel centro nevralgico della cittadina.

Serena Vestrucci,   Trucco,   2014  - Courtesy dell’artista,   photo credits Ela Bialkowska,   OKNOstudio - © Museo Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea

Serena Vestrucci, Trucco, 2014 – Courtesy dell’artista, photo credits Ela Bialkowska, OKNOstudio – © Museo Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea

Invernomuto,   Wishes of A G (2014),   The Celestial Path(2013),   Installation view - Courtesy dell’artista,   photo credits Ela Bialkowska,   OKNOstudio - © Museo Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea

Invernomuto, Wishes of A G (2014), The Celestial Path(2013), Installation view – Courtesy dell’artista, photo credits Ela Bialkowska, OKNOstudio – © Museo Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea

Sempre in centro, nell’intrico di strade, piccole piazze e vicoli, si è insidiata l’opera ‘interstiziale’ di Gianni Politi. L’artista mi ha raccontato che il suo intervento – chiamato GiuliaGiulia – è nato nel suo studio, recuperando pezzi di grandi tele dipinte e fatte letteralmente a pezzi. “L’intervento di Gianni Politi assume i tratti di una soglia, di un limite, di una temporalità di mezzo tra un prima e un dopo, di uno spazio intermedio tra il qui e l’altrove, tra l’io e il tu, ” spiega la curatrice. “Giuliagiulia,   il nome di un amore, ma anche brandelli di cornici, lembi di tele prima dipinte e poi scartate, materiali archiviati a lungo e che, trascinandosi dietro una memoria, trasfigurano il tempo in immagine e spazio. Pittura fallita, nell’intervallo tra un’effigie e l’altra, si trasforma in  rappresentazione spaziale dell’attesa in amore.”

Dagli spazi all’aperto, agli spazi interni. In un grande ex stabilimento ora in disuso utilizzato per la produzione di ceramica, hanno trovato la sede perfetta le due video proiezioni degli Invernomuto. Tra campate, imponenti pilastri, strani interventi architettonici e restauri inesperti, si fanno eco due opere video visivamente assonanti: l’opera vincitrice del Premio Meru Art*Science Award (Bergamo) ‘The Celestial Path’ (2013) – un video monocanale che segue un doppio tracciato di ricerca, da un lato la figura di Emma Kunz e la scoperta della pietra curativa AION A, dall’altro la teoria del multiverso, uno dei concetti più radicali emersi nella fisica degli ultimi decenni -, e ‘Wishes of a G’ (2014), un ritratto ossessivo della Wishing Well nella Chinatown losangelina.

Sparso ed espanso in luoghi non solo imprevedibili, ma spesso anche introvabili, il progetto di Alice Mandelli: 100 disegni e impressioni disseminati tra banche, bar, negozi e uffici di pubblica utilità. Diario visivo e umorale, i disegni della Mandelli – raccolti sotto il poetico titolo ‘100 io sono ancora qui – sembrano germinare l’un l’altro, raccogliendo pensieri, influenze e assonanze immaginarie che raccolgono con levità il quotidiano esistere.

L’intervento di Helena Hladilova e Namsal Siedlecki racconta, invece, un diverso modo di descrivere e immaginare il concetto di scultura. I due artisti hanno scelto come sito per la loro installazione sonora il giardino di Casa Masaccio: un luogo silenzioso e appartato, pochi metri di verde curato e domato, nascoso ai più. Qui, ha preso vita ‘Memoria di fuoco’, una traccia audio che descrive l’atto scultoreo nel suo farsi. I due artisti hanno sommato in un’unica traccia il rumore dello scultore mentre incide, pialla, scava la materia legnosa, assieme al rumore di agenti atmosferici ed animali che, a loro modo, si fanno inconsapevoli scultori del legno. Un lavoro altamente poetico e molto suggestivo.

