Trisha Baga,    Installation view Greene Naftali Gallery,   New York,   2012

Trisha Baga, Installation view Greene Naftali Gallery, New York, 2012

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Short interview with Trisha Braga.

Gravity |  Peep-Hole  

Opening 25 September, 6.30 PM / Exhibition 26 September – 23 November, 2013

ATP: Mi racconti cosa significa per te il concetto di ‘Gravità’ e perchè hai scelto questo concetto per la mostra?

Trisha Baga: La gravità è una colla naturale che unisce le cose insieme in modo naturale. Come l’attrazione tra due corpi e di ogni corpo sulla terra. Mi piace la qualità imparziale della gravità.

ATP: Quali sono le fonti da cui sei partita per sviluppare le opere in mostra?

T.B.: Parlare di materiale invece di riferimenti. La strada. È una gamma di cose trovate e fatte,  è lo spettro tra questi due poli. E con il termine “cose”, mi riferisco a diverse forme di elementi: riprese video, immagini, suoni, oggetti, ecc.. raccolti attraverso una pratica che cerco di posizionare equamente tra lo studio, la strada e il computer. Oppure, in alternativa, in spazi privati, pubblici e digitali. Mi sono proposta di fare un video in 3D, partendo da un approccio artigianale che produce parecchio materiale sottoprodotto, come dipinti e cose dipinte. Questo crea una sorta di biblioteca che documenta ogni fase del processo di ciascun elemento, che può essere poi riconfigurato attraverso il montaggio e l’installazione per costruire un ritmo di metafore quando viene poi a contatto con la coscienza dello spettatore.

ATP: Le tue opere video nascono per stratificazioni, accumulo non solo di aspetti culturali diversi, ma anche di linguaggi espressivi differenti (opere cinematografiche, pittoriche, scultoree, fotografiche e sonore). Cosa trovi di significativo in questa stratificazione, somma di differenti elementi?

T.B.: L’impulso viene da una combinazione tra la voglia di abbattere le gerarchie e quella di voler toccare le cose. Ma penso che quello che si crea sia un intreccio di sequenze temporali di un corpo che cambia, attraverso la metafora della reincarnazione. Immagino lo sviluppo di un corpo semi-immaginario, astratto ed emotivo, un personaggio che esiste attraverso il riferimento e la memoria di vari frammenti e aspetti che si riferiscono l’uno all’altro in un ciclo infinito di metafore. Come si sente questa sorta di corpo e come si comporta? È differente da cose già identificate; mi piace immaginare la gente mentre prova empatia per una cosa senza nome. Un percorso di antecendenti che creano un significato specifico attraverso una cadenza di risonanza narrativa.

ATP: Polisemia e caos, stratificazioni culturali ed estetica pop: quanto ti lasci influenzare dalla sincronicità e compulsività delle informazioni della rete? Quanto l’estetica del web ti affascina?

T.B.: Il mio lavoro ha a che fare con la mediazione come materiale e l’accumulazione di rappresentazione che è parallelamente quello che fa internet, ma non vorrei fare troppo riferimento a questo ambito. Forse internet è il tempo, e forse il modo in cui esso ha cambiato il nostro modo di leggere le immagini per suggerire una narrativa e creare significato, permette alle persone di leggere anche il mio lavoro. Ma forse questo lo abbiamo sempre avuto dentro di noi.

Trisha Baga 2013

Trisha Baga 2013

Trisha Baga,   Video still Flatlands 3D,   2010 Video16 min. 49 sec

Trisha Baga, Video still Flatlands 3D, 2010 Video16 min. 49 sec

Short interview with Trisha Braga.

Gravity | Peep-Hole  

ATP: What does the concept of “gravity” means to you and why did you choose this concept for the show? 

Trisha Baga: Gravity is a nature glue that brings naturally things together. Like the attraction from 2 bodies, the attraction of every body to the ground. I like the equal quality of gravity.

ATP: What are the sources from which you developed the works onshow at Peep-Hole?

T.B.: Talk about material instead of references. The street. Its an array of found and made stuff, and the spectrum between those two poles.  And by stuff, I am refering to all the forms of its elements: video footage, images, sound, objects, etc., culled from a practice that I attempt to locate equally between the studio, the street, and the computer.  Or alternatively– private spaces, public spaces, and digital spaces.  I aimed to make 3D video from a a handcrafted approach, which creates a lot of material by-product, such as paintings, and painted things. This creates a sort of library that documents each step of each element’s process, which can then be reconfigured through editing and installation to build a rhythm of metaphors when treated with the application of a viewer’s consciousness.

ATP: Your videos start from layering and accumulation of different cultural aspects anddifferent expressive languages such as movies, paintings, sculptures, photographs and sound). What do you think is meaningfulin this stratification, in this amount of several elements?

T.B.: The impulse comes from a combination of wanting to break down heirarchies and also wanting to touch stuff. But I think what it creates is intertwined timelines of a changing body, through the metaphor of reincarnation.  I imagine the development of a semi-fictional abstract emotional body, or character, which exists through the reference and memory of various fragments and aspects that refer to each other in an endless loop of metaphors. What does that sort of body feel like, and how does it behave?  It is diffferent from named things, and I like imagining getting people to feel empathy for an unnamed thing. A path of antecendents which create specific meaning through a cadence of narrative resonance.

ATP: Polysemy and chaos, cultural stratification and pop aesthetic: how much you let yourself be influenced by the synchronicity and the compulsiveness of internet? How much are you fascinated by a sort of web aesthetics?

T.B.: My work deals with mediation as a material and the accumulation of representation, which is parallel to what the internet does, but I wouldn’t say its directly about the internet.  Maybe the internet is the weather, and maybe the way the internet changed the way we read images to suggest narrative and create meaning enables people to read my work.  But maybe we also always had that in us.