Veduta della mostra ar/ge kunst Galerie Museum Photo Annelie Bortolotti,   2013

Veduta della mostra ar/ge kunst Galerie Museum Photo Annelie Bortolotti, 2013

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Dopo ‘Part One: References, Paperclips and the Cha Cha Cha’, il progetto Prologue prosegue con il secondo capitolo ‘ Part Two: La Mia Scuola di Architettura‘, continuando a esplorare temi e pratiche che saranno al centro della futura ricerca di ar/ge kunst sotto la nuova direzione artistica di Emanuele Guidi. 

La mostra, a cui partecipano Gianni Pettena, Pedro Barateiro, Otobong Nkanga, Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F., è una riflessione sul concetto di “paesaggio”, sull’influenza che esso può avere sulla formazione dell’individuo (come artista e cittadino) e quindi sulla costruzione di un’intera comunità. Una riflessione che cerca di andare oltre l’idea di paesaggio come costituzione geo-fisica, socio-politica ed economica per aprirsi ad una dimensione affettiva.

ATPdiary – in collaborazione con Matteo Mottin – ha fatto alcune domande a Pedro Barateiro e a Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F.

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PEDRO BARATEIRO

ATP: Potresti parlarci della tua installazione/performance “Endurance Test”?

PB: Questa installazione deriva da una performance che ho fatto nel 2012. La performance consisteva in una persona che leggeva un test che descriveva qualcuno che è stato trasformato in una scultura, mentre allo stesso tempo il testo che legge si trasforma in una poesia. Endurance Test è un quasi-manifesto sulla volontà in un tempo in cui il Portogallo fu letteralmente “testato” dall’Europa. La performance è stata presentata a Guimarães, nel nord del Portogallo (un’area dove l’economia è stata estremamente toccata dalla crisi) durante il Cultural European Culture che ha avuto luogo in quella città. E’ stata eseguita per la prima volta nel’atrio del Teatro Jordão, un teatro chiuso per più di vent’anni. Endurance Test è stato scritto in una seduta, come un flusso di pensiero. 

L’installazione nell’ ar/ge Kunst ha preso forma nello spazio. Ho avuto qualche dubbio nel concretizzare e appendere le mie fotografie ma alla fine è importante lasciare una traccia e le possibilità di questo “Endurance Test”. 

ATP: Penso che la responsabilità sia un argomento centrale nella tua pratica. Potresti parlarci di questo aspetto?

PB: E’ molto importante nel mio lavoro, come penso dovrebbe esserlo per ogni artista. Ma preferisco la parola impegno o obbligo. Responsabilità suona come una parola che viene direttamente da una struttura governativa, o da una linea politica. Sto esagerando ma le parole sono molto importanti, e il loro significato non viene di solito compreso. Uno deve decostruire le parole, il loro significato. C’è una poesia della band industrial rock Throbbing Gristle chiamato “After Cease to Exist” (1978) che ho usato nel mio ultimo film “We Belong to Other People When We’re Outside” (2013) che dice: 

“Puoi sempre puntare a 

essere abile come la più

professionale delle agenzie goverantive

Il modo in cui vivi, strutturi,

concepisci, e commercializzi quello che fai,  

dovrebbe essere pensato come un colpo di stato

E’ una campagna

Non ha niente a che fare con l’arte”

In questo senso vedo la responsabilità in arte necessaria come in ogni altro campo della vita sociale.

ATP: Partendo dal titolo della mostra a cui stai partecipando con “La mia scuola di Architettura” (dal lavoro di Pettena), potresti darci una definizione di architettura o parlarci della sua influenza nella tua pratica?

