Oroboro,   Carlo Zanni,   Raw-Edges,   Ilaria Innocenti,   Giorgia  Zanellato e Mirko Rizzi,   Marsèlleria,   Milano 2014 Foto Francesca Verga

Oroboro, Carlo Zanni, Raw-Edges, Ilaria Innocenti, Giorgia Zanellato e Mirko Rizzi, Marsèlleria, Milano 2014 Foto Francesca Verga

Durante il Salone del Mobile 2014, Marsèlleria presenta OROBORO una mostra in cui Carlo Zanni mette in dialogo le proprie opere con una selezione di oggetti di design degli Raw-Edges, Ilaria Innocenti, Giorgia Zanellato e del producer Mirko Rizzi, in un percorso che si sviluppa sui tre piani dello spazio (dal 8 al 25 aprile 2014).

? CS OROBORO

L’esposizione è pensata come un viaggio, alla ricerca dei tre concetti-guida: nascita, vita e morte dell’individuo; formazione e declinazione della propria identità nel rapporto con gli altri; tensione e partecipazione politica. Simbolicamente Oroboro, il serpente che si morde la coda, rappresenta la natura ciclica delle cose, e nell’accezione alchemica, l’idea dell’infinitezza di un processo.

La mostra è accompagnata da un testo critico di Laura Barreca ?

Per questa occasione, Laura Barreca intervista Carlo Zanni.

Laura Barreca: Nel modo di concepire la tua ricerca, hai sempre cercato di superare i limiti imposti dal linguaggio, dalla tecnica, liberando l’idea dell’opera d’arte dalla sua funzionalità, in quanto oggetto definito nella sua forma tradizionale. Con la mostra Oroboro questo limite ha contaminato anche il design. Come è nata l’idea di questa collaborazione con Raw-Edges, Ilaria Innocenti e Giorgia Zanellato?

Carlo Zanni: La mostra nasce scoprendo per caso il set da scrivania in terracotta Adobe di Ilaria Innocenti. Avevo in mente una mostra senza opere a parete, dove la narrazione potesse nascere e svilupparsi principalmente intorno a un tavolo. Per me il tavolo simboleggia lo studio, la ricerca, la fatica, l’impegno, la riuscita e il fallimento. La parete invece è lo show, la mostra per antonomasia. E troppo spesso lo show si mangia tutto. Lo show è già la mostra e spesso le opere sono solo dei dettagli, intercambiabili.

L.B.: Il rapporto che hai costruito tra i tuoi progetti d’arte e gli oggetti di design sembra essere un’occasione per riflettere più ampiamente sui concetti di riproduzione, funzionalità e distribuzione. Quali differenze e quali affinità ritrovi in entrambi i contesti?

C.Z.: Arte e Design sono due discipline molto diverse. In genere si dice che il design ha un utilizzo finale, mentre l’arte no, o almeno non diretto come il sedersi su una sedia. Ora, questo discorso, per certi versi ovvio, a me interessa molto poco. Più uno ne sa, più può star qua a trovare eccezioni, differenze, uguaglianze e speculare in modo dialettico da qui a sempre. L’unica grande differenza tra arte e design per me sta nel loro sistema. Il design ha un sistema e un’economia estremamente distribuita e su questa base si sviluppano una serie di dinamiche di ogni tipo. L’arte ha un sistema che si basa in larga parte su relazioni personali e non ha un’economia se non ad altissimi livelli. Tutto il resto sono eccezioni. Numeri bassissimi che in qualsiasi altro ambiente farebbero ridere (artisti che vivono tramite il loro lavoro, gallerie che vivono coi guadagni dalle vendite, numero di clienti etc.) Quindi Oroboro non è un progetto tra arte e design. Idealmente in mostra non ci sono oggetti ma le loro comunità (addetti e non addetti), le loro teste, i loro progetti. Per me vuole essere uno stimolo per far sì che l’arte prenda nuove strade produttive e distributive ispirandosi alla parte più sana del mondo del design e della musica.

L.B.: Le opere di New Media sono variabili per natura e potenzialmente riproducibili all’infinito. Sono cambiate anche le regole per la trasmissione dei prodotti culturali? Ma come si risolve l’idea dell’opera d’arte intesa come ‘oggetto unico e irripetibile’?

C.Z.: Voglio proporre un diverso approccio a opere di video arte o basate su media che devono creare copie di se stesse per manifestarsi e lo prova a fare attraverso i miei progetti, gli oggetti in mostra e le storie di produzione e autoproduzione dei rispettivi giovani designers e con la musica di moby (mobygratis) presente in uno dei nuovi lavori video. In mostra ci sono molte opere nuove e anche cose strane dal passato, stickers, cartoline, poster, icone per il desktop ma il ruolo principale lo hanno i ViBo (Video Book) che ospitano tutti i lavori video e new media. Sono a metà strada tra il libro e il cd. Vengono solitamente usati nel marketing. Quando li apri hanno all’interno uno schermo da 7 pollici e il filmato parte all’istante . Si possono collegare al computer come una normale chiavetta USB per estrarne il contenuto. File ad alta risoluzione, istruzioni, file di altro tipo. Questi in mostra hanno anche una presa audio per cuffie. Io vorrei che anche altri artisti potessero utilizzare questo sistema e iniziassero a vendere i loro video a basso costo, senza firma e in edizione potenzialmente illimitata. Vorrei sotanzialmete che iniziassero a vendere. Perché di video se ne vende pochi e male. Un mio ViBo costa al pubblico 120 Euro ed è ancora troppo caro.

