Alice Pedroletti,   Senza Titolo,   installazione,   2012

Alice Pedroletti, Senza Titolo, installazione, 2012

Curioso scoprire come nel Corano il termine ?ij?b sia attribuito a una tenda funzionale alla separazione degli spazi della casa: un luogo privato, riservato ai familiari stretti, velato da uno spazio pubblico, frequentato da ospiti esterni al nucleo familiare; tradizione che non è solo medio orientale, bensì rintracciabile anche a Occidente, negli impianti abitativi romani e pre-romani. Immaginare un Medio/Lontano Oriente esotico – così lontano, così diverso –, come portatore di un’identità nazionale, e non, altra rispetto a un “noi” definito, è sempre più difficile. Provocatoriamente, viene naturale chiedersi “ma di quale Nazione stiamo parlando?”.

L’idea di Nazione novecentesca è andata sgretolandosi man, mano: oggi il mondo è molto più grande, e al contempo più piccolo, di quanto non sia mai stato. Al concetto di Nazione si affianca quello di luogo diffuso, di (open)space. Per lo meno questo è ciò che accade a Venezia, dove da Torino, Milano, Roma, Spagna, Albania e Lituania, il collettivo Guerrilla Spam, Dritan Hyska, Ryts Monet, Margherita Morgantin, Alice Pedroletti, Agne Raceviciute e Pablo Valbuena, grazie al lavoro di ventidue giovani curatrici, han dato vita a una mostra: Place to place; collettiva a cura del 20° corso in pratiche curatoriali e arti contemporanee, aperta dal 17 febbraio al 22 febbraio, negli spazi della galleria AplusA, Centro Espositivo Sloveno e nell’adiacente Palazzo Malipiero.

La mostra riflette sulla volontà di affermare e, al contempo di negare, la specificità di un territorio, generando una mappatura d’insieme, mentale e sentimentale, capace di presentare una nuova geografia dell’arte in cui, il desiderio di “place to place”, mettere in ordine, si dibatte nello scompiglio visivo del paesaggio umano, tra ordine e caos di simboli e religioni, ricordi e proiezioni.

ATPdiary sceglie due tra gli artisti presenti, e le loro opere, per raccontare place to place.

Lituania, penisola di Neringa. Oscure distese di vegetazione, una foresta di fitti intrecci, drappi intagliati, nebulose acque gelide, l’abbandono a riva. Un’ombra solitaria, avvolta da un mantello, avanza nel vento accompagnata da un’insistente evocazione sonora dai toni organici, quasi rituali. Gli improvvisi cambiamenti tonali plasmano un luogo onirico-contemplativo, spezzato da piani visuali e materici che si susseguono vorticosamente alternandosi; i contrasti bianco/nero e il grigio diffuso profumano quasi di esoterico e riempiono il video di quella famosa “aura”. Continuo è il processo di costruzione/decostruzione dell’architettura spaziale e significante del video.  Così, in Genovaite Raceviciene in Juodkrante Neringa, 2009 viviamo un doppio viaggio verso JuodkranteGenovaite Raceviciene come Agne Raceviciute.

I veli che, come panneggi, coprono i misteriosi corpi di Agne Raceviciute, sono doppiamente funzionali: confondono e definiscono; dispongono le masse, ora aderenti alle forme anatomiche, ora separate da dorsi in rilievo; suddividono la figura in piani architettonici. Il velo non è sinonimo di segregazione ma di differenziazione, poiché fornisce, a chi lo indossa, una protezione alla sacralità arcaica che raffigura.

 Ti ricordi quella volta che ho perso i sensi? Mentre tu pregavi, io annusavo quello strano incenso e osservavo gli ori ortodossi. Non mi portasti più in una chiesa, ma mi hai sempre trasmesso la spiritualità, il rituale. Ti coprirò di un ammasso nero dal quale emanerai l’oro e l’incenso.*

Chiesa, luogo figurato di comunione intima e sociale. Acqua: battesimo, nuovo inizio e nuova accoglienza, che può, tuttavia, tramutarsi rapidamente in annegamento, morte.

Ma dimmi, cosa senti a esser ricoperta di drappi neri? Come ti vedi mimetizzata tra gli alberi scrostati e impastati?*

Valentina Gervasoni: Cara Agne, hai trovato una risposta alle domande che ti sei posta in fase progettuale?

Agne Raceviciute: Valentina, ciao. In generale non cerco risposte, ma sempre più domande; questi interrogativi nascono – e devono nascere – per sviluppare un progetto. Il ruolo della nonna è relativo, non mi interessa inscenarlo per legarlo a una situazione intimistica in quanto artista, anzi mi interessa l’oggettività del tutto: raccontare di come questa persona diventa drappo e trasmette la sacralità e il romanticismo, quello legato all’estrema natura, che appunto fa tornare a quel dubbio così esistenziale e vitale.

Ho cercato di estraniarmi da questa persona mentre giravo il video, per poter essere un video maker che ritrae un animale nel suo habitat, che lo segue e cade in una continua sorpresa, che si fa narrare  le leggende, le storie arcaiche del luogo, che cerca di immedesimarsi.

