Jeremy Deller,   Proposal for the olympic park gateways

Jeremy Deller, Proposal for the olympic park gateways

MoRE – Museum of refused and unrealised art projects – è un museo digitale visitabile online. Questo spazio virtuale raccoglie, conserva ed espone progetti appositamente pensati per occasioni e contesti specifici, opere che non hanno mai però trovato un’effettiva realizzazione ‘per motivazioni tecniche, logistiche, ideologiche, economiche, morali o etiche’. Un contenitore di idee e proposte artistiche che, entrando nel canale del web e sfruttandone le potenzialità, assumono una nuova valenza di fruizione e diffusione.

Il museo-sito ha per ora acquisito diverse opere di Jonathan Monk, Ugo La Pietra, Cesare Pietroiusti, Deborah Hirsch, Paolo Scheggi, Davide Bertocchi, Davide Mosconi, Ivo Bonacorsi, Silvio Wolf, Grazia Varisco, Luigi Presicce, Valerio Berruti, Regina Josè Galindo, Jeremy Deller.

Alcune domande agli ideatori di MoRe, Elisabetta Modena e Marco Scotti.

ATP: MoRE  è un museo digitale che raccoglie, conserva ed espone on-line progetti non realizzati di artisti del XX e XXI secolo. Quali spinte vi hanno portato all’ideazione del progetto e come si è strutturato nel tempo questo museo-sito?
Elisabetta Modena / Marco Scotti: Il tema del non realizzato si pone come una prospettiva trasversale, che permette di arrivare ad analizzare la progettualità degli artisti e dedurne linee di ricerca sulle modalità della produzione dell’arte oggi. Siamo partiti da una serie di ricerche sulle possibilità del digitale, in particolare applicate allo studio e alla curatela dell’arte contemporanea, e il non realizzato ci è sembrato da subito un campo di ricerca perfetto: il sito è pensato come un museo che grazie alle potenzialità dei supporti archivia, conserva e mette in mostra materiali che altrimenti avrebbero difficilmente trovato una loro dimensione espositiva e una loro visibilità. Il sito è progettato proprio come un museo, ci sono diversi livelli, dalle pagine dedicate a ogni artista, alle mostre e agli spazi per incontri e dibattiti, fino a un digital repository che funziona come magazzino che garantisce la conservazione dei progetti e dei formati. Tutto è stato reso possibile grazie a una rete di professionisti e ricercatori che fa riferimento all’associazione culturale Others, e la stessa Università di Parma ha avuto un ruolo fondamentale, in particolare grazie alla collaborazione con il centro CAPAS che ci ha permesso di sfruttare la piattaforma DSpace.

ATP: Quali sono i modelli che vi hanno ispirato?

E.M. / M.S.: Naturalmente i modelli a cui abbiamo guardato e con cui ci siamo confrontati in questo anno di lavoro sono diversi, dalle ricerche tra archivio, esposizioni e interviste di Hans Ulrich Obrist sul non-realizzato, alla mostra dedicata da  Roberto Pinto al non-realizzato nella specifica categoria dell’arte pubblica, fino al più recente dibattito in ambito accademico riguardo alle potenzialità di una digital curation e dei digital repository. Un caso contemporaneo al nostro museo, che riteniamo particolarmente vicino ai nostri intenti e ai nostri temi è la  Gallery of Lost Art,  progetto multimediale della Tate insieme a Channel4, curato da Jennifer Mundy e progettato da studio ISO. Inoltre nell’architettura iniziale del museo abbiamo considerato una lunga tradizione di studi interna all’Università di Parma.

ATP: Possiamo intendere MoRe come un ‘serbatoio’ di idee e progetti irrealizzati che possono assumere una visibilità diversa rispetto alla loro ideazione originaria. Vengono sfruttate le potenzialità del web e della sua diffusione. È capitato che qualche opera sia stata effettivamente realizzata dopo essere stata ‘esposta’?

E.M. / M.S.: Proprio in occasione del primo compleanno del museo abbiamo scelto di fermarci a riflettere attraverso una  mostra che rileggesse un anno di lavoro e una collezione in divenire: nessuna delle opere è arrivata a una reale realizzazione, e per ora non abbiamo pensato a questo obiettivo, ma sicuramente hanno trovato una nuova visibilità e dimensioni espositive molto differenti,  spesso anche grazie a una traduzione nei formati digitali. Abbiamo cercato inoltre di ricostruire un dibattito intorno al non realizzato e alle sue tipologie: molti lavori ad esempio hanno una dimensione utopica che mette in secondo piano una concreta e possibile realizzazione.

ATP: La collezione si genera grazie a delle donazioni. Quali sono stati gli ultimi artisti acquisiti e chi vi supporta a livello curatoriale?

E.M. / M.S. : Abbiamo appena presentato i lavori di tre artisti che si vanno ad aggiungere alla collezione:  Erwin Wurm e  goldiechiari a cura di Valentina Rossi, e  Massimo Uberti a cura di Ilaria Bignotti. Il lavoro del curatore a stretto contatto con gli artisti e gli archivi è fondamentale per il museo, è attraverso queste scelte condivise tra curatori interni, invitati e un comitato scientifico che la collezione e la ricerca trovano una propria dimensione. Si può dire in questo senso che ognuna delle persone coinvolte è stata fondamentale nella costruzione del museo, contribuendo con le proprie competenze specifiche.

ATP: Avete in mente idee particolari per il futuro per quanto riguarda l’ideazione di mostre, i contenuti e le collaborazioni?

E.M. / M.S. : Certamente vogliamo continuare con una serie programmata di mostre e acquisizioni, una vera e propria attività museale e curatoriale, ma puntiamo molto anche ad alcune collaborazioni, a partire da quella con il museo di arte contemporanea di Zagabria – MSU -, con cui ci siamo già confrontati attraverso alcune giornate di studio a partire dal progetto Digitizing Ideas. Attivare e costruire un dibattito e un network intorno al non realizzato e alle possibilità di mostre e musei digitali crediamo sia una linea fondamentale della ricerca.

Erwin Wurm,   Mind Bubbles

Erwin Wurm, Mind Bubbles

Davide Mosconi ars electronica

Davide Mosconi ars electronica

Jonathan Monk small proposal book

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