Si è da poco inaugurata la 55° Biennale di Venezia, Il Palazzo Enciclopedico, curata da Massimiliano Gioni. Ho chiesto ad un serie di curatori, giornalisti, critici ed artisti, una riflessione sulla mostra.

Point of view #1:  Giovanni Kronenberg

55° Esposizione internazionale d’arte degli Oh Bej Oh Bej

Quand’ero bambino, mio nonno, fiero milanese di una Milano al tempo realmente propositiva ed energetica, mi portava regolarmente, la prima settimana di Dicembre, alla fiera degli Oh Bej Oh Bej, la tradizionale e secolare festa che onora il patron della città, Sant’Ambrogio, che per 120 anni si è tenuta nelle suggestive vie attorno all’omonima basilica. Al tempo, si differenziava  dalle altre fiere/mercatini che si tenevano in città , (come ad esempio la fiera di Sinigallia che si teneva in via Calatafimi) oltre che per la componente merceologica pura (mi ricordo lo stupore quando incontravo la bancarella degli animali! Gli immancabili cani-gatti-uccelli-pesci-tartarughe di cui il commercio da strada immagino sia oggi vietato o quantomeno rigorosamente controllato) anche dal contorno geografico-architettonico: tra in-regola e abusivi, letteralmente si estendeva dentro vie piccole/piccolissime (mi ricordo “l’imbuto” di folla in via Lanzone!) con un senso quasi anatomico-tendineo-arterioso-cartilagineo che la rendevano estremamente milanese, in un’ eccezione urbanistica del termine. Dal 2006 la fiera venne spostata al Castello Sforzesco, confermando una volontà di rimanere attaccata a una certa zona, associandola ad un’ altro elemento cardine del profilo della città come il Castello, ma immancabilmente perdendo un’associazione storico-geografica che letteralmente la costituiva, creando il più classico sfasamento postmodernista, ossia una festa creata in-e-per Sant’ Ambrogio che invece di essere a Sant’ Ambrogio si tiene al Castello Sforzesco.

La Biennale di Venezia ‘Il Palazzo Enciclopedico’, curata da Massimiliano Gioni, nei suoi momenti teoreticamente più illustrativi, mi ha fatto ripensare alla fiera degli Oh Bej Oh Bej (e alle altre migliaia di mercatini nel mondo analoghi), a cui questa biennale concettualmente potrebbe essere accostata: estrema stratificazione oggettuale,   prevalenza merceologica di prodotti artigianali e/o manifatturieri, una qual incerta deriva storico/geografica degli stessi che ne crea un’ alone di suggestivo mistero e via dicendo.

Il problema principale di questo parallelo risiede però nell’elevazione del prodotto fiera Oh Bej Oh Bej a prodotto Biennale di Venezia, ossia di come un oggetto manifatturiero di pregio fatichi a manifestare quella polisemia linguistica che ne eleverebbe lo statuto a opera d’arte. Il dubbio risiede nel fatto che questi oggetti, il core business della mostra, nel loro essere manu-fatti non si pongono neanche al loro estremo opposto, ossia come ready-made contemporanei, cosa che quantomeno arricchirebbe lo spessore semiotico della mostra; rimangono giusto nel mezzo, oggetti sì trasformati ma non abbastanza e sì ready-made ma non completamente. Questa ambiguità, che palesa il meccanismo linguistico che crea la loro fascinazione nel mondo, viene ulteriormente depotenziata dall’ essere a contatto le une con le altre, cosa che inevitabilmente declassa la loro straordinarietà in ordinarietà. Mettere 10-100-1000 opere che si esplicano attraverso la meraviglia-suggestione-immaginazione è come non metterne nessuna; la loro qualità epifanica viene annullata e superata da quella successiva e via dicendo, attenuando per forza di cose la loro reale portata significante.

In generale mi sembra una mostra sovra-curata (nel senso proprio di curatela): amici curatori, siete bravi-intelligenti-e-alcuni-anche-sexy, ma forse a volte dovreste ricordarvi che al centro delle mostre ci stanno le opere e non la-scelta-e-la-metodologia-con-cui-le-opere-vengono-agglomerate.

In quest’ottica, mi sono piaciuti alcuni lavori dei seguenti ‘artisti-artisti’. Ne Il Palazzo Enciclopedico la stanza di  Thierry De Cordier, la stanza di  Pawel Althamer (che so già mi sognerò di notte); la stanza di Danh Vo, le incisioni di  Hans Bellmer; tra gli italiani i lavori di  Diego Perrone e Yuri Ancarani. Nei padiglioni nazionali quello belga di Berlinde de Bruyckere (che a mio avviso è l’unica artista contemporanea che riesce a sublimare la drammaticità del corpo con un’intensità che mi rimanda a Egon Schiele, anche quando rimane antropomorfa come in questa occasione) e quello olandese di  Mark Manders. Nel padiglione Italia ho apprezzato la misura di  Marco Tirelli e l’opera di Sislej Xhafa.

Giovanni Kronenberg

Mark Manders,   Working Table,   2012-13,   Padiglione Olandese,   Biennale di Venezia 2013

Mark Manders, Working Table, 2012-13, Padiglione Olandese, Biennale di Venezia 2013

Danh Vo 55. Esposizione Internazionale d’Arte,   Il Palazzo Enciclopedico,   la Biennale di Venezia,   Courtesy by la Biennale di Venezia

Danh Vo 55. Esposizione Internazionale d’Arte, Il Palazzo Enciclopedico, la Biennale di Venezia, Courtesy by la Biennale di Venezia