Oroboro,   Carlo Zanni,   Raw-Edges,   Ilaria Innocenti,   Giorgia Zanellato e Mirko Rizzi,   Marsèlleria,    Milano  2014  Foto Francesca Verga

Oroboro, Carlo Zanni, Raw-Edges, Ilaria Innocenti, Giorgia Zanellato e Mirko Rizzi, Marsèlleria, Milano 2014 Foto Francesca Verga

L.B.: L’autoproduzione 2.0, l’open source sono sistemi aperti su Internet per accedere a software anche sofisticati, attraverso cui si sono generate community globali, con nuove dinamiche che sfidano le regole imposte dal mercato dell’arte. Perché secondo te un’opera digitale dovrebbe costare 100 euro e non 10.000?

C.Z.: Voglio sganciare questo tipo di arte dalla dittatura del prezzo che troppo spesso è l’unico indicatore usato per determinare la qualità di un’opera. Questo atteggiamento proviene dalla vendita di oggetti unici, è la deriva di questa impostazione. Ma qui si parla di opere video e new media, opere che devono replicare se stesse per manifestarsi, come nel cinema. Creano copie di se stesse e la distinzione tra originale e copia perde di senso. Come si sa queste opere non sono stand alone, autoportanti, come la pittura per esempio, ma hanno bisogno di un qualcosa per essere viste, un computer, uno schermo, un proiettore. Questo influisce notevolmente sul tipo e qualità di fruizione. Lo stesso film lo puoi vedere in mille modi pur vedendolo sempre, pur avendo la sensazione di avere ricevuto un’esperienza soddisfacente e completa. Mentre con le opere fisiche no. C’è molta differenza tra un quadro visto dal vero o su foto. C’è una distanza incolmabile. Si può vedere un quadro dal vero ma non un film. Questo a cascata comporta la necessità di trattare economicamente queste opere in un modo più consono alle caratteristiche del medium su cui si basano.

L.B.: In mostra ci sono oggetti di design che ripensano l’ambiente e il modo di vivere quotidiano in una dimensione collettiva e creativa, che tu hai scelto in relazione all’esposizione dei tuoi lavori, con lo scopo di suggerire nuove possibilità di presentazione e fruizione. Come ti sei avvicinato alle ricerche degli Raw-Edges, di Ilaria Innocenti e Giorgia Zanellato?

Ho scelto degli oggetti per sensibilità personale perché sottolineavano o mettevano in luce aspetti della mia stessa ricerca e modo d’essere. Ad esempio mi riferisco all’assenza di categorie e stili rigidi ripetuti che evoca in me il divisorio fatto di penne e matite di Giorgia Zanellato; o l’umile presenza di un porta documenti da tavolo in terracotta che però riga il tavolo dove si posa, è molto pesante, fragile e può contenere pochi fogli rendendosi scomodo e inutile come gli Adobe di Ilaria Innocenti. Sono oggetti semplici e bellissimi dalla forte identità emotiva. Per i Raw-edges il discorso è diverso. La Plaid Bench è molto più complessa nella sua realizzazione degli altri oggetti. Il collegamento con la mia ricerca è che idealmente questo tipo di panche racchiudono in sè molte altre panche con funzioni native completamente distanti le une dalle altre. Una panchina da parco che si intreccia a una panca di scuola a una panca da picnic. Questo è molto simile a quando utiizzo i dati della rete per costruire i miei mondi.  Per quanto riguarda Enzo Mari Autoprogettazione è secondo me un caso di design open source ante litteram.  

L.B.: La mostra è pensata come un viaggio attraverso i tre piani dello spazio della Marsèlleria, costruendo un percorso che porta il visitatore alla scoperta di concetti relativi all’esistenza. Puoi raccontare il senso del progetto?

C.Z.: Schematicamente la mostra sale dal basso verso l’alto affrontando tre tematiche principali legate alla nostra presenza e ruolo nel mondo. In breve: nascita e morte dell’individuo, formazione di un’identità nel rapporto con gli altri e infine il ruolo politico. Formalmente, la prima stanza nel sotterraneo è completamente buia, così come l’ultima al primo piano. Ma i piani non sono a tenuta stagna, si compenetrano in molti modi e quindi la distinzione perde di senso e diventa un tutt’uno. Quello che faccio può sembrare non omogeneo da un punto di vista formale, ma credo lo sia dal punto di vista concettuale e poetico, soprattutto se visto un po’ a distanza guardando cose del 2000 e cosa faccio nel 2014. L’idea della mostra come microcosmo in perenne divenire – oroboro – che genera e rigenera continuamente se stesso è proprio questo.

Oroboro,   Carlo Zanni,   Raw-Edges,   Ilaria Innocenti,   Giorgia Zanellato e Mirko Rizzi,   Marsèlleria,   Milano 2014 Foto  Francesca  Verga

Oroboro, Carlo Zanni, Raw-Edges, Ilaria Innocenti, Giorgia Zanellato e Mirko Rizzi, Marsèlleria, Milano 2014 Foto Francesca Verga

Carlo Zanni - Self Portrait With Friends (i fannulloni) - 2012

Carlo Zanni – Self Portrait With Friends (i fannulloni) – 2012

Oroboro,   Carlo Zanni,   Raw-Edges,   Ilaria Innocenti,   Giorgia Zanellato e Mirko Rizzi,   Marsèlleria,   Milano 2014  Foto Francesca Verga

Oroboro, Carlo Zanni, Raw-Edges, Ilaria Innocenti, Giorgia Zanellato e Mirko Rizzi, Marsèlleria, Milano 2014 Foto Francesca Verga