PB: La mia relazione con ogni forma di materializzazione è sempre stata complessa. Fin dall’infanzia non ho mai avuto dubbi sull’essere altro che un artista. Sembra una cosa molto bella da dire, ma è la verità. Non conoscevo tutte le implicazioni e i contesti ma ho dovuto trovare un modo per testare la mia soggettività e presentare al di fuori di me stesso. Come ogni bambino ho pensato di voler diventare un architetto. Più tardi ho capito che non sarebbe mai stato possibile perchè non potevo seguire nessuna scuola di pensiero presentata in architettura. Inoltre, avevo bisogno di montare – e smontare – le mie strutture. Più che costruire volevo decostruire e trovare il mio linguaggio. Linguaggio, e ora dico solo linguaggio scritto, intendo linguaggio come discorso, come un gruppo di cose astratte che raggruppate in certe forme posso essere usate per presentare un pensiero, un’idea, un oggetto, era il tipo di struttura che ora capisco essere la più rigida forma di architettura, e per questo motivo la più interessante per me. 

Pedro Barateiro Endurance Test 2012/2013 Details from the artist book Courtesy of the artist ar/ge kunst Galerie Museum Photo Annelie Bortolotti,   2013

Pedro Barateiro Endurance Test 2012/2013 Details from the artist book Courtesy of the artist ar/ge kunst Galerie Museum Photo Annelie Bortolotti, 2013

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LORENZO SANDOVAL & S.T.I.F.F.

ATP: Il vostro lavoro “Mutant Matters” è un qualcosa a metà strada tra un sistema di archiviazione e uno spazio sociale, componibile in vari modi. Potreste dirci qualcosa in proposito?

LS: Uno degli obiettivi del progetto è provare l’organizzazione dello spazio e dell’informazione, riflettendo – su modesta scala – su diverse configurazioni sociali. La forma dello spazio identifica la forma delle relazioni. Se prendiamo un archivio e la sua organizzazione, possiamo facilmente pensare a come la sua costruzione derivi da certi tipi di conoscenza e dà un certo tipo di gerarchia ai fruitori che costruiscono la sua organizzazione. Come tutti sappiamo, le categorizzazioni non sono mai neutrali. Se pensiamo alla coreografia di una classe o a un convegno o al Congresso, possiamo notare senza difficoltà che ci sono posizioni avvantaggiate perchè hanno più visibilità o accesso alla dichiarazione. Quindi, come possiamo pensare in spazi che potrebbero riadattarsi e cambiare in seguito a bisogni che emergono ma poi scompaiono? Come possiamo praticare uno spazio in cui possono essere praticate diverse configurazioni politiche? Certo, la nostra non è una soluzione finale a nessun problema, ma è un esercizio a queste domande. 

S.T.I.F.F.: Quello a cui puntiamo è sviluppare un dispositivo che fornisce eventi sociali con strumenti per riunire ed esporre contenuti e narrazioni collettive. Definire spazi base da accampamenti ad anfiteatri e biblioteche impilando, inclinando, posando ed altre operazioni additive.  Il progetto è semplice ma il modo in cui è costruito definisce molto il carattere della sedia. In sostanza è fatta da tavole di compensato tenute assieme da cinghie. La sedia rimane flessibile adattandosi ai bisogni ergonomici dell’utilizzatore. Allo stesso tempo è abbastanza stabile da poterne impilare una colonna di cinque e permettere ad una persona di sedercisi in cima. 

ATP: Come è iniziata la vostra collaborazione?

S.T.I.F.F.: Lorenzo ci ha chiesto di produrre un progetto per la sua mostra da General Public ( http://www.generalpublic.de/) nel Gennaio del 2012. Da allora siamo rimasti in contatto lavorando assieme a progetti fino a trasformare questo rapporto in una collaborazione, che si è concretizzata nei Mutant Matters e nelle Talk Series. 

LS: Quando ho proposto il mio progetto per The Rescue of The Effects da General Public, in poco tempo Moritz e Florentin mi hanno proposto soluzioni molto interessanti. Da quel lavoro ho iniziato una serie chiamata Narrative Machines, per cui S.T.I.F.F. hanno fatto da consulenti. Mutant Matters rappresenta un punto da cui ci aspettiamo di sviluppare ulteriori collaborazioni. 

