Pascal Hachem,   You Always Want What The Other Has (Edition 2013),   installation view,   photo by Giorgio Benni,   courtesy Federica Schiavo Gallery,   Roma

Pascal Hachem, You Always Want What The Other Has (Edition 2013), installation view, photo by Giorgio Benni, courtesy Federica Schiavo Gallery, Roma

Testo di Carmen Stolfi

“Se fosse libero, vorrei la sua libertà, se non fosse libero, vorrei la sua libertà”. E’ inaugurata pochi giorni fa, alla Galleria Federica Schiavo, la seconda personale di Pascal Hachem, artista libanese che già nel 2010 con in.nate.ness aveva turbato mente, occhi e orecchi con installazioni al limite della brutalità a denuncia della violenza sui minori.

Con You always want what the other has, l’artista torna a parlare della ferocia ma a livello macroeconomico. Quindici opere per una sola tesi: l’energia regola le viti del mondo, l’energia genera avidità e violenza. Difficile opporvi l’antitesi, se non si è Gordon Gekko, il finanziere spietato e disinvolto del Wall Street di Oliver Stone (1987); più semplice è invece riconoscere nel cibo e nel petrolio (l’energia, appunto) le unità di misura che regolano le interazioni umane e condizionano l’economia internazionale. Blue Collar/ White Collar ne è l’enunciato: un’installazione di attrezzi da giardino occupa tutta la superficie della prima stanza e stigmatizza ironicamente una situazione di tensione ancora attuale tra quel l’1% e quel 99% della popolazione, diremo oggi mondiale, che il movimento Occupy aveva portato all’attenzione globale solo due anni fa con le proteste al Zuccotti Park di New York.

The tie line e Wait for the other shoe to drop sono l’accusa senza mezzi termini all’avidità dell’alta finanza. Attraverso la cravatta annodata e un paio di scarpe eleganti da lavoro a bloccare il flusso di un ipotetico carburante, il richiamo va al gesto dello strozzare, quella sensazione di soffocamento derivante dalle ineguaglianze economiche e dallo sfruttamento delle ricchezze a scapito dei paesi in via di sviluppo. Chi tutto e troppo, e chi poco o niente è la metafora di Spoonism,  opera che insieme a Emptiness introduce il filone del cibo. Senza riguardo né reticenze, e con un po’ di didascalismo, la denuncia è nei confronti di un mal sebbene comune costume di chi il potere ce l’ha e lo tiene strettamente per sé. Total Possession e No Comment se da un lato si mostrano in tutta la loro eloquenza con la similitudine tra denaro e oro nero, dall’altra, e più subdolamente, il loro aspetto animale richiama una bestialità e un istinto a divorare intesi qui come sinonimi di smodata bramosia di denaro e di ciò che non ci appartiene. Non ancora.

? PASCAL HACHEM, Comunicato Stampa 2013

? PASCAL HACHEM, PressRelease, 2013

Pascal Hachem,   Spoonism,   2013,   2 spoons,   flour,   34 X 12 X 24 Cm,   photo by Giorgio Benni,   courtesy Federica Schiavo Gallery,   Roma

Pascal Hachem, Spoonism, 2013, 2 spoons, flour, 34 X 12 X 24 Cm, photo by Giorgio Benni, courtesy Federica Schiavo Gallery, Roma

Pascal Hachem,   Fair Play,   2013,   2 wooden rods,   needles,   steel,   120 x 24 x 13 cm,   photo by Giorgio Benni,   courtesy Federica Schiavo Gallery,   Roma

Pascal Hachem, Fair Play, 2013, 2 wooden rods, needles, steel, 120 x 24 x 13 cm, photo by Giorgio Benni, courtesy Federica Schiavo Gallery, Roma

Pascal Hachem,   No Comment,   2013,   fuel gun,   black chain,   yellow gold chain,   57 x 33 x 24 cm,   photo by Giorgio Benni,   courtesy Federica Schiavo Gallery,   Roma

Pascal Hachem, No Comment, 2013, fuel gun, black chain, yellow gold chain, 57 x 33 x 24 cm, photo by Giorgio Benni, courtesy Federica Schiavo Gallery, Roma