Rudolf Steiner

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Point of view #10: Francesca Pasini

L’altrui mestiere

L’arte non è solo un talento in più, ma una stratificata relazione tra la vita dei singoli e l’aspirazione a guardare al di là di ciò che si vede. E’ un’intuizione che ho vissuto spesso e che, talvolta,   mi ha permesso di capire cosa succedeva nelle relazioni quotidiane. Ed è quello che ritrovo nel Palazzo Enciclopedico di Massimiliano Gioni, un “palazzo”, dove  mi sono aggirata seguendo la sua e la mia immaginazione.

Ho letto qualche giorno fa su “la Repubblica” un bellissimo intervento di Hanif Kureishi, il grande scrittore anglo pakistano, che  ci spiegava l’importanza e il rischio dell’Immaginazione. “Ci sono certi pensieri che devono essere repressi. Ci sono idee che non possono essere concepite o pensate fino in fondo, perchè l’immaginazione, come il sogno, può essere antisociale. Platone voleva bandire l’arte dal suo stato ideale perché era un’ “imitazione” e avrebbe potuto eccitare eccessivamente i cittadini. (…) Naturalmente l’immaginazione non è solo uno strumento dell’arte, e non possiamo delegare tutta la speculazione agli artisti. (…) In un certo senso, siamo tutti condannati a essere artisti: Che ci piaccia o meno, e che questo sia conscio o inconscio, siamo i creatori delle nostre vite, del futuro, del passato. Siamo artisti nel modo in cui vediamo, interpretiamo, costruiamo il mondo”.

Mi ha fatto molto piacere leggere queste parole perchè è quello che io  stessa ho imparato dall’arte, da qualunque epoca venga. Ci ho impiegato tempo a capirlo, perchè avevo interiorizzato figure e comportamenti che mi separavano dall’immaginazione, spingendomi a individuare le caselle corrette dove inserire le mie azioni e le mie idee. E l’Arte era un’eccellenza  “socialmente” certificata e non una spia per accostarmi quei pensieri, a quelle idee che non possono essere accettate fino in fondo, come dichiara Kureishi. Mi accontentavo di non capire tutto, perchè il tratto del genio che non è condivisibile. Ero perfettamente plasmata  all’interno di “identità immutabili prima di rendermene conto” (Kureishi) e così era istintivo collocare l’immaginazione fuori dal mio orizzonte, guardarla come dire in modo oggettivo. Ma quando ho deciso di leggere nell’arte passaggi che interagivano lì, in quel momento preciso, con la mia vita, ho capito che non era necessario censurarmi in vista di una conoscenza accettata socialmente, e man mano ho riconosciuto nell’opera un Soggetto a tutto tondo, non biologico, ma pur sempre messo al mondo da donne o da uomini, al quale parlare.

Allora ho anche capito l’intreccio tra il talento geniale e la libertà di chi guarda e ascolta.  Ho capito la relazione con la vita di tutti e tutte e la possibilità a guardare al di là di ciò che si vede. Kureishi dice che siamo “condannati a essere artisti”, io invece penso che negli artisti e nelle loro opere posso trovare gli strumenti per guardare dentro di me e non solo dentro di loro, e anche questo è un impegno rischioso, perchè magari sono costretta a  non scandalizzarmi di alcuni pensieri e ad accettarli come miei. Non è sempre confortevole. E’ molto più facile addebitarli a un talento fuori del comune che non vive tra le stanze di casa propria.

La Biennale di Gioni sceglie di rompere lo specchio e di guardare sinergicamente agli Artisti che hanno già questo statuto critico e a quelli che andando nel profondo di altri pensieri hanno trovato le immagini, le idee, le figure che la loro immaginazione gli aveva suggerito. Jung,   Rudolph Steiner, Aleister  Crowley, il satanista che ipotizzava una magia sessuale, Auriti con il suo palazzo di tutte le culture del mondo, hanno trasferito l’immaginazione in figure originali e sontuose, pur non essendo l’arte visiva il loro  principale obiettivo. La domanda rimbalza su di noi e ci spinge a prendere una decisione rispetto a quello che riteniamo arte oppure no. Dopo molte esperienze di multidisciplinarità anche nell’arte visiva, questa domanda non poteva non emergere. Non toglie niente a nessuno, semmai aggiunge un salutare dubbio sull’idea contemporanea di certezza e verità.

