Ray Bradbury nel suo studio

Ray Bradbury nel suo studio

Point of view #10: Davide Ferri

Sarà che Massimiliano Gioni somiglia molto a quei primi della classe che forse tutti abbiamo un po’ invidiato (un primo della classe molto simpatico e non troppo secchione, e per giunta anche belloccio), e che la sua biennale è secondo me come effettivamente dicono,  bellissima perché segnata da un controllo pazzesco (quello sì, a tratti un po’ secchione, ma c’era mai stato dopo Szeemann un Arsenale così incredibilmente ben orchestrato?); o per via del fatto che probabilmente risulterà  un’edizione interessante anche per i non addetti ai lavori (sono sicuro che mia mamma si divertirebbe, quest’anno, a leggere le biografie accanto alle opere); o semplicemente perché ci ha liberati dalla “banda di giovani artisti – come ha scritto Natalia Aspesi su La Repubblica il giorno dopo – che, pretendendo subito immortalità e milioni, spesso scompaiono nel giro di pochi anni”. Fatto sta che questa Biennale mi sembra una delle più discusse e commentate (positivamente) degli ultimi anni, e a metà luglio il rullo di tamburi è ancora bello forte.

Le cose più interessanti io le ho sentite da Marco Senaldi (che ha scritto un articolo pieno di critiche, le uniche davvero affascinanti), e da Stefano Chiodi, che ha detto su Doppio Zero che in fondo non c’è nulla di tanto nuovo nell’approccio di Gioni, che amplia e dispiega qualcosa – cioè “l’interesse per le forme d’arte popolari o non convenzionali, per l’art brut, per i dilettanti e gli emarginati, per le tradizioni teosofiche ed occultiste, per le culture non occidentali, ecc” – che era già molto presente in quello di Harald Szeemann.

C’è invece una cosa che non ho ancora sentito (e che è poi il motivo per cui a me è piaciuta la Biennale di Gioni), che ha più a che fare con un’atmosfera generale, qualcosa che mi viene da accostare alla letteratura,   e in particolare al grande romanzo americano (anche a quello minore, e postmoderno per la verità), cioè alle mitologie e alle figure del romanzo americano: la provincia, il fallimento, una visionarietà da garage (e da soffitta, o da cantina), clandestina e al contempo un po’ sventurata, e le ossessioni (malate o voracemente cosmogoniche) che stanno appena dietro la normalità di una villetta monofamigliare, un buon lavoro e una bella famiglia. Ecco, per me la Biennale è proprio costruita su questo immaginario molto letterario, ma in una versione così fortemente americana che a volte mi vien da pensare che Gioni sia ormai erroneamente considerato un nostro connazionale.

È estate, appunto, e credo che in molti condividiamo il desiderio di smaltire la pila di romanzi che abbiamo accumulato durante l’inverno, più che di continuare a discutere della Biennale. Sono usciti di recente tutti i racconti di Ray Bradbury, tradotti in un unico volume. Non l’ho ancora letto, ma Antonio D’Orrico (che è in assoluto il mio critico preferito, magari ci fosse un D’Orrico nel mondo dell’arte…), proprio oggi (su Sette),   scrive che è il libro dell’estate. Sono certo che qualcuno di quei racconti, qualcuno di quelli che Bradbury  ambienta proprio nella provincia americana, parla anche della Biennale di Gioni.