CB21 by Luca Ghedini

CB21 by Luca Ghedini

Xing compie undici anni e decide di festeggiarli insieme agli artisti che più hanno contribuito al suo sviluppo. Catacomb Bomb è stata una tre giorni di performance, concerti, installazioni, presentazioni, cocktail e pizza per ripercorrere, da un lato la sua influenza e importanza in ambito cittadino e proporre, dall’altra, nuove intenzioni per riconfermare il suo forte impatto culturale. Il fine settimana si è sviluppato più come una grande festa collettiva che come un festival d’arte; molte delle azioni che hanno preso parte nello spazio del Raum sono state una celebrazione di quest’ultimo, un momento di aggregazione fra le persone che lo hanno costruito e vissuto, un omaggio al suo percorso.

Domani, sabato11 ottobre, Raum riproporrà alcune tracce lasciate dal Catacomb Bomb per esplorarne il retaggio artistico.

Un racconto dei 3-days di Eugenio Luciano.

Venerdì 3 ottobre

Gli appuntamenti performativi che si sono succeduti nei 3-days hanno lasciato delle ‘tracce’ – o ‘regali’- portati dai partecipanti di quella che potremmo definire, a ragione, una nuova rinascita dello spazio. Il primo è “Wooden Soap Bubble Raum” di Luca Trevisani, una scultura costituita da fini strati legnosi leggeri e sospesi da terra; posizionata all’ingresso della location reagisce agli spostamenti d’aria ed ai colpi subiti dal pubblico nel suo continuo movimento, come uno specchio del percorso temporale di questi giorni.

Il vero gong è percosso dalla presentazione del libro di Claudia Castellucci nel Box Raum Garage Foscolo: uno spazio sotterraneo per distaccarsi dal normale apparato urbano. La Castellucci parla di questo libro in modo estetico, mentre lo accosta a dei dipinti in catrame che inebriano l’ossigeno di un odore denso e adatto al contesto nei quali sono appoggiati: i finestrini delle macchine circostanti. I quadri sono delle lettere dell’alfabeto latino che possono essere viste fronte-retro senza che la loro fisionomia cambi. Il libro – o meglio, i frammenti che si possono leggere – è un insieme di esercizi atti a far nascere delle relazioni fra persone tramite gesti e azioni dirette.

Con molta calma ci spostiamo verso Raum. Qui il primo concerto è quello degli Starfuckers, fedeli sperimentatori bolognesi, che, anche in questo caso, pensano una situazione di originale tema fantastico: un opening theme per una serie televisiva che non verrà mai realizzata. La stranezza di questo concetto è del tutto rispecchiata dai suoni prodotti da batteria, chitarra ed elettronica, un ambient noise farcito di dub e tempi complessi che offusca, per una mezz’ora, il minimalismo architettonico nel quale sono inseriti.

Al bar è presente una larga scelta di ottimi cocktail fatti dall’ex barman del Modo Ovest, anche qui in relazione con gli spazi utilizzati dal pubblico di Raum. Mentre ne assaggio uno, Riccardo Benassi prende posizione per la sua conferenza sulla musica come operazione narrativa all’interno di un contesto bio-capitalistico, intitolata “Phonemenology”. Il discorso verte su temi e spunti di estremo interesse, un’evoluzione dal suo precedente lavoro techno casa (presentato al Live Arts Week di due anni fa). Qui Benassi ricerca nell’utilizzo di oggetti come gli smartphone un’influenza diretta nel rapporto dell’individuo con il mondo, con particolare attenzione al ruolo ottenuto dall’arte in questo processo. L’attitudine di Benassi è ironica e scherzosa per ovvi motivi, la musica hip-hop e la sua evoluzione non può che suscitare risate nel momento in cui viene riprodotta all’interno del Raum, soprattutto visto il tipo di tema nella quale viene discussa, tra cui le più citate firme di vestiti, macchine ecc. nei testi delle canzoni di Jay-Z ed altri.

A riportare alla realtà via Ca’ Selvatica ci pensa Luciano Maggiore con un live set basato su suoni che vanno oltre i 400hz: spettro scelto per far sentire le caratteristiche più proprie degli oggetti utilizzati, in questo caso due piccoli amplificatori che, appunto, tagliano qualsiasi frequenza vada sotto i 400hz. Le vibrazioni accennate delle casse risultano di delicata fisicità; Maggiore esplora le risorse ed i limiti del materiale, ne percorre i difetti, e attira la nostra concentrazione verso delle variazioni che assomigliano più a delle modifiche strutturali che a cambi di scala.

