Peter Friedl,    Dénouement,   installation view,   Guido Costa Projects,   Torino

Peter Friedl, Dénouement, installation view, Guido Costa Projects, Torino

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Testo di Matteo mottin

Ho visto di recente “Dénoument”, la mostra di Peter Friedl alla galleria Guido Costa Projects (fino al 15 febbraio). Uno degli aspetti più rilevanti di questa interessante mostra è l’accortezza – ma potrei anche dire delicatezza – con cui l’artista racconta per metafore l’ambiguità del reale attraverso l’ambiguità della sua rappresentazione, ragionando sulla temibile scivolosità della narrazione e della costruzione della Storia.

La mostra è composta da due gruppi scultorei e da una scultura: nel primo (“Rehousing”, 2012-2013), abbiamo quattro casette realizzate in scala: la casa paterna dell’artista in Alta Austria, la residenza privata di Ho Chi Min nella città di Hanoi, la “Villa tropicale” di Luigi Piccinato – prototipo di una casa coloniale, progettata durante il Fascismo e mai realizzata – e infine il modello naturalistico di un’anonima capanna degli schiavi della Evergreen Plantation in Louisiana. Il secondo gruppo, “The Dramatist” (2013), è formato da quattro marionette: Giulia Schucht (1896-1980), moglie di Antonio Gramsci; Toussaint Louverture, il rivoluzionario e liberatore di Haiti, morto prigioniero in Francia nel 1803; John Chavafambira, il “Black Hamlet” della prima psicoanalisi africana, ed Henry Ford, il celeberrimo magnate dell’automobile. Completa la mostra la maschera mortuaria dell’artista, realizzata in vita.

L’artista parte da immagini di carattere storico, e da queste crea oggetti che condividono poco con la storia che quelle immagini dovrebbe raccontare. Sfido chiunque a riconoscere John Chavafambira in un’anonima marionetta, o la casa di Ho Chi Min, o il volto stesso dell’artista negli oggetti presentati in mostra se questi non fossero corredati da una qualche spiegazione. Questo processo ci porta a vedere la storia con uno sguardo più distaccato, più consapevole – per lo meno, consapevole dell’esistenza di questo distacco. Vuole anche farci rendere conto che la narrazione è sempre più vasta dell’immagine che usiamo per descriverla e che la storia può essere percepita e pensata in modi diversi da quelli che ci sono stati imposti dai media.

Peter Friedl esplora la relazione tra documento e manufatto, il modo in cui la storia può essere raccontata attraverso le immagini, e come le immagini e le forme usate per raccontarla siano, in fondo in fondo, una messa in scena. Si interroga su quale sia il ruolo delle immagini documentali all’interno della storia. Anzi, lui non crede nell’adeguatezza dell’immagine per questo scopo, perchè l’immagine come documento presenta sempre delle zone cieche, ed è ciò su cui vuole portare la nostra attenzione con questa mostra. E, dato che la storia sarà sempre più raccontata attraverso una selezione di immagini, questo è anche il motivo per cui una mostra di questo tipo accentua l’urgenza di una riflessione.

Peter Friedl,    Dénouement,   installation view,   Guido Costa Projects,   Torino

Peter Friedl, Dénouement, installation view, Guido Costa Projects, Torino

Peter Friedl,    Dénouement,   Rehousing (Grunbergstrasse),   installation view,   Guido Costa Projects,   Torino

Peter Friedl, Dénouement, Rehousing (Grunbergstrasse), installation view, Guido Costa Projects, Torino

Peter Friedl,    Dénouement,   installation view,   Guido Costa Projects,   Torino

Peter Friedl, Dénouement, installation view, Guido Costa Projects, Torino

Guido Costa Projects is pleased to present Dénouement, the new solo exhibition of works by Peter Friedl.

The French word dénouement, which can be translated literally as “untying” has its origins in the theory of drama. It indicates the final resolution of a dramatic plot: tragedy results in a catharsis; comedy is associated with a happy ending. Peter Friedl explores this plurality of meanings masterfully in his output of the last two years, radicalizing his longstanding artistic research on the aesthetic interaction between document and artifact.

Central to the exhibition is the idea of model and its poetics. Owing to their ability to condense complex realities, Peter Friedl’s oeuvres have always been interpreted as models: as exemplary frameworks and solutions to aesthetic problems involving political and historical consciousness. In the case of Rehousing (2012–13) we are confronted with minutely detailed, scale models of four houses: the artist’s parental home in Austria, representing traces of autobiographical memory and at once an emblem of transience; the private residence of Ho Chi Min in the city of Hanoi, a specific example of political architecture; the modernist utopia of Luigi Piccinato’s Villa Tropicale, a prototype colonial house designed during the Fascist era but never constructed, a draft of which exists in a 1936 edition of the Italian magazine Domus; and finally, a naturalistic model of an anonymous slave hut on the Evergreen Plantation in Louisiana. These are, beyond mimesis, case studies for a mental geography of different forms of modernity.

The idea of model is also present in The Dramatist (2013), the second sculptural group in the exhibition: four handcrafted marionettes whose portraits inspire reflection on historiography and political narration. Here, the dramatis personae are: Julia Schucht (1896–1980), the wife of Antonio Gramsci; Toussaint Louverture, the leader of the Haitian Revolution who died a prisoner in France in 1803; John Chavafambira, the “Black Hamlet” from early African psychoanalysis documented in a novelistic narrative in Johannesburg in the 1930s; and the celebrated automobile magnate Henry Ford. Four characters in search of an author to recount their exemplary lives who have already appeared in previous projects and writings by Peter Friedl since the 1990s.

Another piece in the exhibition is a death mask of the artist made while alive—a study in critical intimacy. Framed by the dramaturgy of denouement, it is a laconic model of poetics in which personal stories and fragmented stories of modernity are interwoven.