Marisa Merz,   Il Palazzo Enciclopedico,   55° Biennale di Venezia 2013

Marisa Merz, Il Palazzo Enciclopedico, 55° Biennale di Venezia 2013

Maria Lassnig,   Il Palazzo Enciclopedico,   55° Biennale di Venezia 2013

Maria Lassnig, Il Palazzo Enciclopedico, 55° Biennale di Venezia 2013

Point of view #5: Antonio Grulli

Ciao Elena, eccomi alla scrivania per te.

Piccola premessa: difficile recensire una biennale nei giorni successivi l’inaugurazione; troppa confusione. Sono mostre talmente mastodontiche e necessitano di tempo per riflettere. Due anni fa la mia opinione è cambiata radicalmente, in positivo, dopo che sono tornato con calma a visitare l’edizione di Bice Curiger in settembre. Al tempo stesso ho cambiato la mia opinione su altre biennali a distanza di anni (ad esempio, la mostra curata da Bonami sul momento mi sembrò davvero troppo caotica ma dopo questo tempo intercorso noto sempre più gli aspetti geniali).

Ma non mi voglio sottrarre. La prima cosa che mi viene da dire è che Massimiliano Gioni è riuscito con questa biennale ad avvicinarsi all’arte di Stanley Kubrik di realizzare capolavori partendo da materiali mediocri. Non fraintendermi, non credo che tutte le opere esposte quest’anno siano di livello mediocre. Vi sono molti grandi artisti, e molti capolavori. Ma vi è pure un enorme quantità di materiale non considerabile arte, o realizzato da non-artisti, o opere di artisti minori, come credo non se ne sia mai visto in passato in nessun altra biennale. Ma dirò di più, anche le grandi opere presenti in mostra sono state “uccise” e fatte rinascere all’interno della nuova opera d’arte che è la Biennale stessa di quest’anno. Ne ho parlato spesso durante i giorni dell’inaugurazione; alcuni hanno storto il naso. Io non ci vedo nulla di male, anzi, lo reputo un fatto positivo.

La curatela è una pratica davvero troppo giovane perché si possano porre dei paletti dicendo “questo si può fare” e “questo no”. Ma anche avesse alle spalle una storia millenaria la grandezza dei grandi autori non è proprio quella di essere in grado di diventare loro stessi nuova regola a cui tutti gli altri saranno tenuti a relazionarsi? Come si può rimproverare a Gioni di aver apportato dei cambiamenti radicali al linguaggio curatoriale compiendo azioni mai fatte in precedenza, come se questa assenza di un precedente rendesse automaticamente illegale ogni innovazione? Il fatto che la pratica curatoriale sia leggermente differente da quella artistica non implica che per i curatori siano in vigore regole differenti.

I registi cinematografici sono “autori” a tutti gli effetti che lavorano con altri artisti (attori, scrittori, fotografi, ecc) rispettandone la dignità pur subordinandola alla riuscita della sua idea di film. Al tempo stesso lavorano anche con un’enorme quantità di maestranze non artistiche il cui lavoro è visibile nel risultato finale. Alle volte sembra che queste rimostranze nei confronti di curatori “troppo esuberanti” nascano più da paure quasi sindacali per la difesa della posizione acquisita, nel caso degli artisti, o vengano portate da curatori adagiati su posizioni troppo comode, nelle quali non si sente la necessità di alzare la posta, prendendosi maggiori rischi e responsabilità. Per tornare alla metafora cinematografica, c’è stato un tempo in cui sui manifesti era presente solo la faccia e il nome della star del momento, e il regista non veniva nemmeno citato. Poi è arrivato Rossellini, ed è stato capace di fare un film mettendo insieme la Bergman e due pescatori raccattati su una spiaggia campana.

Anche perché, come di solito viene detto in queste situazioni portando citazioni colte, ogni processo di “traduzione” da un linguaggio ad un altro (e la curatela lo è) è anche un processo di tradimento e uccisione del punto di partenza. Intendendo con queste due parole un procedimento positivo che permette in realtà una nuova nascita attraverso la “performance” del traduttore che rende il testo di partenza un pre-testo. Tutto questo nulla leva ai grandi capolavori utilizzati nella Biennale di Gioni, anzi; ne vengono amplificate le letture potenziali attraverso la riscrittura del curatore che è in grado di caricarle di maggiori significati. E ne guadagnano anche i manufatti non-artistici in mostra venendone nobilitati. Insomma, è un processo da cui tutti hanno da guadagnare, le opere d’arte in mostra per prime, visto che vengono come riattivate e rese nuovamente problematiche.