Alice Mandelli 100 Io sono ancora qui,  2014;Anna Mostosi,   77 Giganti,  2014,  Installation  View

Alice Mandelli 100 Io sono ancora qui, 2014;Anna Mostosi, 77 Giganti, 2014, Installation View

Picchio Verde + Dopapine,   Andrea Kvas,   Senza Titolo,   2014 dett. - Courtesy dell’artista,   photo credits Ela Bialkowska,   OKNOstudio - © Museo Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea

Picchio Verde + Dopapine, Andrea Kvas, Senza Titolo, 2014 dett. – Courtesy dell’artista, photo credits Ela Bialkowska, OKNOstudio – © Museo Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea

Eccoci giunti ai due luoghi più densi dell’intero progetto: Casa Masaccio e Casa Giovanni da San Giovanni. In quest’ultima sede Andrea Kvas (non senza furore) ha scatenato ondate incontrollate di energia pittorica. Eccedendo e perdendo di vista (a volte) il buon senso, il pittore ha inscenato una sorta di grande antologica sul suo lavoro e sulla sua maniacale volontà di dipingere ‘l’intero mondo’.  Anziché puntare sulla densità il giovane artista ha indirizzato la sua voglia di (stra)fare su un numero dispersivo di opere. Invitando anche altri artisti – Gianni Politi, Manuel Scano, Namsal Siedlecki, Serena Vestrucci -, Kvas ha disseminato nello spazio quadri, carte, tele, oggetti, sedie, macchie… in una centrifuga dove (pena l’indistinto) tutto a volte si potenziava, tante altre volte perdeva di ‘concentrazione’ e diventava solo un gesto decorativo o, peggio, ripetitivo. Nulla toglie che, una delle stanze più belle dell’intero progetto è quella dove Kvas ha realizzato un’ ‘infinita’ pittura che genera se stessa per rimandi, riverberi ed echi cromatici.

Nell’altra sede, a Casa Masaccio, Shinzaggaran, con la opere di Alessandro Agudio, Marco Basta, Lupo Borgonovo, Dario Guccio, Beatrice Marchi, Anna Mostosi, Giangiacomo Rossetti, Davide Stucchi. La curatrice, nel raccontare la mostra in questa location, parla di “una tribù di nomadi che per celebrare un concerto il giorno del solstizio d’estate peregrina nel borgo”. Ci accoglie, come una sorta di welcome, l’installazione sonora e la scritta che corre lungo tutto il corridoio di accesso di Alessandro Agudio. Poetica e suggestiva, la frase (scritta e recitata) si imprime – come un ritornello – nella mente, quasi come un sussurro o una preghiera. Segue, l’installazione di Giangiacomo Rossetti ‘Same time in the opposite season’, 2014: una struttura in ferro che mantiene in tensione una forma di stoffa (denim giapponese) tinta ad indaco dall’artista. Sempre al pianterreno, l’installazione di Beatrice Marchi ‘Palco’ (2005): una stanza allestita per condensare suoni, azioni e strategie di tutte le attività sportive che necessitano di una palla. Un microfono per registrare eventuali movimenti.

Nel piano superiore, le opere a quattro mani di Dario Guccio e Davide Stucchi: una sequenza di 7 ‘appuntamenti’ – realizzati in pelle intelaiata e ricamata – che sintetizzano e scandiscono la giornata di due avatar, ‘Mathilde & Misa’.  Schermi astratti, queste opere colpiscono sia per l’insolito utilizzo della pelle, sia per l’eleganza formale della composizione. Nella stessa stanza, decine di piccoli interventi ‘formali’ di Anna Mostosi sparsi intorno ad un camino. L’artista ha preso ispirazione dalle forme che certi alimenti assumono se abbandonati nelle credenze. Ad esempio il sale o lo zucchero che si induriscono se lasciati per lungo tempo nei contenitori. Così le sue sculture – dal titolo ’77 Giganti’ – formate da semi vari, zucchero, sale, erbe aromatiche, piccoli fagioli: alimenti che mantengono la forma dei loro piccoli recipienti, una memoria formale trattenuta da resine.

Lupo Borhonovo,   Yellow Monkey Supper,   2014,   Gomma siliconica,   tappeti bogalon,   pigmento,   lenticchie,   mais Dimensioni ambientali - Courtesy dell’artista,   photo credits Ela Bialkowska,   OKNOstudio - © Museo Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea

Lupo Borhonovo, Yellow Monkey Supper, 2014, Gomma siliconica, tappeti bogalon, pigmento, lenticchie, mais Dimensioni ambientali – Courtesy dell’artista, photo credits Ela Bialkowska, OKNOstudio – © Museo Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea

Shinzaggaran,   Installation view - photo credits Ela Bialkowska,   OKNOstudio - © Museo Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea

Shinzaggaran, Installation view – photo credits Ela Bialkowska, OKNOstudio – © Museo Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea

