E’ stato presentato questa mattina il progetto PUBLIC di ZegnArt in India. Alla presentazione sono intervenuti, Anna Zegna, Image Director del Gruppo e Presidente della Fondazione Zegna; Cecilia Canziani e Simone Menegoi, curatori di ZegnArt Public; Andrea Zegna, coordinatore del progetto, e Bartolomeo Pietromarchi, Direttore del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma.

Sono passati nove mesi dalla presentazione del progetto nella sua complessità, ma solo ora, prende concretamente avvio. Il primo paese emergente scelto è l’India, a cui seguirà la Turchia e il Brasile. In questa occasione, Anna Zegna ha ricordato che solo pochi giorni fa, il gruppo Ermenegildo Zegna ha ricevuto il premio Alberto Falck per l’ ‘azienda familiare 2013.

Ha anche utilizzato, per parlare del progetto PUBLIC, una metafora azzeccata: “se dovessi associarlo ad un tessuto, la trama e l’ordito sarebbero fatti di sottili fili di seta lucenti, colorati e cangiati. La struttura sarebbe composta da fili sottili di lana fine, ma resistente e versatile. Penso questo progetto veramente proiettato verso il futuro. Senza contare che siamo orgogliosi di sottoliare che è il primo in India che vede la collaborazione di pubblico e privato, ossia Bhau Daji Lad Museum di Mumbai e Zegna.”

Il progetto prevede ogni anno l’attivazione in un paese emergente di un duplice percorso: una speciale commissione in loco a un artista mid career del paese ospite, per la realizzazione di un’opera d’arte pubblica. L’artista scelta per questo primo appuntamento è Reena Kallat (1973) con l’opera Untitled (Cobweb/Crossings). Il secondo percorso prevede il finanziamento di una residenza offerta a un giovane artista del paese ospite, invitato a trascorrere un periodo di studio in Italia. Quest’anno la residenza si svolgerà al MACRO di Roma e vedrà ospite l’artista Sahej Rahal (1988) da agosto a dicembre 2013.

Molte volte, raccontando il progetto, i due curatori  Simone Menegoi e Cecilia Canziani, hanno sottolineato gli aspetti difficili e imprevisti del progetto. “La realtà è sempre più complicata dell’aspettato” racconta Menegoi. “Abbiamo dovuto veramente cambiare prospettiva. Abbiamo iniziato a lavorare sul progetto qui in Italia, abbiamo raccolto materiale su Mumbai e ci siamo documentati, ma, una volta arrivati, le prospettive sono cambiate molto e, per molti versi, abbiamo dovuto iniziare tutto da zero. Siamo partiti con l’idea di considerare lo spazio pubblico come siamo soliti pensarlo in Europa. In realtà è stato impossibile e impraticabile ragionare con gli stessi schemi. Mumbai ci ha, per molti versi, sconvolto: il traffico, i suoni, le masse umane. (…) Lo ‘spazio pubblico’ come siamo abituati a pensarlo, in  quella città è ‘impossibile’. Abbiamo avuto problemi burocratici, logistici, pressioni varie. Avevamo pensato a dei billboards – ma non potete immaginare il concetto di manifesto pubblicitario in India, che spesso sono alti decine di metri – o anche dei suoni… ma anche con questo taglio, il progetto sarebbe stato impossibile: al rumore del traffico c’è da sommare il rumore assordante di nuovole dense di uccelli. Abbiamo dovuto prima di tutto capire il funzionamento di una città complessa come Mumbai. Per PUBLIC, alla fine abbiamo scelto la facciata del museo Bhau Daji Lad Museum di Mumbai. Per molti versi questo luogo è da considerare uno spazio pubblico a tutti gli effetti. Ci passano oltre decine di migliaia di persone al giorno e non tutte appassionate d’arte. Molta parte è pubblico generico.”