ATP: Partendo dal titolo della mostra a cui state partecipando con “La mia scuola di Architettura” (dal lavoro di Pettena), potreste darci una definizione di architettura o parlarci della sua influenza nella vosrtra pratica?

S.T.I.F.F.: Per noi la percezione in architettura è illimitatamente unita alla struttura percepita, alla forma e al materiale e a tutto ciò che è legato alla vista. Inoltre c’è un’urgenza di conoscere la storia che l’architettura e i suoi paesaggi ci raccontano portandoci vivacità. Ci consideriamo molto influenzati da ciò che ci circonda, e ne traduciamo l’essenza nel nostro lavoro. 

LS: La mia pratica riguardo l’architettura deriva da un approccio da outsider. Non ho avuto una formazione da architetto ma attraverso progetti artistici, collettivi e curatoriali mi è venuto un interesse naturale verso la produzione di spazio. Come cittadino e agente culturale, vorrei che lo studio dello spazio migliorasse. Uno può dire che la progettazione spaziale sia un territorio da sviluppare tra la coreografia sociale e l’architettura. Io direi che è urgente interrogare certi processi che dovrebbero essere naturali nell’organizzazione dello spazio e dell’informazione. Allo stesso tempo, è importante proporre sistemi che ci portino a possibilità inesplorate da un punto di vista più olistico. 

Pedro Barateiro Endurance Test 2012/2013 Performance/ Text/ Audio/ Installation Courtesy of the artist ar/ge kunst Galerie Museum Photo Annelie Bortolotti,   2013

Pedro Barateiro Endurance Test 2012/2013 Performance/ Text/ Audio/ Installation Courtesy of the artist ar/ge kunst Galerie Museum Photo Annelie Bortolotti, 2013

Following Part One: References, Paperclips and the Cha Cha Cha, the project Prologue continues with Part Two: My School of Architecture. The second chapter further explores themes and practices that are central to the future research of ar/ge kunst under the new artistic direction of Emanuele Guidi.

The show, with Gianni Pettena, Pedro Barateiro, Otobong Nkanga, Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F., elaborates and reflects upon the notion of landscape, the influence it may have on the formation of the individual (both as artist and citizen) and consequently on the entire community.A reflection goes beyond the idea of landscape as a geo-physical, socio-political and economic entity and opens it up to an affective dimension.

ATPdiary – in collaboration with Matteo Mottin – asked some questions to Pedro Barateiro e a LORENZO SANDOVAL & S.T.I.F.F.

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PEDRO BARATEIRO:

ATP: Could you tell us about your installation/performance “Endurance Test”?

Pedro Barateiro: This installation comes from a performance originally made in the end of 2012. The performance consisted of a person reading a text that describe someone who’s being transformed into a sculpture, while at the same time the text read turns into a poem. Endurance Test is a quasi-manifesto about will in a time were Portugal was being literally ‘tested’ by Europe. The performance was presented in Guimarães, north of Portugal (an area where the economy was extremely affected by the crisis) during the Cultural European Culture taking place in that city. It was performed for the first time in the entrance hall of Teatro Jordão, a theatre closed for more than 20 years. Endurance Test was written in one take, as a stream of thought.

The shape of the installation in ar/ge Kunst became so in the space itself. I had a few doubts to objectify and hang my photographs but I the end it is important to leave a trace and the possibilities of this ‘Endurance Test’.

ATP: I think responsibility is a central topic in your practice. Could you speak about this?

P.B.: It is a very important in my work, as I think it should be for every artist. But I prefer the word commitment or engagement. Responsibility sound like a word coming directly from a government structure, or the policy. I’m exaggerating but words are very important, and their meaning is usually misunderstood. One has to deconstruct words, their meanings. There’s a poem by industrial rock band Throbbing Gristle called ‘After Cease to Exsit’ (1978) that I use in my lastest film ‘We Belong to Other People When We’re Outside’ (2013), that goes like this:

‘You can always aim to

be as skillful as the most

professional of government agencies

The way you live, structure,

conceive, and market what you do,

should be as well thought out as a government coup

It’s a campaign

It has nothing to do with art’

In this sense I can see responsability in art being needed like in any other field of social life.