So che molti non sono d’accordo con questa mia interpretazione, che preferiscono  usare categorie legalizzate dalla storia della critica per parlare di questo Palazzo Enciclopedico, e quindi vedono in questa mostra un saggio piuttosto che un esercizio di immaginazione, un modo astuto per incorporare opere che ancora non facevano parte della cittadella dell’arte. Ho sentito dire che non c’era la sorpresa della novità, che non c’era freschezza. Io ho visto altro. Ho visto nelle acconciature J.D. ‘Okhai Ojeikere delle architetture fisiche, corporee che mi hanno turbato per la bellezza, ma anche per una ritualità che non conosco, ma che esiste. Mentre le fotografie di Christofer Williams mi hanno reso consapevole dell’inganno necessario per studiare la natura: piante e fiori sono modelli in vetro che Williams riporta all’immaginazione di un giardino vero attraverso la fotografia.

Le  centinaia di casette di Oliver Croy e Oliver Elser, mi hanno fatto pensare al mondo come una grande estensione di abitanti, e alla tensione a “costruire abitare pensare” di cui parala Heidegger. Nelle bambine/bamboline/donne di Morton Bartlett c’è  la resistenza turbante dell’oggetto del desiderio, che per secoli si è sostituito al soggetto desiderante – attivo quando si parlava di donne. Fischli e Weiss ci incantano con il loro grande album di sculture che raccontano l’anonimato quotidiano e così facendo ci indicano una capacità di immaginazione che, come dice Kureishi, non riguarda solo gli artisti, ma tutti coloro che sanno vedere nell’altro una storia avvincente. Linda Fregni Nagler con le sue centinaia di foto d’epoca di bambini e bambine riporta alla complessità della maternità, al suo sprofondamento nella storia, attraverso quelle foto d’epoca in cui come scriveva Roland Barthes, nella “Camera Chiara”, si intuiscono  dei “romanzi” non scritti ma vissuti. E poi le tante opere che non avevamo mai visto nel circuito dell’Arte.

Nelle pietre di Roger Caillois, intravediamo disegni immaginari eppure inalterabili, simbolo della sua idea dell’arte e della sua divergenza dal concetto darwiniano della natura come  fonte di risorse utilizzabili. “L’esigenza di ornamento e decorazione”  è piuttosto una componente estetica fondamentale per capire la natura stessa. Pietre che sono simbolo del suo disaccordo con Breton  e della scelta di altri sodalizi, con Leiris e Bataille, per trarre dall’ “Altrui mestiere” ( come diceva Primo Levi) quella mobilità che apriva le conoscenza e il desiderio di imparare.

Mentre i libri di Shinro Ohtake ci fanno entrare in un accumulo di densità, pagine quasi impastate l’una sull’altra che ci dicono come l’emozione del sapere non sempre è sfogliabile come un libro, ma un corpo fisico che si modifica strato su strato.

Le Teste di Marisa Merz, per altra via, ci hanno da tempo abituati a vedere nei volti un deposito di materia che pur indicando una fisionomia non è mai del tutto esplicita, proprio perchè la vita aggiunge e toglie segni in continuazione. Credo che in questo legame tra i paesaggi delle pietre di Caillois, i libri di Ohtake e le teste di Marisa Merz ci siano le coordinate per andare oltre i confini dell’Arte con la maiuscola e disporci a un’immaginazione che ci permette di guardare oltre quello che si vede, che ormai, dalla nuda icona del suo tempo, come definiva Malevic,   il  “Quadrato Nero”, è al centro della ricerca artistica contemporanea. Gioni ci ha dato indicazioni per farlo anche rispetto a creatori che hanno visto nell’arte “l’altrui mestiere” per esprimere idee e immaginazione.

L’immaginazione è da vivere e non da condividere, a volte appare in un’opera eccelsa, a volte in un frammento che non sapevamo di aver conservato, anche per questo non è così immediata, ma anche per questo è facile difendersi collocandola  solo in ciò che si sa, e censurarla perchè troppo estranea.

Francesca Pasini,

Milano,   5 luglio 2013

Christopher Williams Angola to Vietnam,   1989 27 gelatin silver prints,   each frame 55.5 x 47.2 x 4.4 cm Edition 3/5 +3AP The Artist,   Ringier Collection,   Switzerland

Christopher Williams Angola to Vietnam, 1989 27 gelatin silver prints, each frame 55.5 x 47.2 x 4.4 cm Edition 3/5 +3AP The Artist, Ringier Collection, Switzerland

Aleister Crowley and Frieda Harris Particolari dell’installazione,   Giardini 55. Esposizione Internazionale d’Arte,   Il Palazzo Enciclopedico,   la Biennale di Venezia Photo by Francesco Galli Courtesy by la Biennale di Venezia

Aleister Crowley and Frieda Harris Particolari dell’installazione, Giardini 55. Esposizione Internazionale d’Arte, Il Palazzo Enciclopedico, la Biennale di Venezia Photo by Francesco Galli Courtesy by la Biennale di Venezia