Si concentrerà sugli spazi della Triennale e del Teatro dell’Arte (Milano), l’undicesima edizione di UOVO – Performing Arts Festival, dal 20 al 24 marzo. Sono riuscita a farmi raccontare, in pochi minuti, il festival dal direttore Umberto Angelini, che mette a fuoco l’importanza del lavoro dei tanti performers in relazione allo spazio. Rispetto agli anni scorsi, infatti, il ‘nomadismo’ che caratterizzava la manifestazione viene meno per lasciar il posto ad una ricerca basata -in molti casi – su opere site specific. Questo è il caso dell’appuntamento di venerdì 22 marzo con con una delle più giovani e talentuose compagnie della scena performativa italiana, i Barokthegreate. Presenteranno L’attacco del clone, un’opera site specific ambientata nella Scalinata che collega la Triennale al Teatro dell’Arte: “prende le mosse da un’idea di espansione psicofisica, sonora e ottica”.

Tra gli appuntamenti più attesi, quello che del 20 marzo, con uno dei più importanti coreografi contemporanei, il francese  Jérôme Bel con lo spettacolo  Disabled Theater realizzato insieme agli attori professionisti e portatori di disabilità del Theater HORA. Spiega il coreografo:  «Le persone con disabilità non hanno ‘rappresentazione’ e sono molto pochi i discorsi che li chiamano in causa. Non esistono neppure nell’ambito pubblico, sono escluse dalla società. Qui la distanza tra la maggioranza e la minoranza è insondabile, c’è una divisione che non è tollerabile: una delle sfide di questo lavoro è per me quella di rendere la comunità che questi attori rappresentano più visibile, di dimostrare che questi attori sottovalutati possono arricchire il teatro sperimentale, che la loro unicità è un valore carico di promesse per lo spettacolo e per la danza, così come la loro umanità dovrebbe esserlo per la società in generale». 

Tanti i concetti che mappano il fitto programma di appuntamenti: rappresentazione, verità e interpretazione, identità, autenticità. Come spiega Angelini, il Festival cresce tra due contrapposte nozioni del dibattito contemporaneo: Postmoderno e nuovo realismo. Senza probabilmente schierarsi né da un parte, né dall’altra, le proposte che vedremo in questa settimana dedicata alla performance, sono state scelte per l’alta carica innovativa e sperimentale. Tra queste, il gruppo  QuaLIBò / Maristella Tanzi e Carlo Quartararo, con l’auto-ironico e divertente,   N-esimo progetto fallimentare (21 marzo): opera che racconta come si crea uno spettacolo di danza, dal punto di vista di chi lo produce e lo impersona, con precisi riferimenti ai requisiti tecnici, alle difficoltà economiche e ai sacrifici privati di tutti i soggetti coinvolti.

Altra presenza italiana degna di nota,   Alessandro Sciarroni con  FOLK-S Will you still love me tomorrow?’ (21 marzo). Il lavoro nasce da una riflessione sui fenomeni popolari di danza folk antica, in particolare dallo studio dello Schuhplattler: ballo tipico bavarese e tirolese, ancora praticato in molte piccole comunità dell’Alto Adige, Schuhplattler significa “battitore di scarpe” e consiste nel battere ritmicamente – all’unisono con i proprio compagni – le mani sulle proprie gambe e calzature.

Venerdì 22, alle 21:15, una delle figure di punta della performance italiana, Cristina Rizzo con  La Sagra della Primavera Paura e delirio a Las Vegas. Per questa prova performativa, sulle note di Stravinskij, gli spettatori sono invitati ad utilizzare delle cuffie con cui ascoltare la musica del noto compositore, mentre un’altra composizione sonora si diffonde nella sala: allo spettatore la scelta dell’ascolto, della modalità di visione.