ATP: Starting from the title of the exhibition you are involved in “La Mia Scuola di Architettura” (from Pettena’s work), can you give us a definition of architecture or talk about its influence in your practice?

P.B.: My relationship with any form of materialization was always complex. Since very little as a child I ever questioned to be anything else than an artist. It sounds like something beautiful to say but it is true. I didn’t knew all the implications and the contexts but I had to find a way to have my subjectivity tested and presented outside of myself. As any kid I thought of being an architect. Later I understood it would never be possible because I couldn’t simply follow any school of thought presented in architecture. More than that I needed to built – and unbilt – my own structures. Much more than construct I wanted to deconstruct and find my own language. Language, and I’m now saying only written language, I mean language as discourse, as a group of abstract things that grouped into certain shapes can be used to present a thought, an idea, an object, was the kind of structure I now understand to be the most rigid form of architecture, and for that reason the more interesting for me.

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LORENZO SANDOVAL & S.T.I.F.F.

ATP:  Your work “Mutant Matters” is middle way between an archiving system and a social space, stackable in various modulations. Could you tell us something about it?

LORENZO SANDOVAL: one of the aims of the project is to rehearse the organisation of space and information, reflecting upon – in a humble scale- different social configurations. The shape of the space defines the form of the relations.  If we take an archive and its organization, we could easily think how its construction comes from certain kind of knowledge and gives certain hierarchy to the users who built its organization. As we all know, categorizations are never neutral. If we think in the choreography of a class or an assembly or the Congress, we could without difficulty notice that there are positions, which have an advantage situation because they have more visibility or accessibility to enunciation. So, how could we think in spaces that could readapt and change following needs that emerge in one moment but disappear in another? How could we practice a space where different political configurations can be practiced? Of course, ours is not a final solution to any problem but it is an exercise in these questions.

S.T.I.F.F.: What we aimed for is to develop a device which supplies social events with tools for gathering and manifesting collective content and storytelling. To define spaces of foundation from campfire to amphitheaters and libraries all by stacking, leaning, laying and other additive operations.

The design is simple but the way it is constructed is very character defining for the chair. Basically it is made out of plywood plates which are held together by straps. The chair stays flexible adjusting to the ergonomic needs of the user and the configuration. At the same time it is stabile enough to be stacked five chairs high in a single column and have somebody sit on top.

ATP: How did your collaboration started?

S.T.I.F.F.: Lorenzo asked us to produce an exhibition design for his show at  General Public ( http://www.generalpublic.de/) in January 2012. Ever since we have stayed in touch working on projects together until we turned this relationship into a collaboration, which concluded in the Mutant Matters devices and talk series.

LS: When I came with my design for The Rescue of The Effects at General Public, within a short time, Moritz and Florentin proposed very interesting solutions. From that piece, I started a series called Narrative Machines, for which S.T.I.F.F. advised me. Mutant Matters is a point from which we expect to develop further collaborations.

ATP: Starting from the title of the exhibition you are involved in “La Mia Scuola di Architettura” (from Pettena’s work), can you give us a definition of architecture or talk about its influence in your practice?

S.T.I.F.F.: For us the perception on architecture is boundlessly clung to perceiving structure, form and material and that is always very depending on the sight. Furthermore there is the urge to get to know the tale that architecture and its sceneries is telling us bringing liveliness to our “-hoods”. I would consider us deeply influenced by our surroundings translating essences of that into our work.

LS: My practice regarding architecture is coming from an outsider approach. I was never trained as an architect but through artistic, collective and curatorial projects I have a natural interest in the production of space. As a citizen and cultural agent, I would like the practice of space to be improved. One could say that spatial design is a territory to be developed between social choreography and architecture. I would say that it is urgent to question certain processes that are supposed to be natural in the organization of space and information. At the same time, it is important to propose systems that bring us unexplored possibilities from a more holistic point of view.