Anna Mostosi,   77 Giganti,   2014 Semi di papavero,   girasole,   sesamo nero,   zucca,   sale,   tapioca,   zucchero di canna,   ceci,   prezzemolo,   centifoglia,   resina,   stoffe. Dimensioni ambientali. Dett

Anna Mostosi, 77 Giganti, 2014 Semi di papavero, girasole, sesamo nero, zucca, sale, tapioca, zucchero di canna, ceci, prezzemolo, centifoglia, resina, stoffe. Dimensioni ambientali. Dett

Alimenti anche per l’intervento di Lupo Borgonovo: ‘Yellow Monkey Supper’ (2014), una stanza dedicata alla preghiera e alla meditazione che vede  disseminati dei tappeti bogalon, lenticchie, mais e stampi di frutta esotica in silicone. Negli altri grandi locali, l’interventi a muro (grandi segni astratti in argilla, pigmenti ed essenza di sandalo) e la tenda da accampamento di Marco Basta (notevole il motivo della stoffa ideato dall’artista), The Big Simon #2, l’ installazione a quattro mani di Alessandro Agudio e Lupo Borgonovo – a metà strada tra gioielli ingigantiti, strumenti e bilancieri per fare i muscoli leggerissimi, forme di pane indurito e aggraziato da catenelle in plastica, il calco del corpo di un giovane maiale e alambicchi di vetro ricolmi di gelatine colorate e bevande energizzanti . La difficile e ambigua leggibilità della composizione e i continui rimandi tra le varie forme, creano una strana tensione; un’innata eleganza che sfiora, senza toccarla mai, un eccesso di leziosità e maniacalità formale. Completano il percorso, piccoli disegni di uccelli di Alice Mandelli con appeso nel becco un numero, un giro di piccole sedute di ferro e denim di Rossetti e Tipo Favela una grande scritta a muro dipinta da Agudio.

L’ultimo piano si anima per la performance realizzata da Beatrice Marchi: nella serata dell’opening l’artista ha inscenato un concerto – a cui hanno partecipato Alessandro Agudio, Giangiacomo Rossetti, Lupo Borgonuovo, Anna Mostosi e altri – dove alla voce live, ha aggiunto suoni preregistrati e tracce audio. Le tracce, interamente realizzate dall’artista, sono state concepite come dei singoli ritratti sonori degli artisti che hanno partecipato al concerto. Realizzato il suono, Marchi ha invitato i vari soggetti –una sorta di cantastorie- a recitare, cantare o semplicemente leggere dei testi da loro stessi concepiti. Tra improvvisazioni, maniacale volontà espressiva, il mettere a nudo la propria fragile vulnerabilità e un’alta dose di smaliziata voglia di esibizionismo, la performance ha dato come risultato un’intensa e al tempo stesso scanzonata dedica alla voglia di stare assieme divertendosi.  Tra le composizioni sonore, anche Más Masach, dedicata a San Giovanni Valdarno, una base composta da suoni digitali che imitano il clavicembalo, gli archi, il sitar e l’arpa con un ritmo che richiama tracce hip hop, dance e pop per un’atmosfera che richiama a ballare le streghe e i fantasmi del borgo.

Gianni Politi,   Giuliagiulia,   2014 installation view,   Couthesy dell’artista e CO2 Contemporary Art,   Torino - photo credits Ela Bialkowska,   OKNOstudio - © Museo Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea

Gianni Politi, Giuliagiulia, 2014 installation view, Couthesy dell’artista e CO2 Contemporary Art, Torino – photo credits Ela Bialkowska, OKNOstudio – © Museo Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea

Manuel Scano,   False Alarm (I don’t Feel at Home in this World anymore) 2014 - Courtesy dell’artista,   photo credits Ela Bialkowska,   OKNOstudio - © Museo Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea

Manuel Scano, False Alarm (I don’t Feel at Home in this World anymore) 2014 – Courtesy dell’artista, photo credits Ela Bialkowska, OKNOstudio – © Museo Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea

Giangiacomo Rossetti,   Same time in the opposite season,   2014.Tintura ad indaco su denim    giapponese,   ferro - Courtesy dell’artista,   photo credits Ela Bialkowska,   OKNOstudio - © Museo Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea

Giangiacomo Rossetti, Same time in the opposite season, 2014.Tintura ad indaco su denim giapponese, ferro – Courtesy dell’artista, photo credits Ela Bialkowska, OKNOstudio – © Museo Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea