(Scroll down for the English version)

ATPdiary ha invitato i curatori delle mostre del progetto ONE Torino, a rispondere ad una serie di domande. Dopo Gary Carrion-Murayari, risponde  Julieta González (Senior Curator, Museo Tamayo Arte Contemporaneo, Mexico City), curatrice della mostra  Ways of Working: the Incidental Object, ospitata alla Fondazione Merz (Via Limone 24 – Torino).

Artisti:  Stuart Brisley, Enzo Mari, Mario Merz, Charlotte Posenenske, Mladen Stilinovic, Felipe Mujica, Mai-Thu Perret, Tobias Putrih, Falke Pisano, Gabriel Sierra, Superflex, Andrea Zittel 

ATP: Mi racconti brevemente il concetto della mostra?

Julieta González: La mostra è parte di una ricerca in corso che approfondisce come gli artisti si sono rivolti al tema della produzione e delle idee in materia di lavoro per tutto il XX secolo sino al presente. Questa mostra si concentra sull’organizzazione e la performatività degli oggetti, prendendo come punto di partenza l’analisi dell’eredità del Produttivismo Russo del 1920, e in particolare gli investimenti creativi di questi artisti in concetti come l’inventiva, l’artista come tecnico, la democratizzazione della opera d’arte, l’inserimento nella produzione industriale e l’interesse per la sperimentazione formale con la non-oggettività o la forma astratta. Anche se non ci sono opere di questo periodo, molti lavori in mostra si riferiscono a quel momento nella storia dell’arte del 20 ° secolo, ad esempio l’opera di Mladen Stilinovic, ‘Exploitation of the Dead’, fornisce una prospettiva ambigua e critica sull’utopia del Costruttivismo; i wallpaper e i film di Mai-Thu Perret si ispirano al lavoro di Varvara Stepanova, o anche i rilievi del 1960 di Charlotte Posenenske sono stati prodotti industrialmente e presentano un stretta affinità con le idee costruttiviste (specificamente per El Lissistky e Moholy Nagy), di fatto concetti noti alla Posenenske.

ATP: Dove è nata l’idea della mostra? Ha una relazione con la città di Torino?

J.G.: Ho iniziato a interessarmi a queste idee quasi dieci anni fa e ho già organizzato una mostra l’anno scorso che affronta molti di questi aspetti alla Galeria Luisa Strina. Come ho detto prima, mi piacerebbe fare una serie di mostre che esplorano questi temi, la prima affronta la merce e le relazioni della sua distruzione, sull’organizzazione e la performatività degli oggetti e la forma non-oggettiva. Quando sono stata invitata a Torino a lavorare alla Fondazione Merz, ho colto l’opportunità di organizzare una nuova mostra connessa a questa ricerca, tenendo anche in considerazione il passato industriale di Torino e del fatto che l’edificio che ospita la mostra è localizzato in quella che una volta era la fabbrica della Lancia. Per me era veramente importante collocare la mostra all’interno del contesto culturale, sociale ed economico della città, e tener presenti gli immaginari che ne derivano.

ATP: Quali temi hai deciso di prendere in esame? Perché?

J.G.:  Penso di aver già risposto a questa domanda. In sostanza per me è importante vedere come gli artisti si sono ripetutamente posti delle domande in relazione alla produzione, all’alienazione e al loro ruolo nella società, e come hanno tentato di entrare nelle dinamiche di produzione, come un aspetto significativo della vita contemporanea. L’interesse specifico per il Costruttivismo e il Produttivismo degli anni ’20, riguarda il ruolo fondamentale che ha avuto la sperimentazione formale con l’astrazione per la democratizzazione del concetto di arte per tutti, ed ha anche fornito le basi per la disciplina che oggi conosciamo come il design industriale. Questo spiega anche l’inserimento in mostra di una figura molto importante come Enzo Mari i cui oggetti di design e la cui filosofia sono una chiara dimostrazione di questo tipo di preoccupazioni. Durante il periodo della mostra terremo due workshops di auto-progettazione, così che il pubblico potrà impegnarsi nella costruzione di un tavolo o una sedia di Mari, e capire così la logica che sta dietro al design di questi oggetti.

ATP: C’è un’opera che, più di altre, sintetizza l’intera mostra? Perché?

J.G.:  Penso che ogni opera ha un ruolo specifico, ed è per certi versi in conversazione con gli oggetti fatti dagli artisti di differenti generazioni. D’altra parte le opere con più rilevanza storica forniscono una piattaforma significativa per leggere i lavori contemporanei degli artisti più giovani. Sono molto entusiasta perché, in occasione della mostra, per la prima volta – da quando è stato originariamente realizzato in collaborazione con gli operai della Hille Furniture Factory in Inghilterra nei primi anni 1970 – è stata ricostruita la ‘Polywheel’ di Stuart Brisley. Anche l’opera ‘Fibonacci Napoli’ di Mario Merz è un lavoro da considerare come una piattaforma discorsiva, così come la sua frase a proposito dell’importanza di tavoli e sedie nella vita è stato una grande fonte di ispirazione per la nascita di questa mostra.

