Daniel Faust,   Norma Mangione Gallery,   Torino,   veduta dell’installazione,   Courtesy Noma Mangione,   Torino

Daniel Faust, Norma Mangione Gallery, Torino, veduta dell’installazione, Courtesy Norma Mangione, Torino

(Scroll down for the English version)

E’ visitabile – fino al 17 maggio alla Norma Mangione Gallery di Torino – la prima personale in Italia di Daniel Faust. La mostra raccoglie la serie fotografica ‘ Museum Faust 1981 – 2010‘, realizzata dall’artista dal 1981 al 2010. Soggetti di questa vastissima serie sono dettagli o punti di vista registrati mediante singoli scatti presi in musei di tutto il mondo. Questa raccolta (che e? anche un indiretto diario di viaggi) racconta una particolare attenzione per le collezioni curiose, spesso occhieggianti alla cultura popolare. Al loro interno Faust individua oggetti, allestimenti, dimostrazioni di retorica, fallimenti didattici, mirabilia ridicole, giochi d’ombre. E attraverso l’occhio di Faust, il museo perde la sua autorita? istituzionale per diventare un modello del mondo, pieno di mostruosita?, paradossi e tenerezza. L’artista si appropria del metodo scientifico di collezionare, ordinare e esporre, al quale applica una sensibilita? completamente ‘altra’ e ‘uncanny’. La serie completa consta di 7.500 scatti da 150 musei, che Faust ha selezionato e archiviato digitalmente negli ultimi trent’anni. In mostra una scelta di 50 fotografie, stampate per l’occasione.

Segue il testo di Eva Fabbris che accompagna la mostra.

Worlds on Exhibition*

Negli zoo la funzione di un vero animale, vivo, e? principalmente quella di rappresentare se stesso. Le ‘period room’ che caratterizzano la museologia statunitense sono delle ricostruzioni (quasi sempre realizzate con materiale autentico) che restituiscono al visitatore del museo l’esperienza di modi di vita lontani nel tempo e nello spazio. I musei delle cere restituiscono l’esperienza dell’incontro con una celebrita?. Le case-museo permettono di immedesimarsi in vicende altrui. I diorami sostituiscono, in interni, il paesaggio.

Sono paradossi. Probabilmente sulla terra oggi esistono musei dedicati a qualsiasi cosa (musei della polizia, musei della contraffazione, musei dell’educazione, musei della guerra…). Solo chi accetta e ama questi paradossi puo? godere del fatto che oltre a un’ istituzione illuminista votata alla collezione (e al condizionamento) della conoscenza artistica, scientifica e storica, il museo puo? anche essere un apparato dimostrativo e celebrativo dedicato ai temi piu? popolari e disparati.

Tra il Louvre e il Museo dei Trasporti Svizzeri di Lucerna il punto comune, secondo Daniel Faust e? l’artificialita?. Entrambi rappresentano; collezionano, imbalsamano, dispiegano, mettono in mostra. Non c’e? nessun moralismo in questa sua visione. C’e? partecipazione, simpatia, humour, forse malinconia (intesa come senso lievemente doloroso del tempo che passa).

I musei, forse tutti i musei, sono diventati il soggetto una vastissima serie di fotografie di Daniel Faust a partire dal 1980. Come la frase vagamente fastidiosa per cui per un latin lover una donna e? tutte le donne, Faust colleziona musei. Uno dopo l’altro, argomento dopo argomento, senza alcuna possibile consequenzialita? ne? categoria adottata a priori, Faust si e? infilato tra le sale di musei noti e sconosciuti di tutti i continenti, visitando e ritraendo collezioni e allestimenti dedicati agli argomenti piu? classici e ai piu? impensati.

Non fotografa mai viste d’insieme; non vuole restituire il “metodo” museologico. Come il diavolo, Faust si concentra nel dettaglio. Trovare tra le passate pubblicazioni di Daniel Faust una serie fotografica dedicata alla piu? grande collezione di oggetti per effetti speciali di film fantasy e horror (Forrest J. Ackerman House, Hollywood Hills) corredata di testi di Mike Kelley non stupisce. Quel mix di popolare, oscuro e delirio e? senz’altro una matrice per il suo gusto per il parti- colare trash, un po’ rovinato o fallito, che svela la materia di cui sono fatti i sogni (e i fondali teatrali).