Chiude la prima giornata una delle performance più attese di questo festival: “NON HANNO ANCORA VISTO NULLA – e così SI(A)mo – getto senza oggetto né oggetto – a prò di nessuno e di tutti”, una collaborazione fra Enrico Ghezzi, Nico Vascellari ed Emiliano Montanari. È difficile dire quanto questa impresa abbia reso le sue potenzialità. Una free-jam insostenibile, il miracolo di avere nello stesso posto tre personaggi che non riuscivano ad incontrarsi da anni, costretti alla più libera improvvisazione. L’inizio, con spezzoni di video dell’Occupy Central, aiuta a creare un’atmosfera di consapevolezza e unità. Ghezzi spunta dal retro della proiezione, incapace di parlare, succube del suo male, e grazie ad una scala cerca di entrare nel video, di rapportaticisi ma l’incomunicabilità prende il sopravvento e toccherà a Montanari cercare di interpretare il labiale di Ghezzi in un lungo dialogo che sconcerta chiunque. Vascellari, intento a ricostruire un collegamento di luce con le immagini incredibili dell’occupy central, sfonda la quarta parete e reagisce col pubblico evitando la calma confusione della performance, azione che la inghiotte ancora di più nell’assurdo. Il finale è dato da Ghezzi che, ripresosi un po’ dalla sua condizione, riesce ad espirare le parole: “La prossima volta improvviseremo di più”.

Ghezzi Vascellari Montanari by Luca Ghedini

Ghezzi Vascellari Montanari by Luca Ghedini

Riccardo Benassi by Luca Ghedini

Riccardo Benassi by Luca Ghedini

Sabato 4 ottobre

Il secondo giorno si apre con uno spettacolo di Luca Camilletti, una paradossale pièce teatrale che inizia con un favoloso e inquietante interrogativo sul rapporto fra performer e spettatore e sulla scarnificazione lessicale di una frase. Una donna, vestita da danzatrice, si pone al centro dello spazio, inizia a guardarsi intorno, incontra lo sguardo del suo pubblico. Poco alla volta, ed in modo sempre meno pacato, comanda allo spettatore: “Non mi guardare”. Questa frase viene ripetuta all’infinito, colui che non spezza lo sguardo viene sollecitato a farlo con tono più aggressivo, e produce dei risultati notevoli. Il continuo pronunciare delle stesse parole arriva ad astrarre del tutto il concetto che perde significato e lascia il suono fine a se stesso.

Quando Valerio Tricoli si avvicina al suo set, le luci si abbassano e rimane accesa solo una intensa lampadina sopra la sua strumentazione. Il musicista elettro-acustico italiano, ora residente a Monaco, porta a Raum la sua ricerca sulle bobine, nastri e registratori, un repertorio live a cui è legato da molti anni, in contrapposizione con i suoi lavori su disco, tra cui l’ultima pubblicazione su PAN “Miseri Lares”. Tricoli tocca le componenti più delicate dei registratori, quelle che, se agitate nel punto giusto, fanno esplodere un suono enorme, spaventoso, capace di rendere l’elettronica di quei processi di disturbo materico. Se prese singolarmente le varie tracce che compongono il live sono attente e tematiche, sintesi distorta di un’acustica funzionale, ma nell’insieme il risultato è un po’ troppo confusionario e sembra quasi vestire il formato canzone; le varie parti rimangono troppo distinte l’una dall’altra e non permettono una coagulazione totale dei rumori.

Oggi si mangia tutti insieme. Cristian Chironi realizza degli involucri particolari per la pizza d’asporto, rimaneggia dei cartoni per rendere originale questo tipo di alimentazione, purtroppo, molto in voga a Bologna. Fra una pizza e l’altra si può partecipare al lavoro sviluppato in due giorni di workshop da Elena Biserna che esegue due partiture di Stephen Chase nelle quali spazio e rumori si fondono per plasmare una situazione di rapporto con l’ambiente. La prima è una walk per le strade di Bologna dove ogni passo è associato ad un fischio rispettivamente alto e basso, la seconda invece propone di allontanarsi con cautela da una sorgente di rumore bianco per esplorare quella linea di confine fra il percettibile e l’impercettibile. La dimensione spaziale contestuale è fondamentale per recepire il messaggio stravagante e di alienazione della performance: atti insoliti in luoghi comuni, ma pensati come scritti musicali, dai quali evapora la loro efficacia.

Il lungo finale viene dedicato alla musica dei CB21, collettivo che fonde l’elettronica dei suoi componenti (fra cui Lorenzo Senni, Simone Trabucchi, Primititve Art). Il live dura più o meno cinque ore quindi il tempo per ricoprire mille tipi diversi di genere c’è. Il Raum diventa una piccola navicella spaziale, i suoni cosmici dei sintetizzatori fanno da protagonisti. Spesso si gioca fra un ambiguo mix tra prog rock elettronico anni ’70 e neo vocabolario techno di cui Milano è ormai capitale italiana. Nelle cinque ore ci si rende conto dell’impossibilità di rendere del tutto omogeneo il set, alcune parti funzionano, altre meno. Cinque componenti, in questo caso, sono tanti e il succedersi degli eventi non può che comportare un continuo cambio di approccio. Le tastiere quasi dark ambient immergono il tutto in un fluido sul quale navigare con i vari accenni di voce fino a quando, lenta e inesorabile, la nave atterra e fa ritornare via Ca’ Selvatica a Bologna.