“Ci siamo innamorati fin da subito della città” continua Cecilia Canziani. “Le nostre giornate cominciavano prestissimo al mattino e finivano molto tardi alla sera. Durante la nostra permanenza abbiamo cercato di vedere e fare più studio visit possibili. I nostri spostamenti avvenivano in auto e, per molti versi abbiamo scoperto la città così, attraversandola da un punto all’altro. Le decisioni le abbiamo prese in auto, per le lunghe ore che ci passavamo per spostarci. Abbiamo scoperto l’incredibile bacino artistico dell’India, visitando tantissimi studi. Alcuni sono incredibili. Abbiamo fatto molti incontri con artisti mid career che avevano studi enormi. Siamo abituati a pensare agli artisti mid career italiani.. in India artisti di 40-50 anni, sono considerati maestri con moltissima popolarità. Alcuni di loro sono stati molto importanti per le nostre scelte e abbiamo seguito molto i loro consigli per la scelta sia dell’artista per Public sia per la residenza. (…) Ad un certo punto abbiamo pensato che era opportuno coinvolgere non solo due artisti, ma anche altri che abbiamo incontrato. Da qui l’idea di invitare Alwar Balasubramaniam, Atul Bhalla, Sakshi Gupta, Reena Kallat, Srivanasa Prasad, Gigi Scaria ed Hema Upadhyay a presentare i loro progetti in una mostra che inaugura in contemporanea con il progetto di Reena Kallat. (…) Nella nostra scelta abbiamo cercato di individuare un artista che continuasse per molti versi la tradizione indiana, la sensibilità per un certo uso dei materiali e attento anche all’aspetto manuale. Oltre a questo, era fondamentale che potesse anche essere messo in confronto con un gusto e una sensibilità occidentale.”

Simone Menegoi ha letto le motivazioni della scelta di Reena Kallat: “L’opera risponde pienamente allo spirito della commissione: asseconda e privilegia il rapporto con lo spazio pubblico, sia dal punto di vista formale, in quanto l’opera è pensata per essere esposta sulla facciata principale del museo, sia in termini di contenuto, avendo come tema la storia coloniale e post coloniale della città di Mumbai. Si presta a fornire lo spunto per un brillante programma educativo; ma soprattutto è molto coinvolgente, con un impatto estetico ed emotivo in grado di raggiungere un pubblico ampio e diversificato”.

L’artista Reena Kallat, ha mostrato al pubblico presente alcune sue opere, tutti connotate da un profonda propensione per tematiche sociali. In molte opere l’artista utilizza in fatti dei timbri di gomma che diventano spesso simboli di grande masse umane alla continua ricerca di una propria identità.

“Sono molto contenta che mi si dia la possibilità di fare una grande opera pubblica che resterà – come donazione – al museo. Per l’opera che presento, ho considerato il museo non tanto come un luogo per educare, bensì per coinvolgere la comunita. L’ho considerato come un punto d’unione e condivisione, volevo trovare un modo per coinvolgere e riflettere i mutamenti della città di Mumabi. Tra le cose che mi erano venute in mente pensando alle varie trasformazioni della città, c’erano i nomi delle strade: in che modo le strade determinano l’immaginario di una città e i loro nomi ci parlano delle persone che le abitano? Persino il Museo stesso ha cambiato nome un secolo dopo la sua istituzione. ?In ‘Untitled (Cobweb/Crossing)’, un’enorme ragnatela formata da centinaia di timbri – ciascuno con il nome “coloniale” di una strada della città, ora sostituito da un nome “indigeno” – tesse la storia di Mumbai sulla facciata del museo. Il processo di decolonizzazione condotto tramite l’attribuzione di nuovi nomi alle città o ad altri luoghi – dalle forme anglicizzate ai nomi regionali o indiani – va a formare un palinsesto sul quale le nuove generazioni riscrivono le diverse storie. Una ragnatela evoca il tempo e, proprio come una stanza rimasta vuota, tutte le storie dimenticate formano ragnatele che sembrano trattenere la polvere del passato”.

Bhau Daji Lad Museum, Mumbai

 

Bhau Daji Lad Museum, Mumbai

 

Anna Zegna, Image Director del Gruppo e Presidente della Fondazione Zegna; Cecilia Canziani e Simone Menegoi, curatori di ZegnArt Public; Andrea Zegna, coordinatore del progetto, e Bartolomeo Pietromarchi, Direttore del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma.

 

Reena Kallat, ZegnArt, Milano 201

Simone Menegoi, Cecilia Canziani e Bartolomeo Pietromarchi