Stuart Brisley Hille Fellowship,  1970 Poly Wheel,   Robin Day stacking chairs. 212 chairs circle Courtesy the artist,   domobaal,   London and Mummery+Schnelle,   London Photo Alex Agor

Stuart Brisley Hille Fellowship, 1970 Poly Wheel, Robin Day stacking chairs. 212 chairs circle Courtesy the artist, domobaal, London and Mummery+Schnelle, London Photo Alex Agor

FONDAZIONE MERZ / Via Limone 24 – Torino

Ways of Working: the Incidental Object  curated by Julieta González, Senior Curator, Museo Tamayo Arte Contemporaneo, Mexico City

Artists: Stuart Brisley, Enzo Mari, Mario Merz, Charlotte Posenenske, Mladen Stilinovic, Felipe Mujica, Mai-Thu Perret, Tobias Putrih, Falke Pisano, Gabriel Sierra, Superflex, Andrea Zittel.

ATP: Can you tell me a little bit more about the concept of the exhibition?

Julieta González:  The exhibition is part of an ongoing investigation on how artists have addressed the relations of production and ideas regarding labour throughout the twentieth century and in the present. This show however focuses on the agency and performativity of objects, taking as a point of departure an analysis of the legacies of 1920s Russian Productivism, and more specifically these artists’ investment in the concepts of invention, the artist as technician, the democratization of the art work, the insertion into industrial production, and the interest in formal experimentation with the non-objective or abstract form. Though there are no works from this period, the references in many of the works in this show relate to that moment in the history of 20th century art; for example Mladen Stilinovic’s Exploitation of the Dead, which provides an ambiguous and critical perspective on the Constructivist utopia and a conceptual framework for the entire exhibition; Mai-Thu Perret’s wallpaper and films inspired by the work of Varvara Stepanova, or even Charlotte Posenenske’s 1960s reliefs which were industrially produced, exhibiting a close affinity to Constructivist ideas (specifically to El Lissistky and Moholy Nagy) which Posenenske in fact acknowledged.

ATP:  Where did you conceive the idea of the show? Doese it have a connection with the city of Torino?

G.J.: This has been an investigation I started almost a decade ago and have already organised one show which dealt with some of these aspects last year at Galeria Luisa Strina. As I said before I would like to do a series of exhibitions that explore these issues, so the first one dealt with the commodity and the relations of production behind it, this one with the agency and performativity of objects and the non-objective form. When invited to Turin and to work at the Fondazione Merz I saw the opportunity to organise another show related to this research, in view of Turin’s industrial past and of the fact that the building is located in what was once part of the Lancia factory complex. For me it was very important to located exhibition within the city’s cultural, social and economic context and the imaginaries that arise from it.

ATP: Which topics have you decided to take into exam? And why?

G.J.: I think I have answered that question above but in essence, for me it is important to see how artists have repeatedly asked themselves questions about production, alienation, and their role in society, and have attempted to enter the dynamics of production as a significant aspect of contemporary life. The specific interest in 1920s Constructivism and Productivism regards the role that formal experimentation with abstraction was key to this democratization of art for all, which also provided the basis for the discipline we know today as industrial design. This also accounts for the inclusion of a very important figure such as Enzo Mari whose design objects and philosophy are clearly demonstrative of these concerns. So in the exhibition we will hold two Autoprogettazione workshops so that the public can engage in the construction of one of his tables and chairs and understand the logice behind the design object.

ATP: Is there an artwork that epitomize more than the others the whole show? Why?

G.J.: I think each work has specific roles in the exhibition, and it is a conversation between objects made by artists of different generations. However the more historical works do provide significant platforms for the reading of the contemporary works by younger artists. I am very excited about the reconstruction of Stuart Brisley’s Polywheel, for the first time since it was originally made in collaboration with the workers of the Hille Furniture Factory in England in the early 1970s. Also Mario Merz’s Fibonacci Napoli provides a discursive platform for the exhibition and his phrase about tables and chairs being important in life has been a huge inspiration in the conception of this show.

 

Falke Pisano © Studio Santorsola

Falke Pisano © Studio Santorsola

Charlotte Posenenske © Studio Santorsola

Charlotte Posenenske © Studio Santorsola

Mai-Thu Perret © Studio Santorsola

Mai-Thu Perret © Studio Santorsola