Oltretutto credo nessuno possa negare come sia semplicemente meraviglioso muoversi all’interno di questa mostra. Gioni è stato in grado di tornare con forza anche su una dimensione della mostra come strumento capace di dare un enorme “piacere” al visitatore, il ché non mi sembra una cosa da poco in questi anni. E ritengo questa Biennale una mostra in grado di piacere anche ai non addetti ai lavori, e anche questo non è poco. La tematica stessa è molto intrigante nel suo essere inevitabilmente contraddittoria. Illuminismo e inconscio. La catalogazione illuministica che perde ogni pretesa scientifica, didascalica o edificante per farsi strumento di esaltazione e moltiplicazione delle turbe e delle ossessioni umane. In mostra non troviamo mortiferi pedagoghi ma semmai pederasti e pedofili come Hans Bellmer capaci di rendere eterne le loro perversioni immorali. Non c’è Freud ma Jung. Direi che ci troviamo di fronte a una biennale che potrebbe piacere a Cronenberg, e chissà che una parte della sua ultima produzione non abbia ispirato o dato maggior convinzione al curatore italiano. Probabilmente sì, conoscendo la cinefilia di Gioni.

C’è poi tanta stupenda figurazione (chi avrebbe mai detto che saremmo tornati a usare questo termine in un’accezione così positiva?), un punto che mi sembra si sia toccato poco nelle chiacchiere e negli scritti post-inaugurazione, ma che credo sia centrale, soprattutto per Gioni che aveva già iniziato a lavorare su questo tema a Gwangju. E quindi tanta stupenda pittura e fotografia e pochi lavori verbosi. Davvero una goduria per gli occhi e i sensi che per troppe biennali hanno digiunato. Così a caldo direi anche Ex-Padiglione Italia meglio dell’Arsenale, ma credo che la forma allungata di questo spazio complichi la vita a chiunque, nonostante il curatore lo abbia cancellato con l’aiuto di uno studio di architettura. Ma ai giardini ci sono delle stanze che sono davvero dei capolavori assoluti. Interessanti anche queste autocitazioni che Gioni ha fatto di sue vecchie mostre, con Fischli e Weiss, ma soprattutto (più evidente trattandosi di un minore) con il lavoro del fotografo giapponese Yoshiyuki, già esposto, mi sembra, alla Biennale di Berlino da lui curata con Cattelan e Subotnik.

Insomma, tantissimo materiale di cui discutere, e questo mi sembra la cosa più importante.

Vorrei chiudere riprendendo il gioco fatto da De Bellis nel testo che tu hai pubblicato e dare la mia personale classifica delle Biennali di Venezia. Di tutte quelle di cui ho una memoria cosciente a mio parere le due migliori restano quella di Bonami e quest’ultima di Gioni. Non mi voglio sbilanciare nel dire quale delle due preferisco perché il mio ricordo di quest’ultima è troppo ravvicinato. Ma non mi stupirei se in futuro avesse la meglio l’edizione del 2003, nella sua durezza, caoticità e cacofonia imperante: aveva un’anima poco digeribile, che mi si è piantata sullo stomaco e che mi porto ancora dietro. Sono ancora a farci i conti insomma. E questo nell’arte l’ho sempre ritenuto un fattore positivo.

Alle volte le mostre di Massimiliano Gioni hanno un’altissima digeribilità, che nel tempo potrebbe essere un problema. Sembrano degli oggetti davvero troppo puliti e perbene. Mentre lo scarto culturale e radicale avviene sempre in maniera violenta, non accomodante, talvolta criminale nel senso di uscita dalle regole. Gioni mi ricorda le persone fotogeniche; di recente ho letto che hanno la caratteristica di sapere in anticipo come verranno nella foto. Lo stesso riesce a fare il curatore italiano con le sue mostre. Riesce ad ottenere quello che vuole e il risultato finale è sempre di una pulizia cristallina. Vuole piacere a tutti e ci riesce quasi sempre. Cito allora Carmelo Bene, visto che è stato presente sottotraccia in molte delle cose che ho scritto, quando diceva che i grandi artisti fanno quello che vogliono mentre i geni fanno solo quello che possono.

Ma non voglio finire con un’atmosfera negativa. Reputo davvero Massimiliano Gioni uno dei più grandi curatori. Mi rammarico solo non sia più spregiudicato perché credo potrebbe darci cose ancora più grandi.

Alcune parole sul Padiglione italiano: nonostante una tematica, e uno sviluppo della stessa, davvero troppo elementare, la buona lista di artisti lo rende il migliore che io abbia mai visto. Ma attenzione, forse più per il livello basso dei precedenti che per un suo effettivo valore.

P.S.

Avrei voluto mandarti una breve lettera alcune settimane fa su un fatto che mi premeva molto. Ed erano alcune riflessioni di supporto alla battaglia intellettuale condotta da Bonami perché non venisse tolto il lavoro di Charles Ray dall’estremità di Punta della Dogana. Ancora una volta noi “gente” del mondo dell’arte abbiamo dimostrato la nostra pochezza nel non appoggiare questa battaglia fondamentale non solo per l’opera in se (un capolavoro assoluto di cui stiamo privando la città che è diventata la nostra prima vetrina mondiale). Quando vedo un lampione vincere contro un capolavoro realizzato da uno dei più grandi artisti viventi (e che ci siamo ritrovati “in casa” gratuitamente) provo uno sconforto totale.