Il punto di vista, ravvicinato e molto soggettivo da cui Faust scatta nel museo, esce dall’incantamento del paradosso; sceglie un dettaglio che un visitatore potrebbe aver notato come incomprensibile, ridicolo, inadeguato, inconsistente o eccessivo; oppure bello ma per ragioni ‘altre’. Qualcosa che fa un po’ crollare il palco, ma senza l’acrimonia di chi trova il museo obsoleto. Qualcosa che piu? che altro mette a fuoco l’artificialita?, la pretesa di essere in grado di rappresentare una parte, anche infinitesi- male, del mondo. Qualcosa che rende l’occhio del singolo piu? autorevole di quella pretesa.

Il museo di Faust e? un piano sequenza di rappresentazioni fallibili del mondo. La raccolta di uno scatto per museo diventa a sua volta una vastissima unita? che colleziona e mette in mostra. L’ordine in cui, in mostra, compaiono le immagini e? la cronologia; quindi centrali sono il soggetto (proprio Faust stesso) e le sue esperienze di viaggio, le sue scelte, i suoi anni di vita di cui lo spettatore conosce solo le visite ai musei. Eppure, rispetto alla diversissima autorevolezza istituzionale e scientifica delle differenti raccolte ritratte, il criterio cronologico diventa neutrale. Prende valore la paratassi: un museo dopo l’altro, dopo l’altro, dopo l’altro…. Giustapporre significa dire che le cose hanno tutte il medesimo valore; da cui emerge l’importanza del tutto, della linea su cui tutto si dipana… il piano sequenza appunto.

Faust come la ‘guida’ senza nome e identita? dell’ “Arca Russa” di Sokourov, si aggira senza alcuna onniscenza tra sale e sale, a mostrarci i modi di rappresentare il mondo.

Eva Fabbris

Titolo ripreso da Herbert J. (1997), Paris 1937: Worlds on Exhibition, Cornell University Press, Ithaca NY, dedicato all’analisi di una serie di sei tra esposizioni e riallestimenti museografici che hanno avuto luogo a Parigi tra la seconda meta? del 1937 e l’inizio del 1938. Gli allestimenti presi in analisi vengono presentati come dei dispositivi di rappresentazione nazionalistica, in concomitanza con l’affermazione dei totalitarismi e l’affacciarsi della Seconda Guerra. Herbert sottolinea come il dispositivo della mostra sia capace di esprimersi attraverso meccanismi non espliciti. Dall’introduzione: “one display after another resorted to the positing of some species or other of gods capable of overseing it all, both the world and the representation of it” (p.7) 

Norma Mangione Gallery,   Torino,   veduta dell’installazione

Norma Mangione Gallery, Torino, veduta dell’installazione

Daniel Faust,   Bull Ring  and Bullfighting Museum,   Siviglia,   Spagna,   2006,   Courtesy Noma Mangione,   Torino

Daniel Faust, Bull Ring and Bullfighting Museum, Siviglia, Spagna, 2006, Courtesy Norma Mangione, Torino

The first solo exhibition in Italy of works by Daniel Faust is devoted to “Museum” photographs taken by the artist from 1981 to 2010. The subjects of this vast collection are strident, highly original details or views, captured in single shots in museums around the world. This collection, which is also indirectly a travel diary, reveals his particular interest in curious collections, often with an eye on popular culture. In these works, Faust focuses on objects, displays, demonstrations of rhetoric, educational failures, ridiculous mirabilia and shadow plays. Through Faust’s eyes, the museum loses its authoritativeness as an institution and becomes a model of the world, with all its monstrosities, paradoxes and endearments. The artist expropriates the scientific approach to collecting, ordering and display, and applies a wholly “other”, rather uncanny sensitivity to it. The “Museum” complete series consists of 7500 images from 150 diverse museums. A selection of 50 photographs, specially printed for the event, is on show. The exhibition will be accompanied by a text by Eva Fabbris.

Worlds on Exhibition*

The task of a real live animal in a zoo is mainly that of representing itself. “Period rooms”, which are so much a part of museums in the USA, are reconstructions (almost always made with authentic materials) that offer the visitor an experience of lifestyles that vary widely in terms of space and time. Wax museums offer the experience of meeting celebrities. House museums allow us to identify with other people’s personal lives. Dioramas replace landscapes indoors.