Agne Raceviciute_Genovaite Raceviciene in Juodkrante Neringa_collage on paper_20 x 28 cm_2009

Agne Raceviciute_Genovaite Raceviciene in Juodkrante Neringa_collage on paper_20 x 28 cm_2009

Da Venezia a Tokyo, da Tokyo a Venezia. Questo il viaggio andata ritorno, fisico e di idee, che si nasconde dietro i progetti di Ryts Monet in mostra presso la galleria AplusA di Venezia,  Sisters e The Magic Piper of Ishinomaki, entrambi del 2013.  Un viaggio iniziato a gennaio dello scorso anno, con la partenza dagli studio della Bevilacqua La Masa. Una fotografia della piangente madonnina di Civitavecchia in una tasca, la foto della decadente statua di Ishinomaki nell’altra; rispettivamente inconsapevoli punto di partenza e punto d’arrivo di questa esperienza presso l’Institute of Contemporary Art and International Cultural Exchange, Tokyo Wonder Site– istituzione nipponica che si dedica alla promozione di giovani artisti internazionali – conclusasi, solo momentaneamente, con Sister, sua prima personale presso la COEXIST gallery di Tokyo.
Nel mezzo il prezioso contatto con il Giappone e la sua forza violenta, capace di inghiottire vite, e con Kanji Sekine, performer-musicista, grazie al quale è stato realizzato il video The Magic Piper of Ishinomaki, che sarà presentato in esclusiva sabato 22 febbraio, in occasione del finissage della collettiva place to place.

Ishinomaki (T?hoku, Giappone), 100 km dalla centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi: la Statua della Libertà si erge posticcia, spezzata dalla grande onda ma rilucente dinanzi a Amaterasu, la dea del sole, principale divinità dello shintoismo. Disarmante l’accoglienza in città, una steppa di detriti lasciati dalla scia dello tsunami.

Racconta Ryts: “Quando siamo andati a Ishinomaki per girare il video abbiamo incontrato un superstite, riuscito a sopravvivere allo Tsunami nuotando nell’onda. Ovviamente l’uomo non parlava inglese.

Aveva una specie di baracca ristorante, costruita con pannelli di legno tenuti insieme da fascette e viti, vicino all’oceano; cucinava degli spaghetti giapponesi in una specie di furgone adibito a cucina. Grazie a Kanji siamo riusciti a comunicare: ci ha raccontato la storia della sua vita, era evidente la sua voglia di parlare e di sfogarsi. Durante lo tsunami perse casa, ristorante, moglie e figlia. Quando gli abbiamo chiesto come mai fosse comunque rimasto a Ishinomaki, in un container e con un “ristorante” in mezzo al nulla, l’uomo rispose che, dopo la grande onda, ritornò sul luogo dove una volta sorgeva il ristorante, completamente raso al suolo insieme a tutto il resto. Mentre era a terra, disperato, in lacrime, fu colpito da un bagliore tra le macerie, un riflesso del sole su una superficie metallica. Avvicinandosi, realizzò che si trattava delle palette in acciaio che utilizzava ogni giorno per saltare gli spaghetti. Intatte, spuntavano dalle macerie. L’uomo ci disse che per lui quel bagliore era un messaggio divino e per questo era giusto ricostruire il ristorante in quel posto. E così ha fatto. Magari ha raccontato una marea di cazzate, ma a me piace crederci. La storia del ristoratore mi ha molto condizionato nella realizzazione del video”.

Il video ruota attorno al concetto di empatia. Kanji, il pifferaio, si muove all’interno della città liberamente, dall’alba al tramonto, senza nessuna direttiva, impugnando il suo flauto d’argento. È la prima volta che si confronta con le macerie, il ricordo di ciò che resta dopo il disastro. Il suo stato d’animo si trasferisce immediatamente nella musica: malinconica colonna sonora di una metamorfosi geografica imposta e improvvisa. Nelle mani del Pifferaio, il flauto diventa forma e strumento di trasmissione del potere magico – “incantatore” – della musica che richiama a sé, e al suo pesante background, l’anima dello spettatore. La musica permette che punti di vista diversi e stati d’animo fluttuanti siano messi a disposizione degli altri. La comprensione dell’altro avviene per via analogica. Vita e morte musicate animano, così, un’ecologia della catastrofe, dove la tragica realtà mediata dalla fiaba (ovvio il riferimento ai fratelli Grimm) – che a sua volta trae origine da fatti reali (l’epidemia di peste che colpì l’Europa in quegli anni) – genera una stretta associazione circolare tra una conservazione e una disgregazione culturale-simbolico-religiosa.

Testo e conversazioni di Valentina Gervasoni.

*Agne Raceviciute, Appunti, lettere e fase progettuale tratti da Paesaggio, (a cura di) Blauer Hase. Collezione di paesaggi in testo creata da giovani artisti italiani.

Ryts Monet,   Ishinomaki,   2013

Ryts Monet, Ishinomaki, 2013