Cristian Chironi by Luca Ghedini

Cristian Chironi by Luca Ghedini

Daniela Cattivelli by Luca Ghedini

Daniela Cattivelli by Luca Ghedini

Valerio Tricoli by Luca Ghedini

Valerio Tricoli by Luca Ghedini

Domenica 5 ottobre 

Domenica pomeriggio il Raum sconvolge i suoi interni e si trasforma da elegante spazio culturale a stadio (della Domenica) e le sue pareti in porte da calcio. Agli spettatori vengono consegnate delle bandierine e trombette, insegnati dei cori calcistici e posti in curva come una tifoseria in trasferta. Si tratta di “KS Dynamo Tirana” ambiente creato da Paola Stella Minni e Glen Caci nel quale ogni artista diventa un giocatore. In porta Glen Caci e in area Gasparinetti, Tidoni, Amara ecc… Per un buon quarto d’ora lo sport prende il sopravvento e il pallone diventa il protagonista.

Durante la serata ci spostiamo fuori per assistere a quella che si rivela come una delle più riuscite installazioni del festival, quella di Davide Tidoni. La presentazione recita “Un tiratore cerca di centrare con un colpo di fionda un microfono posizionato a distanza. L’impatto del colpo con il microfono è amplificato e diffuso ad alto volume da una cassa collocata vicino al tiratore. Il progetto cerca in questo modo di tradurre l’intensità del colpo e rendere manifesto il processo di azione-reazione che si instaura tra tiratore e microfono.” Una volta provato ci si rende conto di quello che il microfono ha subito nella collisione, l’onda sonora affligge il tiratore e sposta l’effetto del tiro a se stesso, ferendolo. Se trasposto ad un essere umano il messaggio dello scontro è chiaro, forte e lascia riflettere (tanto che Tidoni sarà uno degli artisti più discussi del Catacomb Bomb) ma la cosa più interessante è che qui se ne può avere esperienza diretta.

Rimaniamo per qualche minuto all’aria aperta per provare la sensazione di squilibrio creata da Tidoni, questa non cesserà nemmeno all’interno di Raum grazie alla prossima performance. Infatti il pavimento è stato cosparso di farina per far da palco allo Zapruder filmmakersgroup. I “10 minuti dal vero” portati dal collettivo riguardano la polka chinata, un tipico ballo bolognese che si faceva a coppie maschili sotto i portici di Santo Stefano fra la fine dell’800 e la grande guerra. I danzatori, velocissimi, ruotano insieme, uniti in questa danza che ha segnato la storia di una città, e quale posto più adatto se non il Catacomb Bomb per proporla visto che anche qui la storia vuole essere ripercorsa e riscritta.

Un altro esempio di bellissima danza estetica, diametralmente opposta a quella dello Zapruder filmmakersgroup, è dato da Kinkaleri. La sua semplicità e ingenuità richiamano una poetica infantile, annidata nei ricordi. Una persona ricoperta da una tovaglia a fiori balla canzoni etniche senza un apparente metodo preciso, si lascia andare al ritmo e fa volare confusi i merletti della tovaglia. Eppure il ballo ha qualcosa di magico e intenso, si potrebbe rimanere ad ammirarlo per ore, quasi per scovare un antro mentale tragi-comico nel quale rifugiarsi oppure solo per farsi avvolgere dalla grazia sprigionata.

L’ultimo concerto è suonato dal duo Cuoghi Corsello, la leggendaria coppia di artisti che hanno ridipinto Bologna coi loro tag Pea Brain, Canek8 e SUF! oltre ad aver trasformato in spazi sociali molte zone abbandonate della città. Anche la musica è un pezzo di storia per i due writer, ai tempi con i Cavalla Cavalla, oggi soli insieme a basso e chitarra (una fender dal corpo modificato così da poter toccare terra) e un video proiettato in alto e scrutato dai due come un’annunciazione. La compostezza rituale che vede in primo piano gli amplificatori, e di schiena i musicisti intenti a generare dei potenti e lunghi drone oscura il Raum che si riscatta come spazio celestiale e di ponderazione, mentre si aspetta l’ascesa di qualcuno dal video. Un contesto etereo ed immaginifico, un viaggio virtuale nel quale perdersi per sempre fatto di luce e bassi contorti che si scontrano con i muri addensando l’aria.

Catacaomb Bomb è prossimo alla sua fine, manca solo un atto che contribuirà a chiudere in nostalgia il suo percorso. Massimo Carozzi rispolvera “Archivi Privati” cioè l’evento della domenica pomeriggio che tra il 2003 e 2005 faceva ascoltare musica ai passanti e offriva del tè agli interessati. Saranno quindi allucinogeni dischi di Luc Ferrari, Ryoji Ikeda e La Monte Young a far calare il sipario su questo festival riassuntivo e rappresentativo del lavoro di qualità svolto in ambito musicale e artistico da undici anni in via Ca’ Selvatica 4/d = Raum.

Eugenio Luciano

Cuoghi Corsello by Luca Ghedini

Cuoghi Corsello by Luca Ghedini

Luca Camilletti by Luca Ghedini.

Luca Camilletti by Luca Ghedini.

Kinkaleri by Luca Ghedini

Kinkaleri by Luca Ghedini