All are paradoxes. These days there are museums around the world devoted to just about anything — to the police, to counterfeiting, to education, to war. Only people who accept and love such paradoxes can take pleasure from the fact that, as well as being institutions inspired by enlightenment ideals, devoted to the collection (and influence) of artistic, scientific and historical knowledge, museums can be a demonstrative and celebratory system devoted to the most diverse popular themes.

In Daniel Faust’s view, what the Louvre and the Swiss Museum of Transport in Lucerne have in common is their artificiality. Both represent, collect, embalm, arrange and put on display. There is no moralism in this vision of his. There is participation, fondness, humour, and perhaps even melancholy (viewed as a slightly painful sense of the passing of time). Museums — perhaps all museums — have been the subject of a vast array of photographs by Faust ever since 1980.

Like the slightly irritating idea that a Latin lover views a woman as all women, Faust collects museums. One after another, one subject after another, in no pre-established logical order or category, Faust has slipped into the rooms of museums, both known and unknown, on every continent, visiting and illustrating collections and displays devoted to the most classic as well as to the most unlikely subjects.

He never photographs complete views, for he does not aim to convey the “method” of museums. Like the devil, Faust concentrates on the detail. Among Daniel Faust’s past publications, it comes as no surprise to find a series of photographs from the Forrest J. Ackerman house in Hollywood Hills, the largest collection of special effects props for fantasy and horror films, accompanied by texts by Mike Kelley. This mix of delirium with obscure and popular culture is undoubtedly a source of his particular taste for trash, slightly spoiled or abortive, which reveals the stuff of which dreams (and theatrical backdrops) are made.

The very close-up, subjective view that Faust adopts in museums goes beyond the enchantment of paradox; he chooses a detail that a visitor might have noticed as just incomprehensible, ridiculous, inappropriate, inconsistent or excessive — or beautiful, but for “other” reasons. This is something that rather makes the stage collapse, but without the acrimony of someone who finds the museum obsolete. Something that mostly brings out the artificiality, and that claims to be able to represent a single part of the world, however infinitesimal it may be. Something that makes the individual’s eye more authoritative than that claim.

Faust’s museum is a sequence shot of fallible representations of the world. And the series of one shot per museum becomes a vast collection put on display. The images in the exhibition appear in chronological order, thus putting the focus on the subject (Faust himself ) and on his travel expe- riences, his choices, and the years of his life of which the viewer sees only his visits to museums. Even so, this chronological order is neutral with regard to the very diverse degrees of institutional and scientific authori- tativeness of the various collections portrayed.

Parataxis takes hold, one museum after another, and another, and another. This juxtaposition is a way of saying that all things have the same value, and it is this that reveals the importance of the whole, the horizon on which everything unfolds… in other words, the sequence shot. Like the anonymous, unknown ‘guide’ in Sokurov’s Russian Ark, Faust wanders without a trace of omniscience from room to room, showing us different ways of representing the world.

Eva Fabbris

Translated from Italian by Simon Turner

1 The title is taken from Herbert J. (1997), Paris 1937: Worlds on Exhibition, Cornell University Press, Ithaca, NY, which examines six exhibitions and new museum displays put on in Paris in the second half of 1937 and in early 1938. The displays are shown as devices for nationalistic representation during the rise of totalitarianism and the approach of the Second World War. Herbert shows how exhibitions were capable of expressing themselves through non-explicit mechanisms. In the introduction he states: “one display after another resorted to the positing of some species or other of gods capable of overseeing it all, both the world and the representation of it” (p. 7)

Daniel Faust,   Criminals Hall of Fame Wax Museum,   Niagara Falls,   1986,   Courtesy Noma Mangione,   Torino

Daniel Faust, Criminals Hall of Fame Wax Museum, Niagara Falls, 1986, Courtesy Norma Mangione, Torino

Daniel Faust,   Museum of Science and Industry,   Chicago,   1983,   Courtesy Noma Mangione,   Torino

Daniel Faust, Museum of Science and Industry, Chicago, 1983, Courtesy Norma Mangione, Torino

Daniel Faust,   Museo delle Cere,   Roma,   1984,   Courtesy Noma Mangione,   Torino

Daniel Faust, Museo delle Cere, Roma, 1984, Courtesy Norma Mangione, Torino