Nostrana anche la giovanissima Giorgia Nardin che presenta (sabato 23, h 19:45)  ‘All dressed up with nowhere to go’ (con Amy Bell e Marco D’Agostin): spettacolo che prende ispirazione da alcuni grandi capolavori del maestro fiammingo Hieronymus Bosch: Visioni dell’Aldilà, Trittico degli Eremiti, Il Carro di Fieno, I Sette Peccati Capitali e ovviamente il celebre Giardino delle Delizie, opere nelle quali i soggetti, apparentemente tragici e orribili, nascondono un’insolita bellezza. La ricerca condotta dalla Nardin intende indagare appunto come il concetto di bellezza possa scaturire in un contesto di brutalità: si tratta di un tòpos ricorrente nell’opera di Bosch, nelle sua creature bestiali e mostruose, nella rappresentazione fantastica di soggetti tragici, nella violenza delle sue immagini.

Sempre nella serata di sabato 24 (20:45), l’atteso  (M)IMOSA, Twenty Looks or Paris is Burning at The Judson Church: opera a quattro –  Cecilia Bengolea,  François Chaignaud,  Trajal Harrell e Marlene Monteiro Freitas – che si sviluppa dalla domanda:  “Cosa sarebbe successo nel 1963, se qualcuno della scena del “voguing” fosse venuto alla Judson Church del Greenwcih Village per danzare insiema ai primi postmoderni?”. La tradizione del “Voguing” fa riferimento alle competizioni di ballo che avevano luogo sui palcoscenici delle dance hall di Harlem dance all’inizio degli anni 60: vera e propria forma di performance sociale, praticata principalmente da omosessuali, travestiti e transessuali neri e latino-americani, il voguing riproduceva gli archetipi sociali e le identità di genere attraverso la moda, il movimento e gli stilemi del comportamento.

Domenica 24 marzo, alle 20:45   Saša Boži?/Petra Hraš?anec con Love will tear us apart’. Lo spettacolo – il cui titolo di rifà ad una delle canzoni più famosi del gruppo dei Joy Division -, è la prima parte di una trilogia incentrata sulla relazione tra movimento e musica che comprende anche Boys don’t cry (2012) e The Beatles (il cui debutto è previsto per il mese di luglio). il lavoro incorpora e mescola generi differenti finendo per dare vita a una forma ibrida sospesa tra l’energia di un concerto rock e la quiete di una confessione intima. 

Alle 21:15, la prima nazionale di una delle più note coreografe e registe svedesi,   Gunilla Heilborn,   This is not a love storyla storia di due eroi improbabili, Kowalski e Vera – o almeno questi sembrano essere i loro nomi in uno dei momenti dello spettacolo. Due eroi, interpretati dagli straordinari Johan Thelander e Kristiina Viiala (attori ‘feticcio’ della Heilborn), che sulla scena si muovono straniati, danzano e continuano a fare domande: chi ha fatto cosa? Quando? Dove? E perché?  Rivisitando l’estetica del road movie, questa performance ironica e introspettiva racconta di un viaggio che si ripete incessantemente: è un viaggio alla ricostruzione di un contesto, alla ricerca di connessioni che paiono sfuggire continuamente alla presa. 

Il parallelo al programma,  il progetto Drive_IN #5 di Strasse, collettivo nomade di artisti con base a Milano: una performance per un solo spettatore alla volta, un viaggio in macchina tra realtà e visione lungo le strade della città di notte (mi raccomando,  prenotazione obligatoria!). 

Nella serata di venerdì 22, alla Fondazione Pini , l’evento speciale  Dialogo su Forsythe, un incontro aperto al pubblico condotto dai critici di danza Francesca Pedroni e Marinella Guatterini: l’incontro affronterà alcuni dei temi fondanti del lavoro di uno dei più importanti coreografi viventi, William Forsythe.

Mi sarò sicuramente dimenticata qualcosa. Controllate qui, troverete tutto:  www.uovoproject.it

Bengolea,   Chaignaud,   Harrell,   Monteiro Freitas,   (M)IMOSA,   foto Paula Court

Bengolea, Chaignaud, Harrell, Monteiro Freitas, (M)IMOSA, foto Paula Court

Jerome Bel,   Disabled Theater,   Theater HORA

Jerome Bel, Disabled Theater, Theater HORA

Gunilla Heilborn,   This is not a love story,   foto Stefan Bohlin

Gunilla Heilborn, This is not a love story, foto Stefan Bohlin